Il suicidio culturale dell’Occidente: la profezia di Miłosz 

Czesław Miłosz era un’umanista scettico e un critico di tutte le forme di certezze ideologiche. Dopo aver lasciato la Polonia il poeta premio Nobel fu un oppositore del comunismo, continuando a diffidare però del conservatorismo e della controcultura.

Miłosz non si innamorò mai di Stalin e degli stalinisti, eppure dopo la Seconda Guerra Mondiale accettò di ricoprire un ruolo diplomatico per la PRL diventando addetto culturale all’ambasciata di Washington DC, alla fine degli anni ’40. Sempre più disincantato dall’insediamento di uno stato di polizia nel suo paese e dai suoi controlli totalitari sulla vita intellettuale, decise di abbandonare definitivamente la Polonia mentre si trovava in Francia nel 1951. A questo punto della sua vita Czesław Miłosz venne coinvolto  anche nelle attività del “Congress for Cultural Freedom”. Il poeta polacco divenne uno dei principali collaboratori delle loro attività, organizzando riunioni, simposi e conferenze. Sebbene critico nei confronti del maccartismo e dell’isteria politica in America, il Congresso pubblicò riviste di alta qualità nelle principali lingue e affrontò la ben organizzata propaganda dell’antiamericanismo in Occidente.

Negli archivi della Hoover Institution è stata recentemente rinvenuta una lettera dei primi anni ’70. Questa missiva è ancora capace di sorprendere per i suoi aspetti politici, filosofici e morali ancora attuali. Politicamente, Miłosz ammette il valore della visione pessimistica di Burnham, destinatario della lettera, proposta ne “Il suicido dell’occidente”( The suicide of the west ) del 1964. Filosoficamente tutto viene messo in discussione, esprimendo profonde preoccupazioni per il radicalismo di sinistra della controcultura degli studenti e per il conservatorismo della Chiesa cattolica romana polacca. In altre parole Miłosz pronuncia tutto il suo scetticismo sulle certezze ideologiche, siano esse di sinistra o di destra. Infine, per quanto riguarda l’aspetto morale della lettera, questo è un avvertimento e un accorato appello a far fronte  al declino della civiltà in Occidente.

Di seguito è riportato il testo della lettera indirizzata a Burnham, appartenente alla collezione Burnham presso l’Hoover Institution dell’Università di Stanford:

 “A visitor from Poland said to me, “what I found here is an enormous spiritual Munich.”

Molto probabilmente l’ospite polacco menzionato nella lettera era Aleksander Wat intervistato a Berkley per il libro “Il mio secolo“.

Polveri d’ambra, il libro di Luca Palmarini sulle storie e sulle leggende della Polonia

È recentemente uscito un libro sulle leggende dalla Polonia, dal titolo “Polveri d’ambra”. Nell’opera di Luca Palmarini sono state raccolte e reinterpretate molte leggende delle terre polacche, alcune note, altre meno. Attraverso queste magiche storie l’autore vi accompagna in diversi luoghi di quel splendido paese, svelando l’antico carattere multiculturale che per secoli ha caratterizzato le terre polacche. Ecco, allora, che tra polacchi, tedeschi, gente di montagna, casciubi, ebrei e cosacchi, si avrà modo di conoscere diverse realtà geografiche della Polonia. Una particolare attenzione viene data a quelle informazioni veritiere che ogni leggenda contiene (quel famoso pizzico di verità), in modo da permettere al lettore di conoscere meglio le bellezze artistiche e naturali di questo paese che da molti anni Palmarini considera come la sua seconda patria

Nel volume sono intessute e raccontate le innumerevoli storie e leggende delle terre polacche. L’autore, da ricercatore appassionato e acuto, ha studiato, raccolto, vagliato e organizzato la loro densa e vertiginosa stratificazione, ha individuato e valutato tutte le fonti possibili, confrontato le diverse influenze storiche, dando vita a uno straordinario lavoro organico, accompagnato da un apparato critico che consente al lettore di ascoltare magiche voci della rimembranza perse dietro code di sogni. Così, in un viaggio tra luoghi noti e ignoti, da Cracovia ai Carpazi, da Varsavia a Lublino, da Breslavia a Danzica, sino alla Varmia, si scopre una civiltà plurisecolare e multiforme  che ci avvolge nella sua travolgente tradizione culturale.

Luca Palmarini, polonista, traduttore e dottore di ricerca presso la facoltà di Italianistica dell’Università Jagellonica di Cracovia, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche incentrate sui rapporti storico-linguistici tra Italia e Polonia. Collabora con diverse riviste specializzate e svolge attività di divulgazione e informazione in conferenze e incontri con il pubblico, per diffondere la letteratura e la storia italiana e polacca.

Adam Zagajewski: la verità non è esotica

Adam Zagajewski è un poeta polacco più volte in predicato di Nobel che non ha certo bisogno di una presentazione, almento per i lettori di questa pagina. Una sua intervista riguardante temi spirituali e religiosi è recentemente apparsa sulle pagine del  Catholic Herald.

Secondo Zagajewski quando ci rivolgiamo alla letteratura degli ultimi 100 anni troviamo scrittori come D.H. Lawrence, in perenne ricerca di una verità. Scrittori che hanno spesso tutta la loro esistenza cercando costantemente quella verità, trasformando la loro esistenza in un pellegrinaggio mistico, viaggiando dall’Italia all’Australia, passando per Stati Uniti e Messico. Lawrence è un perfetto esempio di scrittore che in cuor suo crede che in qualche posto del mondo ci debba per forza essere una verità. Zagajweski cita anche il pittore bolognese Giorgio Morandi, sentendosi  decisamente più affine a lui e e alla sua visione delle cose, cioè che tutto il mondo possa essere contenuto in una stanza.  Infatti il senso dell’essistenza per il poeta polacco non è un qualcosa di esotico ma è nel momento, nel qui, dove si è, perché in fondo, continua, come disse Pascal: il più grande disastro che possa accadere ad un uomo è quello di  lasciare la propria stanza.

 

Adam Zagajewski e Fabio Izzo, Massolit, Cracovia

La narrazione della mancanza: perché dimenticare le scrittrici della PRL?

I colpi di spugna, nella storia e nella cultura, i congressi di Vienna a livello sociale non servono a molto, risultano solo un pallido tentativo di cancellare il passato, cosa di per se, abbastanza deleteria di suo a ogni longitudine e latitudine. Con l’occidentalizzazione del mondo si è poi venuta poi a creare nell’Europa dell’Est una narrazione della mancanza che il puro intento di  giustificare ed esagerare attraverso sensi di colpa e uso di un revisionismo cecchino mirato  l’attuale convergenza con l’Occidente.

 

Questo recente tipo di story telling tende a mostrare le donne della PRL come conservatrici, poco propense al cambiamento , passive e incapaci di agire. Ma più che un rifiuto generalizzato del femminismo storico questo tipo di narrazione affonda le sue radici nella politica anticomunista del post-1989, quando in pratica, in maniera manichea, tutto è stato diviso in “buoni” e “cattivi”, le sfumature politiche cominciarono a scomparire e gli slogan pubblicitari iniziarono a dettare la morale alla società. Seguendo questi dettami si è oscurata un’intera generazioni di scrittrici, come ad esempio Irena Gumowska, che nel 1948, scrisse: “Le donne oggi devono e vogliono lavorare. . . In Polonia dopo la guerra abbiamo creato varie forme di nuclei familiari collettivi socializzati. Qui l’obiettivo principale è quello di creare cure diurne, mense e asili nido. Poi case per madri e bambini, lavanderie sociali, panetterie sociali e altri servizi sociali e cooperative” o  Wanda Melcer che, sempre nello stesso anno, si espresso così: “Considereremo il lavoro domestico indipendentemente dal sesso, presumiamo che tutti lavorino a casa e, di conseguenza, tutti abbiano gli stessi diritti e doveri. Non c’è nulla nelle faccende domestiche che dovrebbe essere fatto solo da uomini o donne, ragazze o ragazzi”. 

La maggior parte delle conquiste dell’emancipazione delle donne del dopoguerra in Polonia furono introdotte nell’area del lavoro Le organizzazioni femminili hanno svolto un ruolo importante nelle battaglie sul diritto al divorzio, sul congedo di maternità e sul codice del lavoro, introducendo cambiamenti come il congedo di maternità. Senza dubbio, il diritto al divorzio e l’introduzione di massa delle donne nel mondo del lavoro le ha rese più libere da mariti, partner, compagni e, più in generale, dai ruoli di genere tradizionali

 

Julian Tuwim, polacco, ebreo: poeta

“Al cimitero di  Łódź
Il cimitero ebraico, si erge
La tomba polacca di mia madre
La tomba di mia madre ebrea.”
Matka (Madre)

 

Al suo ritorno in Polonia, Tuwim fece trasferire il corpo sepolto di sua madre da fuori Varsavia nel cimitero ebraico della sua città natale, Łódź.  La strofa iniziale del suo poema “Matka” (Madre) sancisce l’inseparabilità di Identità ebraiche e polacche. Attualmente, in Polonia la sua proclamata ibridità e la sua ostilità nei confronti dell’etnazionalismo autoritario viene omessa, se non addirittura dimenticata mentre  nel mondo ebraico l’eredità di Tuwim è praticamente inesistente. Sembra che il suo innato amore per la lucidità possa essere davvero troppo scoraggiante per tutti.  Julian Tuwim nacque a Łódź, 13 settembre 1894, città descritta da Wajda in un suo film al pari di una terra promessa polacca, è nota da tempo, nella narrativa nazionale, come centro urbano cosmopolita, tanto da arrivare a meritarsi l’appellativo storico di “città delle quattro culture”:  polacca, ebraica, russa e tedesca. La poesia di Tuwim è stata un appello alla diversità, al pluralismo e al multiculturalismo.

La mia patria è la lingua polacca

Componendo in lingua polacca, Tuwim fu il poeta contemporaneo più letto nel periodo tra le due guerre del paese (1920-1930). Ancora oggi in Polonia sono molto apprezzati i suoi versi dedicati ai bambini (in particolare “Lokomotywa ” [Il treno]) e la sua padronanza poetica della lingua è riuscita col passare del tempo a conquistare il cuore delle successive generazioni di polacchi tanto che nel 2013 fu battezzato dal parlamento come l’ anno di Julian Tuwim.  Attualmente la sua statua troneggia sulla strada principale di  Łódź . Sono invece decisamente meno ricordate in Polonia le sue riflessioni poetiche sull’ etno-nazionalismo, sull’ autoritarismo, sull’ antisemitismo e sull’olocausto. Eppure in vita, Tuwim si è espresso diverso volte sulle possibilità e sulle difficoltà delle relazioni polacco-ebraiche durante il XX secolo. Precursore di tempi, lui stesso desiderava essere un vero ebreo polacco e voleva esser rispettato e accettato per entrambe le identità.

“La mia patria è la lingua polacca“, scrisse, cresciuto in una casa ebraica di lingua polacca, Tuwim è stato uno dei primi luminari letterari ebrei polacchi a scrivere in polacco per un vasto pubblico nazionale; come lo scrittore Bruno Schulz, Henryk Goldschmidt, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Janusz Korczak, lo scrittore Alexander Wat e il poeta Antoni Slonimski. La grande popolarità di Tuwim suscitò denunce da parte di critici etno-nazionalisti polacchi che lo accusarono di essere “culturalmente alieno in Polonia “, queste parole furono definito da Maurycy Szymel, anch’egli poeta ebreo-polacco,  “un pogrom contro il diritto di Tuwim alla letteratura polacca “.

 

“Sono Polacco perché così mi fu detto nella mia casa paterna, perché fin dalla più tenera età sono stato nutrito con la lingua di quel paese, perché mia madre mi ha insegnato poesie e canzoni polacche, perché la poesia che mi ha folgorato per la prima volta è stata quella polacca, perché ciò che nella mia vita ha avuto più importanza, la creazione poetica, per me resta impensabile in qualsiasi altra lingua, perfino in quella che io posso parlare alla perfezione.
Sono Polacco perché in polacco ho confidato i turbamenti del mio primo amore, perché in polacco ne ho balbettato le gioie e le bufere“.

Scrivendo in un’epoca e in un luogo dalle identità fortemente monolitiche, Tuwim volle riappropriarsi delle identità ebraiche e polacche.  Nel 1924 il poeta dichiarò in un’intervista: “Per gli antisemiti sono ebreo e la mia poesia è ebrea. Per i nazionalisti ebrei, sono un traditore e un rinnegato ”Tuwim voleva una Polonia più inclusiva da una parte e una maggiore integrazione ebraica in Polonia dall’altra. I suoi punti di vista e le sue posizioni erano apparentemente incompatibili –  si presentava come campione della cultura polacca ma allo stesso tempo era molto critico con l’etnazionalismo polacco;  prendeva distanza dalla cultura ebraica ma era un nemico letterario dell’antisemitismo; fermamente anti-autoritario.
Senza ombra di dubbio il principale contributo di Tuwim alla letteratura polacca è stato anche il suo principale elemento distintivo cioè l’ uso inventivo ed espressivo della lingua. Czesław Miłosz,  vincitore del Premio Nobel per la letteratura,  lo descrisse come un “virtuoso del lirismo” mentre Il critico letterario Roman Zrebowicz si è soffermato sulla padronanza linguistica del poeta ebreo polacco di Łódź , qualità che ha reso le sue opere davvero uniche: “Tutta la poesia di Tuwim ha un odore estatico come una foresta. Ogni verso ha il suo aroma particolare. ”

Tuwim ha però pagato un prezzo elevato per il suo attaccamento alla Polonia. Gli attacchi alla sua scrittura si intensificarono negli anni ’30.  Dopo l’invasione della Polonia nel 1939, Tuwim si rifugiò a ovest a Parigi, e poi in Brasile, prima di trascorrere la maggior parte degli anni di guerra a New York. Nel 1940 durante il suo esilio in Brasile scrisse un lungo riflessione poetica intitolata “Fiori polacchi” pervasa da una lunga malinconia per la distanza dalla patria denunciando  l’antisemitismo prevalente nella Polonia della Seconda Guerra Mondiale. Julian Tuwim era un alieno incapace o non disposto a staccarsi dalla sua identità ebraica. L’esilio e la diaspora, a suo dire, avevano reso gli ebrei un popolo perduto perduto. Il suo poema del 1918 “Ebrei”, scritto all’età di 24 anni, descrive gli ebrei come “persone che non sanno cosa sia una patria / Perché hanno vissuto ovunque … / I secoli hanno inciso sui loro volti / Le linee dolorose della sofferenza”. Come molti dei suoi contemporanei ebrei letterari e intellettuali in Polonia e in tutta Europa, Tuwim credeva che il futuro ebraico dipendesse dalla pari cittadinanza nel loro paese di nascita.

Nel secondo anniversario dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, Tuwim pubblicò angoscianti versi dell’Olocausto. Il suo attaccamento all’ebraismo fu una solidarietà di sofferenza. La persecuzione e il genocidio ebraico intensificarono i legami di Tuwim con l’ebraismo che si dichiarò ebreo a causa del “sangue di milioni di innocenti assassinati … Mai dall’alba dell’umanità c’è stata una tale piena di sangue martire”.

Nel 1946, insieme alla moglie, tornò a vivere definitivamente in Polonia perché credeva che una Polonia sotto la tutela comunista potesse offrire una migliore protezione per gli ebrei. Nel 1947, i coniugi Tuwim adottarono un’ orfana ebrea di Varsavia.  Fino alla fine, polacco ed ebreo, identità accomunate all’interno di questa grande anima poetica fino al 1953 insieme. La Polonia si è concentrata sulla lingua di Tuwim, trascurando l’anima di un di poeta che voleva “trarre sangue con la parola”.  Un titolo del 1974 di The Forward (טעגלעכער פֿאָרווערטס) descrisse Tuwim come “il più grande poeta ebreo” del secolo. Oggi però Tuwim resta in gran parte dimenticato nel mondo ebraico nonostante sia stato il primo grande poeta ebreo a commentare  l’Olocausto,

 

Ma allora perché ‘Noi, EBREI?’ – Vi risponderò: ‘A CAUSA DEL SANGUE’ – E allora è razzismo?! – No, non è affatto razzismo, anzi esattamente l’opposto.
Il sangue può essere di due tipi: quello che scorre nelle vene e quello che ne sgorga fuori. Il primo è una linfa corporea che in quanto tale dev’essere oggetto di studio da parte dei fisiologi. Chi invece a quel sangue attribuisce degli aspetti particolari, diversi da quelli organici, vi scorge dei poteri misteriosi -come vediamo bene oggi- condanna inevitabilmente le città alla distruzione, al massacro milioni di persone […] Il secondo tipo è proprio quello che quel capobanda del fascismo internazionale stilla all’umanità per provare la superiorità del suo sangue sul mio. È ill sangue di milioni di innocenti massacrati […] il sangue degli Ebrei (e non “il sangue ebraico”) scorre oggi in alvei più ampi e profondi“.