Justice League Snyder’s cut: l’attesa stessa è stata una versione del regista

4 anni fa andai al cinema, da solo.
Era un lunedì.
Ero in un multisala di Cracovia, quello di Galleria Kazimierz, e scambiavo sms con Antonio, un altro Dc fan. L’attesa era grande.
Purtroppo ero già stato bruciato da Batman vs Superman visto in un cinema di Nizza Monferrato con Andrea, e mi chiedevo, la Justice League, avrà subito lo stesso trattamento?

Alla fine della proiezione, camminando lungo la Vistola, il fiume che bagna Cracovia, pronto a rientrare alla mia stanza mentre mi chiedevo: è tutto qui?

No, non mi riferivo a nessuna domanda sull’universo, su dove stiamo andando o cosa. Mi domandavo se fosse possibile avere tratto materiale tra le mani e uscire con una pellicola del genere. Non era di certo peggio di Batman vs Superman ma era quasi “divertente” nel senso marvelliano dei cinecomics. In pratica non aggiungeva nulla. Quindi perché mai la Dc voleva rischiare al cinema con quella roba?

Zack Sneyder aveva abbandonato il progetto in seguito alla scomparsa della figlia e in fretta e furia arrivò un altro regista che sì, forse fece il possibile, ma no, non aveva assolutamente capito nulla della Distinta Concorrenza.

Per qualche anno ho accantonato tutto ciò, dopo averlo aggiunto nel mio grande cassetto delle delusioni. Io sono un fan di Superman, quindi delle trasposizioni cinematografiche non ho molto di cui lamentarmi, mentre con il fumetto… Seguivo la Justice League dai tempi International, di Giffen e De Matteis, e ne conservo ancora un ottimo ricordo.

Nel frattempo ne è passata di acqua sotto i ponti, mai la stessa, e finivo con l’ andare accompagnato al cinema a vedere i film Marvel che incassavano tanto al botteghino successo dopo successo e forse, mi dicevo: è tutto qui… nella vita non si può avere altro ed ero pronto a rassegnarmi di vivere nel declino della società dell’entertainment dove tutto deve sempre e solo divertire.

Poi successe qualcosa, cominciarono i rumor e arrivarono i teaser. Messaggi, addirittura striscioni nei campi di calcio inglesi: Rilasciate la Snyder Cut! Chiedevo ad Antonio, ma allora la fanno? Prima o poi.
Succede quindi che nel 2021 l’evento più democratico degli ultimi 4 anni sia proprio il rilascio della Snyder Cut perché è stata chiesta a gran voce e, democraticamente, i fan sono stati accontentati.

Oggi, trovare 4 ore e 20 da dedicare a un film non è cosa da poco. La zona rossa mi aiuta. Costretto a casa, scrivo l’ennesimo messaggio: Anto, oggi provo, ci sentiamo tra 4 ore. Non c’era bisogno di dire altro.

Il film inizia con la morte di Superman e non poteva essere altrimenti. In fondo riprende quella porcheria di Batman vs Superman. Penso ai 10 dollari dei due caffè a Metropolis e passo al sacrifico delle amazzoni. Una delle scene che non sfigurava troppo nel primo film. Mi accorgo che incomincio a paragonare, a cercare riferimenti e mi fermo quando ritrovo History of the Dc Universe, il volume di Wolfman e Perez chiamato a dare un senso al multiverso stroncato post Crisis. Snyder ha fatto i compiti, gioisco, Snyder ha studiato, Snyder è uno di noi!

Il film scorre, i personaggi che erano stati accantonati nella prima versione qui trovano una nuova vita, Flash su tutti. Non apprezzo ancora la scelta giovane, ma tant’è. Da Flash a Flashpoint ci vuole un passo e non voglio spoilerare troppo ma Barry Allen finalmente trova un suo contesto, un suo ruolo, un suo destino eroico e non è più la brutta copia dell’Uomo Ragno giovine dei Vendicatori che ci era stato proposto 4 anni fa.

Arrivano anche i Nuovi Dei di Apokolpis con Darkseid che trova la materia anti vita. La Legione dei Super eroi! Mi aspetto anche loro ma sarebbe chiedere troppo, così ecco J’onn J’Ozz consolare Lois Lane e mostrarsi alla fine del film che, per fortuna, non ruota più intorno al ritorno del figliol prodigo. Superman è importante ma non così decisivo come 4 anni fa. In quel film ci si chiedeva: ma a che serve la lega della giustizia se Superman picchia tutti in 5 minuti?
Già, manco fosse un Hulk intelligente.
Quella versione della Justice League era una brutta copia degli Avengers e questo fu il grande errore.

Zac Sneyder ha una visione tutta sua, cosa da poco in questo mondo copia incolla, e conosce benissimo il significato della parola epico. Così la sua “Cut” è epica. Trionfale nelle inquadrature, imponente nella musica e nelle scelte. Ci vuole coraggio a riproporre una pellicola sputtanata 4 anni fa. In un mondo che poi guarda solo al profitto pensare che 4 fan, ok, un po’ di più, siano riusciti nell’impresa di far completare questo film è qualcosa come “l’amore che muove il sole e le altre stelle”.

Ho quindi trepidato per Diana, Gal Gadot sarà, purtroppo per lei, legata al personaggio di Wonder Woman. Lei è l’amazzone e speriamo che Hollywood sappia perdonarle questo peccato e non la releghi sono in questo ruolo. Che dire di Bruce… certo Affleck è un Batman di montagna, che potrebbe rendere bene nella trasposizione di Red Son.

Ho già scritto due pagine e non me ne ero accorto. Che dire, il tempo è voltato da quei teaser lanciati su Youtube accompagnati dall’Hallelujah di Leonard Cohen commentati con Antonio come la solita canzone stra usata. Poi dopo 4 ore e 20 e un’ultima mezz’ora di girato quasi inedito, tra cui il Joker di Leto, ecco partire Hallelujah sui titoli di coda. Nessuna scena extra. Solo la canzone e i titoli di coda come il cinema di una volta. Finisce tutto e appare una scritta: “A Summer”. Ecco, il padre che dedica quel film che non era mai riuscito a finire alla figlia scomparsa. E questo è. La Snyder Cut è un atto d’amore durato 4 anni, toccante, come l’amore di un padre per una figlia scomparsa troppo presto. E allora, Antonio, che dire, qui, Hallelujah di Cohen calza proprio a pennello, in tutto il suo senso epico, dove Snyder è riuscito a far passare la stessa acqua sotto i ponti.

Bruno Schulz, l’illegalità di esistere di un salmone, di un Messia e di un nome

Bruno Schulz è uno scrittore ma è anche un salmone, un messia o forse un nome che risuona nelle pagine della lettera mondiale? Lo scrittore ebreo polacco è stato, ma soprattutto è tutto ciò ma non solo.

Autore di culto, apprezzato e amato, il suo lavoro può diventare una magnifica ossessione destinata a segnare intere esistenze. Italo Calvino, nome che non ha certo bisogno di presentazioni, accoglieva così la traduzione in italiano de “Le botteghe color Cannella”: «Da oggi la letteratura europea del Novecento conta tra i suoi maestri un nome in più.»

La vita mortale di Schulz finì il 19 novembre 1942, giorno in cui un ufficiale della Gestapo sparò a Schulz lungo una strada di Drohobycz. Secondo un’accreditata versione dei fatti, lo scrittore venne ucciso per una sorta di scellerata ed insipida vendetta. Il suo corpo non fu mai ritrovato dopo che fu gettato in una fossa comune.

La forza vitale dello scrittore scorre ancora potente nelle pagine delle sue opere: “Le botteghe color cannella”, “Il sanatorio all’insegna della clessidra” e “La cometa”. A questi dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, aggiungersi “Il messia”, un testo che sembra essere perduto. Sono state ritrovate solo alcune illustrazioni.

Ma chi era in realtà Schulz? Bruno è uno scrittore ebreo polacco importante per la letteratura, importante per me e importante per tanti scrittori importanti che da lui sono stati influenzati, basti citare David Grossman, Ugo Riccarelli, Cynthia Ozik e Jonathan Safrar Foer.

Cominciamo a parlare di Cynthia Ozick, scrittrice che nutre nei suoi confronti un’immensa ammirazione. A lui ha infatti dedicato “Il messia di Stoccolma”, un romanzo pubblicato nel 1987 animato da tratti grotteschi e ossessivi. Il protagonista dell’opera è infatti un recensore di libri che nessuno legge di nome Lars, ossessionato dalla sua provenienza. Sa, infatti, di essere arrivato in Svezia da bambino e di esserci arrivato da quel paese lì, dalla Polonia.

Lars vive solo per i libri, ossessionato dall’opera mancante di Schulz, tanto da autoconvincersi che Bruno sia suo padre. Non solo ne è fortemente convinto, lui sa che Schulz è suo padre. “Ho tutti i particolari del suo viso, lo conosco a memoria. Conosco quasi ogni parola che abbia scritto. Padre e figlio. Ci assomigliamo come due gocce d’acqua. Lo stesso naso – lo vede il mio mento come finisce a punta? E non è neanche una questione di lineamenti: c’è affinità – la sua voce, la sua mente”.

In questo modo potremmo dire che Schulz è quindi il padre di ogni scrittore “mitico”. Seguendo invece le tracce della sua biografia e del suo romanzo, Le botteghe color cannella, Ugo Riccarelli dipinse un altro ritratto di “un uomo che forse si chiamava Schulz”. La vicenda ha qui inizio in una cittadina della sonnacchiosa Galizia imperiale, prima polacca, poi sovietica e oggi ucraina, dove la famiglia Schulz gestisce un negozio di tessuti al dettaglio. Tra queste mura infinite Bruno impara a fuggire dalla realtà dipingendo, scrivendo e sognando. Ma non si può fuggire in eterno. La storia, quella della guerra degli uomini arriva a sconvolgere anche questo angolo di mondo…

Apprendiamo quindi che la letteratura ha perso questo suo padre a causa dello Shoah, tragedia che rappresenta una drammatica perdita in campo letterario (e non solo ovviamente).

Come ci viene descritto nel saggio “Shtetl” di Eva Hoffman (pubblicato da Einaudi) esisteva un mondo davvero unico e irripetibile che viveva all’interno di migliaia di piccoli villaggi dell’Europa dell’Est. Hoffman si è concentrata su un paesino di nome Bransk, nella campagna polacca ai confini con l’attuale Bielorussia, che prima della guerra annoverava circa 4600 abitanti, equamente divisi fra ebrei e cristiani. Oggi non ci sono più ebrei a Bransk. Rimangono solo tracce ed echi che risuonano di tristezza, rabbia, senso di colpa e negazione del passato. In Polonia continuano a vivere alcune migliaia di ebrei, ma la loro cultura, le loro comunità sono scomparse. I villaggi ci sono ancora, ma il mondo che vi pulsava, i negozi, il suono dello yiddish e dell’ebraico, non ci sono più. E dire che proprio nello shtetl – diminutivo di shtot, in yiddish «città» – nel corso dei secoli si era realizzata un’esperienza multietnica, caratterizzata dalla compresenza di due società povere, gli ebrei ortodossi e un mondo contadino premoderno; lo shtetl era diventato una realtà sociale insolita, ma dotata di straordinarie risorse. È questa realtà sociale che Eva Hoffman, attraverso l’indagine scientifica e la ricerca sul campo, indaga con minuzia e passione: nel tentativo di spiegare perché nello shtetl gli ebrei furono oggetto della più incontrollata crudeltà da parte dei vicini, ma anche della più spontanea generosità; e nella speranza che una ricostruzione storica obiettiva sia anche un messaggio di tolleranza.”. Questa era la Drohobycz di Schulz.

Mancanze improvvise e tragiche, pagine non scritte, amore e vita che ci sono stati tolti, portati via, rubati, strappati con inaudita e insensata violenza. Bruno Schulz, scrittore assunto a mito letterario concreto, tanto che David Grossman nel suo “Vedi alla Voce Amore” si immagina la metamorfosi dello scrittore polacco che rifugge da tutto, per precipitarsi nel gorgo della storia, mutando in un salmone in “Quel paese là”.

Un altro grande scrittore Jonathan Safran Foer ha invece dedicato a Schulz una vera e propria tangibile scultura letteraria. L’autore di “Ogni cosa è illuminata” ha estrapolato le parole presenti nei racconti “La via dei Coccodrilli”, uno dei libri preferiti di Foer per ricreare, omaggiando, qualcosa di completamente nuovo.

Tree of Codes, questo il titolo del romanzo/esperimento, rimasto da noi inedito può di fatto paragonarsi ad un opera di cesello. Le sue frasi nascono da ritagli, si fanno intravedere nelle pagine successive ma sono tutte frutto del genio di Schulz.

Queste le parole di Safran Foer, intervistato all’epoca, in merito a Tree of Codes: “Ci sono cose per cui hai un amore passivo, altre che ami attivamente. In questo caso, sentivo il bisogno di fare qualcosa con The Street of Crocodiles. Poi ho cominciato a riflettere su come sono fatti i libri, come saranno in futuro, come la loro forma stia cambiando molto velocemente. Se non ci dedichiamo una riflessione approfondita, non andrà a finire bene. C’è un’alternativa agli e-book. E io amo la fisicità dei libri.”

Bruno Schulz è uno scrittore, un salmone, un messia o forse un nome?

«Da oggi la letteratura europea del Novecento conta tra i suoi maestri un nome in più.» Così nel 1970 Italo Calvino salutava la traduzione in italiano dell’unico libro di Bruno Schulz, pittore e scrittore ebreo polacco ucciso nel 1942 dalla pallottola di un ufficiale nazista.

Il 19 novembre 1942 un ufficiale della Gestapo spara a Schulz lungo una strada di Drohobycz. Secondo un’accreditata versione dei fatti, Bruno Schulz venne ucciso per una sorta di scellerata ed insipida vendetta. Il suo corpo non fu mai ritrovato, gettato in una fossa comune.

Lo scrittore polacco vive ancora nelle sue opere: “Le botteghe color cannella”, “Il sanatorio all’insegna della clessidra” e “La cometa”. A ciò dovrebbe aggiungersi “Il messia”, un testo andato perduto, di cui sono state ritrovate solo alcune illustrazioni.

Ma chi era in realtà Bruno Schulz? Bruno Schulz è uno scrittore ebreo polacco importante per la letteratura, importante per me e importante per scrittori importanti che da lui sono stati influenzati, come ad esempio David Grossman, Ugo Riccarelli, Cynthia Ozik e Jonathan Safrar Foer.

Partiamo da Cynthia Ozick che nutre nei suoi confronti un’immensa ammirazione. A lui ha infatti dedicato “Il messia di Stoccolma”, un romanzo uscito nel 1987 animato da tratti grotteschi e ossessivi. Il protagonista è un recensore di libri che nessuno legge, Lars è quasi ossessionato dalla sua provenienza. Sa di essere arrivato in Svezia bambino e di esserci arrivato dalla Polonia

Vive solo per i libri, ossessionato dall’opera mancate di Schulz, tanto da autoconvincersi che Schulz sia suo padre. Non solo è convinto, lui sa che Schulz è suo padre. “Ho tutti i particolari del suo viso, lo conosco a memoria. Conosco quasi ogni parola che abbia scritto. Padre e figlio. Ci assomigliamo come due gocce d’acqua. Lo stesso naso – lo vede il mio mento come finisce a punta? E non è neanche una questione di lineamenti: c’è affinità – la sua voce, la sua mente”.

Schulz è quindi il padre di ogni scrittore. Seguendo invece le tracce della sua biografia e del suo romanzo, Le botteghe color cannella, ma soprattutto lasciandosi ispirare dai vuoti di quel libro e di quella vicenda, Ugo Riccarelli dipinge il ritratto di “un uomo che forse si chiamava Schulz”. La storia inizia in una cittadina della sonnacchiosa Galizia imperiale, poi polacca, sovietica e infine ucraina, dove la famiglia Schulz ha un negozio di tessuti al dettaglio. Qui Bruno impara a fuggire dalla realtà dipingendo, scrivendo e soprattutto sognando. Ma non può fuggire sempre, soprattutto quando la Grande Storia arriva anche nel suo angolo di mondo…

Il mondo della letteratura ha perso questo suo padre a causa dello Shoah, tragedia che rappresenta una drammatica perdita in campo letterario (e non solo ovviamente).

Come ci viene descritto nel saggio “Shtetl” di Eva Hoffman (pubblicato da Einaudi) esisteva un mondo davvero unico e irripetibile che viveva all’interno di migliaia di piccoli villaggi dell’Europa dell’Est. Eva Hoffman si è concentrata su un paesino di nome Bransk, nella campagna polacca ai confini con l’attuale Bielorussia, che prima della guerra contava circa 4600 abitanti, equamente divisi fra ebrei e cristiani. Oggi non ci sono più ebrei a Bransk. Soltanto tracce ed echi che risuonano di tristezza, rabbia, senso di colpa e, a volte, negazione del passato. In Polonia continuano a vivere alcune migliaia di ebrei, ma la loro cultura, le loro comunità sono scomparse con la Seconda guerra mondiale. I villaggi ci sono ancora, ma il mondo che vi pulsava, i negozi, il suono dello yiddish e dell’ebraico, non ci sono più. E dire che proprio nello shtetl – diminutivo di shtot, in yiddish «città» – nel corso dei secoli si era realizzata un’esperienza multietnica, caratterizzata dalla compresenza di due società povere, gli ebrei ortodossi e un mondo contadino premoderno; lo shtetl era diventato una realtà sociale insolita, ma dotata di straordinarie risorse. È questa realtà sociale che Eva Hoffman, attraverso l’indagine scientifica e la ricerca sul campo, indaga con minuzia e passione: nel tentativo di spiegare perché nello shtetl gli ebrei furono oggetto della più incontrollata crudeltà da parte dei vicini, ma anche della più spontanea generosità; e nella speranza che una ricostruzione storica obiettiva sia anche un messaggio di tolleranza.”.

Parlavamo di mancanza, di pagine non scritte, di quello che ci è stato tolto, portato via, rubato, strappato con violenza. E a questo punto non possiamo non parlare di Bruno Schulz, l’autore de “Le botteghe color cannella”, scrittore diventato un vero e proprio mito letterario. Lo stesso David Grossman nel suo “Vedi alla Voce Amore” si immagina la metamorfosi dello scrittore polacco che rifugge da tutto, precipitando nel gorgo della storia, mutandosi in un salmone in “Quel paese là”. Un paese che ha visitato, suo malgrado, la zia Itka, il cui numero tatuato sul braccio sarà per sempre muto testimone del campo di sterminio in cui venne imprigionata.

Bruno e l’illegalità di esistere (di Fabio Izzo)

In un creato a dimensione divina Bruno aveva smesso di resistere.

Una solar in più lo aveva allontanato dall’esistenza.

Bruno aveva perso il suo Messia, l’aveva nascosto in qualche pozzanghera il giorno dopo piovuto, l’aveva immerso in  un campo di grano appena trebbiato, lo aveva inzuppato in una tazza marrone di caffè rendendolo attivo e ipnotico, lo aveva mimetizzato nell’odore del pane caldo che inonda l’aria delle mattine estive.

Perché Bruno, come solo lui sapeva fare, amava la Stagione, tanto che l’estate l’aveva definita sua, tutta.

Il Messia di Bruno, in quella che per lui era la stagione prima, aveva avuto vita propria.

Un dono inaspettato in tempi che non aspettavano di sicuro la vita.
Giorni che ormai sembrano essere dimenticabili, in questo tempo non prezioso che ha asfaltato violentemente i pensieri felici; altri messia si erano affacciati ,con altre identità, predicando il disprezzo per l’originale, se non proprio che il disprezzo per Bruno stesso, ultimo rappresentante di una razza non resistente.

Tutto ciò avveniva seguendo il ciclo del sole, da quando era nato, da quando quel celato mistero della nascita l’aveva inaspettatamente scaraventato sulla parte lucida del mondo.
Solo che a lui, non l’avevano avvertito; nessuno lo considerava e tanto meno nessuno l’avrebbe avvertito nei suoi  sorrisi spezzati e così il suo primo sguardo sul mondo cadde pieno di meraviglia.

Meraviglia tutta e ultima.

Meraviglia coraggiosa che si frantuma contro la vigliaccheria del mondo. Coraggiosi risultavano essere i suoi occhi ad aprirsi ostinatamente conoscendo solo il buio.

La prima cosa che vide fu  l’insieme di tutte quelle variazioni della luce che poi avrebbe imparato a chiamare colori, il nero. Meraviglia era quella linea che divideva il chiaro dallo scuro, meraviglia erano quei  cavalieri dorati che bucavano l’oscurità con il loro coraggio di risplendere nella notte.

Aveva dimenticato i pesanti Golem, le lettere sacre, le vendette dall’alfa al beta, Bruno al suo Messia aveva prestato, senza chiedere nulla in cambio in un gesto di amore assoluto, il suo sguardo sul mondo.

Il Messia doveva così vedere, sarebbe stato costretto dunque a vedere con gli occhi di Bruno ma in questo momento era un Messia distratto che non stava guardando.

Elaborava dati, concetti, pergamenava tutto.
Il creato intero era steso sulla sua pergamena.

Aveva abbandonato Bruno, era fuoriuscito dalle sue mani e se ne era andato per una parusia fine a se  stessa.

Abbandonato Bruno, si guardava le mani e le chiudeva, le apriva, le stringeva, le faceva mulinare nel vuoto come se le sue mani avessero ancora qualcosa del Messia in loro e come se quel qualcosa fosse destinato al mondo e Bruno, allora,voleva distillare ogni goccia di tutto  da quelle sue mani, scrutandole, osservandole e rimuginandoci sopra.

Sono mani: hanno cinque dita, cinque strade verso dio più o meno lunghe, protese verso la mortalità di chiunque.

Sono mani: pelose, con i palmi glabri, sacri agli indù e al sacro burro.

Sono mani: possono aprirsi, possono aprire la strada verso dio e possono chiudersi, chiudersi infinite volte su stesse in spirali e forme elicoidali.
Possono dischiudersi e perdere qualsiasi sentiero per l’immortalità.
Possono stringere, possono stringere altre mani, altri amori, possono stringersi e serrarsi su promesse, su parole di odio e di morte.

Sono mani che possono ferire, come  procrastinare l’immortalità.
Sono anche  mani che possono offendere.

Ma Bruno sa, sa che le sue mani, trattengono e rilasciano parole di getto, che inaspettatamente immortalano lamine di tempo bianche.

Sa che sono mani che creano e sospetta che derivi proprio da queste mani la sua illegalità a vivere. Le guarda, le studia, non le sa leggere ma le sa portare.
Le chiude, stringe i palmi e li nasconde serrati nelle tasche profonde di oscurità, per ogni anima immortale o maledetta a essere tale.

È buffo come un ponte si stenda sempre di fronte ai destini umani:

Sopra un ponte ci stanno i demoni ad aspettarti, sotto il ponte i demoni ti hanno già preso, il resto è solo acqua che scorre incurante della tua miseria umana. Salve, sono Bruno Schulz!”stava parlando riflettendosi a secco in un tazza stagnante di pensieri e caffè:

E un giorno morii, a caso e nemmeno tanto a stento.i ncredibile la storia della mia trasformazione. Io piccolo matto scrittore provinciale con la sola unica e massima ambizione di arrivare a intravedere i tessuti arcani del creato. Non sono mai stato padre anche se ho creduto all’amore.

Ho creduto all’amore sbagliato dove io, per paura, davo tutto me stesso.

E devo dire che si presero tutto, sempre.

E rimasi con le piccole piume di un pavone a sventolare sugli spiragli di questa realtà. Ma la storia o almeno la mia storia, piccola macchia di caffè in qualche sperduto luogo d’atlante universale, quella stessa storia che è arrivata alla mia proclamazione di morto è ben più lungo di un caffè annacquato. Ricordo che nacqui, avvolto in mitologie pre-esistenti già a mio padre, così uscii, io frutto di qualcosa già consacrato ad altro.

Quelle lenzuola furono le mie nubi, gli spettri del mio disagio.

Ritrovarmi nuovamente avvolto in cose vecchie. Ne tiravo i lembi già da piccolo perché a me, troppo stretti. La mia prima parola forse fu mamma, che in seguito riguardo a quella mitologia di cui accennavo prima, dovetti trasformare in madre. Le parole hanno un loro rigido significato.

È la mente umana che le rende elastiche assottigliandone la forma per maneggiarle al meglio. Siamo capaci di plagiare la volontà delle parole in atti di diversi significati. E così io lo imparai presto che la gente non dice quello che vuole dire ma solamente quello che riesce a dire.

Come me, come voi, in questa bocca inzuffata di cozze in sorrisi smorzati per me.

Poi d’improvviso ricordo.

Sono solo un povero piccolo pazzo scrittore provinciale che troppe volte ha sfidato gli dei , solo per essere ignorato. A coloro che gli dei temono recano loro in dono la pazzia. Poi scoprirono il caffè e lo diedero in dono agli artisti, reietti tra i pazzi.

Gente che in una tazza, in un fondo, non vede un futuro affondato ma un presente compresso privo di comprensione..”

Nel 1973 il regista polacco Wojciech Has ha realizzato un lungometraggio da “Il Sanatorio all’insegna della Clessidra”, The Hour-Glass Sanatorium (Polish: Sanatorium pod klepsydrą) recentemente ristampato in Dvd per il mercato inglese.

Bruno aveva perso il suo Messia, l’aveva nascosto in qualche pozzanghera il giorno dopo piovuto, l’aveva immerso in  un campo di grano appena trebbiato, lo aveva inzuppato in una tazza marrone di caffè rendendolo attivo e ipnotico, lo aveva mimetizzato nell’odore del pane caldo che inonda l’aria delle mattine estive.

Perché Bruno, come solo lui sapeva fare, amava la Stagione, tanto che l’estate l’aveva definita sua, tutta.

Il Messia di Bruno, in quella che per lui era la stagione prima, aveva avuto vita propria.

Un dono inaspettato in tempi che non aspettavano di sicuro la vita.
Giorni che ormai sembrano essere dimenticabili, in questo tempo non prezioso che ha asfaltato violentemente i pensieri felici; altri messia si erano affacciati ,con altre identità, predicando il disprezzo per l’originale, se non proprio che il disprezzo per Bruno stesso, ultimo rappresentante di una razza non resistente.

Tutto ciò avveniva seguendo il ciclo del sole, da quando era nato, da quando quel celato mistero della nascita l’aveva inaspettatamente scaraventato sulla parte lucida del mondo.
Solo che a lui, non l’avevano avvertito; nessuno lo considerava e tanto meno nessuno l’avrebbe avvertito nei suoi  sorrisi spezzati e così il suo primo sguardo sul mondo cadde pieno di meraviglia.

Meraviglia tutta e ultima.

Meraviglia coraggiosa che si frantuma contro la vigliaccheria del mondo. Coraggiosi risultavano essere i suoi occhi ad aprirsi ostinatamente conoscendo solo il buio.

La prima cosa che vide fu  l’insieme di tutte quelle variazioni della luce che poi avrebbe imparato a chiamare colori, il nero. Meraviglia era quella linea che divideva il chiaro dallo scuro, meraviglia erano quei  cavalieri dorati che bucavano l’oscurità con il loro coraggio di risplendere nella notte.

Aveva dimenticato i pesanti Golem, le lettere sacre, le vendette dall’alfa al beta, Bruno al suo Messia aveva prestato, senza chiedere nulla in cambio in un gesto di amore assoluto, il suo sguardo sul mondo.

Il Messia doveva così vedere, sarebbe stato costretto dunque a vedere con gli occhi di Bruno ma in questo momento era un Messia distratto che non stava guardando.

Elaborava dati, concetti, pergamenava tutto.
Il creato intero era steso sulla sua pergamena.

Aveva abbandonato Bruno, era fuoriuscito dalle sue mani e se ne era andato per una parusia fine a se  stessa.

Abbandonato Bruno, si guardava le mani e le chiudeva, le apriva, le stringeva, le faceva mulinare nel vuoto come se le sue mani avessero ancora qualcosa del Messia in loro e come se quel qualcosa fosse destinato al mondo e Bruno, allora,voleva distillare ogni goccia di tutto  da quelle sue mani, scrutandole, osservandole e rimuginandoci sopra.

Sono mani: hanno cinque dita, cinque strade verso dio più o meno lunghe, protese verso la mortalità di chiunque.

Sono mani: pelose, con i palmi glabri, sacri agli indù e al sacro burro.

Sono mani: possono aprirsi, possono aprire la strada verso dio e possono chiudersi, chiudersi infinite volte su stesse in spirali e forme elicoidali.
Possono dischiudersi e perdere qualsiasi sentiero per l’immortalità.
Possono stringere, possono stringere altre mani, altri amori, possono stringersi e serrarsi su promesse, su parole di odio e di morte.

Sono mani che possono ferire, come  procrastinare l’immortalità.
Sono anche  mani che possono offendere.

Ma Bruno sa, sa che le sue mani, trattengono e rilasciano parole di getto, che inaspettatamente immortalano lamine di tempo bianche.

Sa che sono mani che creano e sospetta che derivi proprio da queste mani la sua illegalità a vivere. Le guarda, le studia, non le sa leggere ma le sa portare.
Le chiude, stringe i palmi e li nasconde serrati nelle tasche profonde di oscurità, per ogni anima immortale o maledetta a essere tale.

È buffo come un ponte si stenda sempre di fronte ai destini umani:

Sopra un ponte ci stanno i demoni ad aspettarti, sotto il ponte i demoni ti hanno già preso, il resto è solo acqua che scorre incurante della tua miseria umana. Salve, sono Bruno Schulz!”stava parlando riflettendosi a secco in un tazza stagnante di pensieri e caffè:

E un giorno morii, a caso e nemmeno tanto a stento.i ncredibile la storia della mia trasformazione. Io piccolo matto scrittore provinciale con la sola unica e massima ambizione di arrivare a intravedere i tessuti arcani del creato. Non sono mai stato padre anche se ho creduto all’amore.

Ho creduto all’amore sbagliato dove io, per paura, davo tutto me stesso.

E devo dire che si presero tutto, sempre.

E rimasi con le piccole piume di un pavone a sventolare sugli spiragli di questa realtà. Ma la storia o almeno la mia storia, piccola macchia di caffè in qualche sperduto luogo d’atlante universale, quella stessa storia che è arrivata alla mia proclamazione di morto è ben più lungo di un caffè annacquato. Ricordo che nacqui, avvolto in mitologie pre-esistenti già a mio padre, così uscii, io frutto di qualcosa già consacrato ad altro.

Superman, quando l’uomo d’acciaio incontrò l’uomo di ferro nella PRL

Nella continuity ufficiale del multiverso Dc i super eroi vennero messi sotto scacco da Hitler che, grazie al potere della Lancia di Longino, impediva a Superman e company di sbarcare in Europa.

Questa è la spiegazione ufficiale che la Distinta Concorrenza diede in merito, così se Capita America poteva dinamicamente balzare tra una trincea e l’altra, Superman no. So che tutto ciò sembra un ragionamento tra i due commessi di Clerks, ma se ci fermiamo un attimo a pensare, l’ultimo Kryptoniano avrebbe tranquillamente potuto fermare la guerra da solo, almeno nei fumetti, ma la magia, assieme alla kyrptonite è un suo tallone d’Achille.

Risulta inoltre interessante approfondire il tema della Lancia del Destino, fondamentale anche per l’universo Dc cinematico, vista la sua importanza nella pellicola dedicata a Constantine, che intreccia la sua storia con la città di Cracovia.

Secondo tradizione, la lancia del Destino, altresì conosciuta come la lancia di Longino, è la lancia che l’omonimo centurione romano avrebbe usato per ferire il costato di Cristo. Una volta intrisa del sangue divino l’arma avrebbe acquisito poteri sovrannaturali. Lo stesso Hitler, in realtà, era molto interessato a questo genere di artefatti e dedicò anni e uomini alle ricerche esoteriche, tanto che la Chiesa durante la IIGM decise di nascondere la Sacra Sindone nel santuario di Montervergine, nell’entro terra irpino, per proteggere la reliquia dall’interesse nazista.

La lancia di Longino, secondo tradizione, si troverebbe a Lanciano, città che prende, per l’appunto, il proprio nome dal centurione romano. Una sua copia si trova invece al museo del Wawel di Cracovia.

Può essere bastata questa presenza a tenere lontano l’Uomo d’Acciaio e i suo compagni dalla PRL?

Superman eroe proibito della Prl

La condizione dei fumetti nella Repubblica popolare polacca fu decisamente paradossale. La forma narrativa, ma la definizione stessa del genere, vennero equiparati dalle autorità comuniste alla cultura consumistica e capitalista occidentale. Dopo una prima opposizione ideologica le autorità della Repubblica popolare polacca cominciano a usare la nona arte e i suoi prodotti come propaganda utile per raggiungere i propri scopi. La propaganda fu l’obiettivo principale della narrazione dei fumetti e l’interferenza storica ne divenne l’elemento portante. La propaganda usata dalle autorità serviva a dimostrare l’ufficialità dell’amicizia tra la Polonia e l’Unione Sovietica. D’altro caso l’uso dei fumetti, nel gioco politico storico, permise di creare un’immagine demoniaca del nemici occidentali, a partire dalla Germania per arrivare agli Stati Uniti. Tutto quello che, politicamente e culturalmente, era collegato all’Occidente veniva etichettato come ostile.
I fumetti, come il cinema, sono sempre stati un ottimo strumento di propaganda nelle mani dei governi. Le semplificazioni ideologiche e le tonalità contrastanti espressi nelle loro pagine sono un ottimo esempio di discorso ideologico.
Tanti che Stefan Arski, sul numero 2 di Nowa Kultura pubblicato nel 1952, nell’articolo Superman e l’analfabetismo di ritorno (“Superman i powrotny”) scrisse quanto di seguito: “Stampato su 48 pagine da quattro soldi, abbellito da una copertina vistosa e venduto a dieci centesimi. I testi che accompagnano le immagini sono rozzi, primitivi. I dialoghi, i più delle volte, vengono sostituiti da onomatopee come “ch!”, “Au!”o
“Brr!”. Una violenza alla lingua. Ma lo violenza è di per se una parte essenziale del fumetto. La violenza è sempre in diverse forme: percosse, sparatorie, soffocamento, tortura – ecco l’esca che attira l’acquirente […]. Questa è una nuova forma di pornografia, pornografia che deriva dal culto della violenza ”

A questo punto mi sembra però giusto dire che in realtà questo era un po’ ovunque lo spirito dei tempi. Infatti dall’altra parte dell’Oceano non è che le cose andassero molto meglio al fumetto in quel periodo. Infatti nel 1954 negli Stati Uniti esce il saggio Seduction of the Innocent (La seduzione dell’Innocente) di Fredric Wertham, scritto come un vero e proprio atto di denuncia nei confronti dei fumetti, dipinti come una forma deteriore di letteratura popolare e una delle principali cause di delinquenza giovanile.


La nascita dei super eroi dopo caduta della Repubblica popolare polacca

In epoca comunista, i fumetti erano visti come una manifestazione della decadente cultura occidentale. Negli ultimi vent’anni le storie illustrate hanno guadagnato popolarità e oggi si possono ottenere i titoli più famosi e apprezzati sul mercato polacco. Prima del 1989 in Polonia venivano pubblicati solo pochi fumetti come Tytus , Kajko e Kokosz o Kapitan Żbik , ma in generale agli editori non gli piacevano i fumetti  anche perché non avevano la possibilità di stampare storie su carta di qualità decente. A volte mancava addirittura la carta igienica, quindi era inutile aspettarsi una buona carta da stampa. In seguito ai cambiamenti politici, il mercato editoriale fu inondato da fumetti . Dopo l’89 la Polonia si aprì al mondo e accolse a braccia aperte il McDonald, la democrazia, quella delle elezioni libere con centinaia di partiti politici a seguito e la possibilità di acquistare fumetti americani o francesi.

Da Cracovia a Krypton

L’assonanza tra la città polacca e il mondo natale di Jor El ha un suo fondamento storico, in fondo “The man of Steel” è nato come “The man of Shtetl”. Il fumetto, il mondo della graphic novel, il movimento undergound dei Comx, le convention, tuto ciò ha radici ebraiche. Diversi artisti e creatori di fumetti erano ebrei, proprio come Jerry Siegel e Joe Shuster i due papà di Superman. Chi fosse interessato può approfondire il tema leggendo l’eusariente volume di Ariel Kaplan ” From Krakow to Krypton”.


Da appassionato lettore di Superman ho vissuto con difficoltà i miei anni polacchi. Solo recentemente ho visto evolversi lì il mercato del fumetto. Ricordo ancora con affetto, nell’amarcord, della mia stringente memoria, le centinia di sguardi smarriti ricevuti dalle varie commesse a cui chiedevo un miracolo, quello di trovami una edizione polacca di Superman. Le stesse difficoltà le vissi durante la stesura del graphic novel “Uccidendo il secondo cane”, incentrata sulla figura dello scrittore polacco Marek Hłasko. “Cosa fai in Polonia?”, mi chiedevano. Scrivo un fumetto, rispondevo, ricevendo un grande “Boh” come risposta. Sono così riaffiorati, durante le ricerche fatte per questo post, anche i diversi discorsi fatti con la mia ex ragazza dell’epoca che no, non capiva, non poteva davvero capire purtroppo tutti i miei riferimenti a Lois Lane e alla fortezza della Solitudine. Così come quelli a Happy Days e Rickie Cunningham. Il nostro punto d’incontro “pop” fu Melmac e non Krypton. Non il pianeta di Superman quindi. Non l’alieno eroico, ma Alf, quello comico, la cui serie fu trasmessa in Polonia dopo la caduta del muro.

Il miracolo avvenne questo natale, quando su Allegro, la versione polacca di ebay, trovai un venditore di Lodz disposto a spedire dei fumetti in Italia. Cosa non sempre scontata. Comprai così delle copie di Kapitan Kloss, una delle serie polacche di fumetti più apprezzate e longeve della PRL, di cui magari parlerò in un altro post in futuro. Ma dicevo, tra le aste online trovai anche una copia polacca dei 50 dedicati ai 50 anni di Superman che fu pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti il 18 Aprile del 1938 e tagliò il traguardo dei 50 nel 1988. Il canto del cigno della PRL avvenne nel 1989. L’uomo d’acciaio poteva così, finalmente, essere pubblicato nel pase dell’Uomo di ferro (Człowiek z żelaza, film che nel 1981 si aggiudicò la Palma d’oro al Festival di Cannes.



Miłosz, tra politica, spiritualità, poesia e Lituania

Alle quattro del mattino

Dai versi della Szymborska apprendiamo che
“Nessuno sta bene alle quattro del mattino.
Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino
– le nostre congratulazioni”
.

Verosimilmente, questi versi, potrebbero descrivere lo stato d’animo di Miłosz alle 4 del mattino del 9 ottobre 1980. In quel preciso momento il telefono di casa sua squillò. Una telefonata era partita dalla Svezia per avvisarlo della vittoria del premio Nobel per la letteratura appena vinto, le congratulazioni furono rimandate tanto che lo stesso Miłosz rispose: “Non può essere vero” , commentò all’interlocutore, pensando forse a uno scherzo di cattivo gusto, poi riattaccò e tornò a dormire.

Almeno questo è quanto era solito raccontare lui stesso a proposito, romanzando, forse, l’accaduto. Dagli anni ’60 Miłosz lavorava come docente a Berkeley, presso l’Università della California, dove invitò poi a insegnare anche il poeta lituano Tomas Venclova. In America Miłosz era praticamente sconosciuto come scrittore; solo alcune sue opere erano state tradotte in inglese mentre in Polonia i suoi scritti erano stati vietati a partire dalla sua defezione del 1951. Certo, nell’Europa orientale qualcuno lo ricordava con antipatia avendolo etichettato come un traditore, mentre altri invece nutrivano un profondo affetto e una sincera ammirazione per i suoi versi. Grazie a quest’ultimi il suo lavoro continuò a circolare in Patria, ovviamente non attraverso la distribuzione dei canali ufficiali, ma in alcune pubblicazioni clandestine.

La voce dei pensieri segreti

Negli anni ’60 e ’70 il nome di Miłosz, negli ambienti ufficiali, era praticamente bandito in Polonia tanto che il poeta nel 1970 confidò ad un suo amico : “Comincio a dubitare sempre di più che la mia esistenza sia come quella di un fantasma in una seduta spiritica. . . che non sa però se i suoi colpi siano poi avvertiti da qualcuno”. Fortunatamente questi dubbi esistenziali non gli impedirono di continuare a scrivere anche se, come lui stesso confidò in un’intervista del 1991 si era già rassegnato a essere “un poeta illustre, soddisfatto di una dozzina di lettori”.

Inevitabilmente, in seguito al conferimento del premio Nobel, molte cose finirono con il cambiare e così a anche i suoi scritti politici riuscirono a raggiungere un numero maggiore di lettori rispetto alla dozzina citata poc’anzi dall’illustre poeta. Opere importanti come “La mente prigioniera” che per lo scrittore polacco Tadeusz Kwiatkowski era “la voce dei pensieri segreti dei circoli letterari polacchi” finirono così sugli scaffali delle librerie di molti paesi. Ma bisogna dire che Miłosz non si interessò solo di politica, anzi nelle sue opere vengono toccati diversi altri argomenti come ad esempio la religione, la morte, il senso dell’esistenza, la natura del peccato e quella del male.

Resistere all’ossessione della scienza

La società dell’epoca, a suo dire, era superficiale, ormai spiritualmente impoverita del tutto, ossessionata com’era dalla scienza e incapace di affrontare adeguatamente la questione del male. Miłosz abbracciava una visione manichea del mondo, realtà che per lui era ostile, tanto che la vita stessa si riduceva a una resistenza continua agli attacchi delle forze distruttive della morte. Miłosz che aveva “resistito” all’invasione nazista del suo paese prima e allo stalinismo poi, aveva imparato a “resistere” creando poesia. Imparò quindi a usare la parola come un vero e proprio atto di resistenza, riversandovi tutta la sua essenza vitale, la sua curiosità, il suo impegno politico e la sua spiritualità.

La Lituania di Miłosz

Secondo Tomas Venclova, traduttore lituano di Miłosz e suo collega a Berkeley, la poesia polacca e quella lituana, nel tempo, hanno avuto uno sviluppo abbastanza simile. Vero è che diversi autori lituani fecero parte del movimento della Giovane Polonia, come ad esempio Juozapas Albinas Herbačiauskasm personalità molto nota a Cracovia, infatti Miłosz lo conosceva anche se non lo ha menzionato nelle sue opere.

Il poeta polacco e i suoi contemporanei cercarono di cogliere le tentazioni del loro tempo, in un tentativo di “opposizione cosciente”, per creare una letteratura “storica” che fosse capace di affrontare adeguatamente le sfide del proprio tempo. Miłosz guardò alla Lituania in modo realistico, sobrio, descrivendolo senza nascondere nulla e senza giustificare nulla, conservandola nella sua memoria come un’arcadia perduta, seguendo il solco tracciato dall’altro grande poeta polacco legato alla Lituania e, in particolar modo alla città di Vilnius, Mickiewicz. Forse questo è l’unico atteggiamento corretto che si può avere verso la propria terra, l’unico vero amore praticabile nei confronti della la propria patria.