Il circo degli dei 24: la notte di San Giovanni

Stasera è la notte di San Giovanni o meglio ora è sera, dopo sarà notte. Questa è una notte magica che raccoglie magia ovunque. Il mondo magico, quello antico, che si arresta lì, alla segnaletica del tempo digitale, sparacchia qua e là, come impazzito, i suoi ultimi incantesimi.

Era una splendida notte come solo le splendidi notti di giugno sanno ancora essere nel ciclo perpetuo del calendario feriale, sotto il tepore del loro maestoso cielo stellato.
Il mio stato di eccitazione deriva dall’alcool in circolo nel mio sangue, presente in quantità post industriale; l’ambrosia del fallimento riassunta per ettolitri in centimetri quadrati di vodka (troppa) e succo d’arancia (troppo poco).

Avevo imparato a bere la Vodka in un lontano capodanno di tanti anni fa, a Bratislava, dove ci sono le donne più belle del mondo, o almeno così dicono da quelle parti ma sempre per dire il vero, lo dicono in tutte le parti del mondo. Ero a Bratislava per sbaglio. Non che Bratislava sia un brutto posto, non è nemmeno il peggior posto del mondo, è stato giusto il posto sbagliato. Buffo come solo nella mia mente qualcosa di giusto possa risultare sbagliato. Poco mi importava del Danubio, del Castello, del museo degli orologi. Io cercavo un biglietto aereo per un appuntamento a Breslavia con una splendida ragazza polacca conosciuta su internet. La mia solita fortunata conoscenza dell’altra Europa mi portò invece con il finire solitario sulla riva destra del Danubio.
Imparai così, come il più classico degli anti eroi, solitario e decadente, a bere bicchierini di vodka locale venduta in un minuscolo un banchetto di legno, per intenderci tipo quello di Lucy e dei suoi consigli psichiatrici nei “Peanuts” di Charles Schulz, ad una cifra che si aggirava inverosimilmente attorno ai 19,99999999 centesimi di euro a bicchierino. Tornai da Bratislava con un indelebile sapore di sconfitta in bocca, retrogusto alla vodka di patate.

Anche adesso, come allora, non ho donne con me. Solo che al contrario di allora, non ne sto cercando. Raramente o troppo spesso, a seconda di come si preferisce guardare la cosa, ho avuto compagne di viaggio durante la mia immobilità di resistenza a questi luoghi.
E tutte si sono perse nel mio passato.

La colonna sonora di questo momento potrebbe essere benissimo un vecchio successo sbiadito dalle sabbie del tempo, un singolo dei Public Image Limited di Johnny Rotten “this ain’t a love song” perché questa non è davvero una storia d’amore.

Stanotte in questa umida serata di giugno sembra che ogni stella rimanga lì, immobile con la sola intenzione di splendere a mo di bandierina non troppo generosamente puntata sulla mappa dei miei insuccessi. Fortuna per fortuna ho paura che nell’allungare la mano potrei anche rimarci fulminato dal capriccio magico di qualche divinità indispettita.
Il mondo è magico, ne sono certo, ma non ne ho le prove.
Ed è proprio per questo che sono uscito stasera, in questo buio catalizzatore, a cercare i resti, i residui dell’antica magia sparsa per il mondo.

Mai scherzare con le stelle perché c’è sempre un brutto oroscopo in agguato, ovvero la vendetta del destino rapidamente consegnata ogni mattina ad ogni destinatario.
Le stelle rimangono tutte accese in una smorfia luminosa, nessuna marca assenza in questo perfido appello serale.
Un bagno di luce si presta sempre ad illuminare il mio fallimento ma mai le sue ragioni.
Privato di logica e alimentato da passione vivo in una religione decaduta e mai fiorita, ai limiti della coscienza civile.
Anche d’estate vivo nelle concezione invernale del mio tempo, congelato.
Sono un dio in un pantheon indegno.
Sono la divinità più miserevole.
Sono il dio fallito del fallimento riuscito.

Nella mia bocca si annida il suo sapore, cuori bruciati in salamoia, coperto in parte dal dolciastro del succo d’arancia di qualità scadente in aperto contrasto con la punta di sapore della vodka, quella sì della miglior qualità. Stringendo la testa tra le mani i capelli mi spazzolano i palmi.

Cambiare per andare avanti. Cambiare per non morire. Mi ero da poco fatto tagliare i capelli, in una lotta contro l’ingrigirsi della chioma e della vita che andavo ormai perdendo da tempo. Cambiare la propria vita è qualcosa a cui tutti pensano prima o poi, la famosa teoria dei sei gradi di insoddisfazione: puoi reggere fino al quinto grado ma una volta arrivato al sesto,poi cazzo non puoi far altro che esplodere.

Mi galleggia in mente un telefilm americano di qualche tipo. Se c’è qualcosa che gli americani sanno fare, come nessun altro, sono proprio le serie televisive assieme ai i libri sulla vita di dimenticati scrittori falliti. Senza troppo divagare, la serie Tv aveva come protagonista un tipo baffuto e la sua cricca di amorevoli perdenti.
Il baffo, ad un certo punto della sua vita non proprio esemplare, scopre la teoria del Karma e una volta convintosi di possedere un cattivo karma, forse il peggiore dei Karma possibili, butta giù una lista di tutte le malefatte combinate in passato per poter così porvi rimedio e assecondare il karma supremo, depennando mano mano, episodio dopo episodio, gli elementi deplorevoli dalla sua lista.

Già, penso che dovrei fare qualcosa del genere, proprio come il protagonista del telefilm, ma una lista è qualcosa che può funzionare giusto in televisione e che serve per allungare una serie televisiva per l’appunto. Nella mia vita non c’è nulla da allungare se non che la noia, la delusione e il fallimento. La vita, in genere, è altro: è breve e veloce come uno sputo o come l’eiaculazione primordiale da cui tutti noi arriviamo. Domani. Come domani? Domani?
No, domani è la scusa regina valida per tutti i falliti. Da adesso in poi mai rimandare!
“Ora” e “Adesso” sono le parole chiavi di questa mia nuova missione.
Ho trovato l’eureka assoluto del karma cosmico!

Per non essere più io il dio del fallimento, avrei dovuto cercare qualcun altro in grado di prendere il mio posto. Ma penso che un annuncio sul giornale del tipo: “A.A.A. erede divinità fallimentare cercasi” non potrebbe funzionare.

Mi ritrovo a sorridere, in fondo sono riuscito così bene a rovinare la mia vita per così tanto tempo, che chissà che potrei combinare con la vita di un altro. Avevo anche il perché, il movente imperfetto del delitto, e in quella sera erano già due i sorrisi scappati dalla stalla della tristezza.
Non c’era dubbio o altra soluzione: per riuscire finalmente a migliorare la mia vita dovevo riuscire a rovinare la vita degli altri. Me lo aveva rivelato l’indovina che si nasconde nel sedicesimo bicchiere di vodka e arancia. La teoria dei sei gradi di insoddisfazione. La luce cattiva delle stelle di giugno.
Un profeta generato dalla mente demiurgica e creativa di un qualche sceneggiatore holywoodiano di origine messicana.
Ma chi? La risposta era nella selezione. Una parola decisamente troppo in voga al momento.
Siamo sempre sotto selezione. Mai selezionanti e sempre selezionati.
Il nostro amore ci seleziona, la squadra di calcio ci seleziona, la nostra musica ci seleziona, il nostro lavoro ci seleziona, il nostro dio ci seleziona. Intendiamoci: siamo tutti frutti di scelte altrui.

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