Campi Bianchi

A Natale mi han regalato una lavagnetta, di quelle riscrivibili. Mi hanno regalato anche altre cose in realtà, ma questo oggetto mi ha particolarmente colpito. Adesso è appesa lì, nella mia postazione lavorativa…c’è il francobollo polacco di Witkiewicz, da 10 zloty, la cartolina svedese con le renne on the road, i miei appunti su Mickiewicz, su Walking Dead, Californication e il Dottor Who, per dovere di cronaca posso dirvi che ho ricevuto anche il cacciavite sonico dell’undicesimo dottore… La prima cosa che vi ho scritto sopra (è più forte di me, se vedo un foglio bianco sono pronto a scriverci, se ne vedo più di uno mi blocco, in questo momento infatti vivo da scrittore con la s minuscola, la penna a secco e la tastiera a riposo, ma cambierà, forse) è stato un semplice Auguri, nulla di più. Oggi già vi campeggia in tinta blu l’appunto di un’idea, o per meglio dire l’abbozzo di un’idea che si è affacciata nella mia mente confusa alla Vigilia di questo Natale. Come dicevo prima la mia mente è un po’ confusa al momento, indecisa su alcune cose da farsi. Certo ho vissuto momenti migliori, ma ne ho attraversati anche di parecchio peggiori. Non ho una direzione specifica ma solo qualche punto di riferimento. Non ho amore ma ho le sue devastazioni, non ho libertà ma vivo la sua assenza. E a questo punto, con questo primo post qui, mi vien da chiedere se anche questo blog non è una lavagna magnetica?

“Il Nucleo” (Il Foglio): Delirio pop per Fabio Izzo di Chiara Pieri su Il Recensore

Un romanzo “caotico e incasinato”, un “delirio pop”, come lo definisce lo stesso protagonista del Nucleo (Edizioni Il Foglio, 2011). Fabio Izzo, alla sua terza prova letteraria, racconta  il suo “nucleo”, un mondo che si snoda tra le strade imperturbabili della provincia del Basso Piemonte e le vie di una mitica quanto agognata Varsavia, tra la voglia di evadere e la ricerca di un amore impossibile.

Dante Fante, trentenne piemontese, ha una laurea in lingue e più sogni che certezze. Una passione per la letteratura polacca e più in generale per la Polonia lo portano a Varsavia, dove incontrerà J, la sua musa, la sua “Beatrice”.  È così, a partire da una poesia che si trasforma in canzone per J, che nasce l’idea del Nucleo, romanzo in nuce, più che vero e proprio racconto compiuto.

In parte autobiografico, in parte di fantasia, il “delirio pop”, popolare e postmoderno di Fabio Izzo, propone la storia di un giovane come tanti, costretto alla vita da precario, tra colloqui impersonali e lavori con la data di scadenza. Da un lato c’è la strettezza del mondo del paese, un odi et amo, dal quale Dante vorrebbe scappare, ma nel quale trova anche il suo rifugio nei momenti di sconforto, come quando si siede ad osservare l’immutabilità del tempo sulla panchina di piazza Matteotti; dall’altro c’è la voglia di fuggire alla ricerca di una vita diversa e più intensa, che però non è mai come la si immagina.

Catapultati nell’inconscio del protagonista, un po’ moderno Dante nella sua personalissima discesa agli inferi, un po’ Ulisse alla ricerca di nuove avventure e di una Penelope che lo attenda, i lettori si troveranno a dover sciogliere il bandolo della matassa di un Io-Nucleo, che si stempera pian piano tra poesia e musica, tra mondiali di calcio e viaggi, tra bevute al bar con gli amici, incontri d’amore e telefonate all’onnipotente.

Se talvolta, durante la lettura, sembra di perdersi all’interno dei pensieri di Dante  o nell’episodicità degli avvenimenti, tuttavia il libro si lascia leggere con piacere. Non si può fare a meno di apprezzare questo antieroe moderno, omaggio a John Fante e a tanta letteratura, da Bukowski a Pavese per dirne alcuni, che si lascia penetrare e al contempo riflette la condizione della modernità, con un Io in dissolvenza, lacerato a poco a poco dalla scomparsa di un amico, dalla mancanza di un progetto e dall’assenza di un amore autentico.

La recensione completa di Chiara Pieri la potete trovare su Il Recensore.com

Da “Il Nucleo” Omaggio a Bruno Schulz

Bruno e l’illegalità di esistere (di Fabio Izzo)

In un creato a dimensione divina Bruno aveva smesso di resistere.

Una solar in più lo aveva allontanato dall’esistenza.

Bruno aveva perso il suo Messia, l’aveva nascosto in qualche pozzanghera il giorno dopo piovuto, l’aveva immerso in  un campo di grano appena trebbiato, lo aveva inzuppato in una tazza marrone di caffè rendendolo attivo e ipnotico, lo aveva mimetizzato nell’odore del pane caldo che inonda l’aria delle mattine estive.

Perché Bruno, come solo lui sapeva fare, amava la Stagione, tanto che l’estate l’aveva definita sua, tutta.

Il Messia di Bruno, in quella che per lui era la stagione prima, aveva avuto vita propria.

Un dono inaspettato in tempi che non aspettavano di sicuro la vita.
Giorni che ormai sembrano essere dimenticabili, in questo tempo non prezioso che ha asfaltato violentemente i pensieri felici; altri messia si erano affacciati ,con altre identità, predicando il disprezzo per l’originale, se non proprio che il disprezzo per Bruno stesso, ultimo rappresentante di una razza non resistente.

Tutto ciò avveniva seguendo il ciclo del sole, da quando era nato, da quando quel celato mistero della nascita l’aveva inaspettatamente scaraventato sulla parte lucida del mondo.
Solo che a lui, non l’avevano avvertito; nessuno lo considerava e tanto meno nessuno l’avrebbe avvertito nei suoi  sorrisi spezzati e così il suo primo sguardo sul mondo cadde pieno di meraviglia.

Meraviglia tutta e ultima.

Meraviglia coraggiosa che si frantuma contro la vigliaccheria del mondo. Coraggiosi risultavano essere i suoi occhi ad aprirsi ostinatamente conoscendo solo il buio.

La prima cosa che vide fu  l’insieme di tutte quelle variazioni della luce che poi avrebbe imparato a chiamare colori, il nero. Meraviglia era quella linea che divideva il chiaro dallo scuro, meraviglia erano quei  cavalieri dorati che bucavano l’oscurità con il loro coraggio di risplendere nella notte.

Aveva dimenticato i pesanti Golem, le lettere sacre, le vendette dall’alfa al beta, Bruno al suo Messia aveva prestato, senza chiedere nulla in cambio in un gesto di amore assoluto, il suo sguardo sul mondo.

Il Messia doveva così vedere, sarebbe stato costretto dunque a vedere con gli occhi di Bruno ma in questo momento era un Messia distratto che non stava guardando.

Elaborava dati, concetti, pergamenava tutto.
Il creato intero era steso sulla sua pergamena.

Aveva abbandonato Bruno, era fuoriuscito dalle sue mani e se ne era andato per una parusia fine a se  stessa.

Abbandonato Bruno, si guardava le mani e le chiudeva, le apriva, le stringeva, le faceva mulinare nel vuoto come se le sue mani avessero ancora qualcosa del Messia in loro e come se quel qualcosa fosse destinato al mondo e Bruno, allora,voleva distillare ogni goccia di tutto  da quelle sue mani, scrutandole, osservandole e rimuginandoci sopra.

Sono mani: hanno cinque dita, cinque strade verso dio più o meno lunghe, protese verso la mortalità di chiunque.

Sono mani: pelose, con i palmi glabri, sacri agli indù e al sacro burro.

Sono mani: possono aprirsi, possono aprire la strada verso dio e possono chiudersi, chiudersi infinite volte su stesse in spirali e forme elicoidali.
Possono dischiudersi e perdere qualsiasi sentiero per l’immortalità.
Possono stringere, possono stringere altre mani, altri amori, possono stringersi e serrarsi su promesse, su parole di odio e di morte.

Sono mani che possono ferire, come  procrastinare l’immortalità.
Sono anche  mani che possono offendere.

Ma Bruno sa, sa che le sue mani, trattengono e rilasciano parole di getto, che inaspettatamente immortalano lamine di tempo bianche.

Sa che sono mani che creano e sospetta che derivi proprio da queste mani la sua illegalità a vivere. Le guarda, le studia, non le sa leggere ma le sa portare.
Le chiude, stringe i palmi e li nasconde serrati nelle tasche profonde di oscurità, per ogni anima immortale o maledetta a essere tale.

È buffo come un ponte si stenda sempre di fronte ai destini umani:

Sopra un ponte ci stanno i demoni ad aspettarti, sotto il ponte i demoni ti hanno già preso, il resto è solo acqua che scorre incurante della tua miseria umana. Salve, sono Bruno Schulz!”stava parlando riflettendosi a secco in un tazza stagnante di pensieri e caffè:

E un giorno morii, a caso e nemmeno tanto a stento.i ncredibile la storia della mia trasformazione. Io piccolo matto scrittore provinciale con la sola unica e massima ambizione di arrivare a intravedere i tessuti arcani del creato. Non sono mai stato padre anche se ho creduto all’amore.

Ho creduto all’amore sbagliato dove io, per paura, davo tutto me stesso.

E devo dire che si presero tutto, sempre.

E rimasi con le piccole piume di un pavone a sventolare sugli spiragli di questa realtà. Ma la storia o almeno la mia storia, piccola macchia di caffè in qualche sperduto luogo d’atlante universale, quella stessa storia che è arrivata alla mia proclamazione di morto è ben più lungo di un caffè annacquato. Ricordo che nacqui, avvolto in mitologie pre-esistenti già a mio padre, così uscii, io frutto di qualcosa già consacrato ad altro.

Quelle lenzuola furono le mie nubi, gli spettri del mio disagio.

Ritrovarmi nuovamente avvolto in cose vecchie. Ne tiravo i lembi già da piccolo perché a me, troppo stretti. La mia prima parola forse fu mamma, che in seguito riguardo a quella mitologia di cui accennavo prima, dovetti trasformare in madre. Le parole hanno un loro rigido significato.

È la mente umana che le rende elastiche assottigliandone la forma per maneggiarle al meglio. Siamo capaci di plagiare la volontà delle parole in atti di diversi significati. E così io lo imparai presto che la gente non dice quello che vuole dire ma solamente quello che riesce a dire.

Come me, come voi, in questa bocca inzuffata di cozze in sorrisi smorzati per me.

Poi d’improvviso ricordo.

Sono solo un povero piccolo pazzo scrittore provinciale che troppe volte ha sfidato gli dei , solo per essere ignorato. A coloro che gli dei temono recano loro in dono la pazzia. Poi scoprirono il caffè e lo diedero in dono agli artisti, reietti tra i pazzi.

Gente che in una tazza, in un fondo, non vede un futuro affondato ma un presente compresso privo di comprensione..”

Nel 1973 il regista polacco Wojciech Has ha realizzato un lungometraggio da “Il Sanatorio all’insegna della Clessidra”, The Hour-Glass Sanatorium (Polish: Sanatorium pod klepsydrą) recentemente ristampato in Dvd per il mercato inglese.

 

Il Nucleo secondo Simone Pazzaglia

Quella che segue è una recensione amichevole, nel senso che è scritta da un mio amico, collega di scritture e compagno di viaggio, Simone Pazzaglia. Quindi prendetela con le pinze perchè Simone è stato troppo buono ma tant’è…eccovi “Il Nucleo secondo Simone Pazzaglia”

Per chi vuol capire a pieno “Il Nucleo”, l’ultima fatica letteraria di Fabio Izzo, credo che dovrebbe fare prima un passo indietro e leggersi le altre due opere che l’hanno anticipato ovvero Eco a perdere e Balla Juary: Sferragliando verso Sud.

Izzo ha la grande capacità, attraverso la sua scrittura, di raccontare se stesso e l’uomo in generale nelle sfumature più intime, come un archeologo che scava instancabilmente nelle profondità dell’essere.

Il Nucleo, finora, è l’opera che più lo caratterizza, quella più sofferta e sentita che mette in mostra, tra le righe, uno scrittore che ha saputo, passando in mezzo al dolore e immergendosi in esso fino a toccare il fondo, riemergere per trasformare tutto quel veleno in medicina.

Il Nucleo è vita, è ricerca, è voglia di esplorare e di esplorarsi, è bisogno di essere e di capirne il perchè, ma non solo Il Nucleo è anche amore, amicizia profonda, musica, poesia e  morte.

Morte di un amico, inaspettata e crudele, morte psichica dovuta all’immobilità delle cose e infine morte di un Dante Fante che lascia pezzi di se stesso in giro per il mondo o fermo sulla panchina di una piazza qualunque per scoprirsi cambiato e diverso.
Il Nucleo è la staticità di un posto in contrapposizione con il frenetico divenire del protagonista. Il Nucleo è tutto questo e altro ancora: è una telefonata a Dio come ultimo tentativo di capirci qualcosa di questa vita sconclusionata.

Il Nucleo sono due iniziali, una V. e una J., iniziali di nomi di ragazze che hanno cambiato il corso delle cose.

Il Nucleo è Varsavia, è amore per la Polonia ed è anche un piccolo paesino sperduto nell’Italia settentrionale dove tutto sembra sempre uguale.

Un lavoro letterario ricco di considerazioni profonde sulla vita e sulla morte maturate con sofferenza da un autore che ha saputo reagire all’inevitabile rendendo eterna un’amicizia che non si è spenta neppure con la morte. Uno stile unico, un ritmo pop, un libro che fa riflettere e lascia sospesi in considerazioni che l’autore si limita a proporre per essere poi rielaborate da ogni singolo lettore.

Un libro unico nel suo genere che lascia presagire grandi cose… seguitelo e ne rimarrete stupiti.

Scrivendoci sopra…doppio umano

Questo è un progetto che cullo da tempo, che ho già cominciato a scrivere ma che Wonz e birra vorrendo, terminerò su a Cracovia, o almeno  recuperò altro materiale al riguardo ma è anche un modo per lasciare tutto in stand by.
Buona lettura.

 

– E così, com’è il Camerun?

– Un paese come un altro.

– Ma dai mica può’ essere come la Polonia?

– E cosa dovrebbe avere di diverso?

– Tutto e niente.

Ricordavo un vecchio racconto di Chatwin sul mio paese natale e sapevo che la ragazza era sprovveduta e abbastanza ignorante da… ad ogni modo avrebbe potuto credere meglio alle parole di Chatwin che alle mie.

– Il Camerun è un paese strano a dire il vero.

– Ah sì

– Sì, lo sapevo!

– Non ti sfugge nulla eh?

Qui mi mise le mani sulla patta

– No tranquillo, non me lo faccio sfuggire ma ora voglio sapere del Camerun.

Forse è così che si doveva sentire Sherazade ne la Mille e una notte. Forse è così che ci si sente a raccontare storie, a prendere la verità e ad avvolgerla intorno alla bugia, per proteggersi, come mettersi dei guanti. Forse, o forse no.

– Vuoi una birra?

– Certo.

– Cos’hai?

– Qualcosa preso al super mercato, nulla di marca.

– Robaccia buona per sciacquarci i piatti-

– Già ma lo sai che in Camerun la birra è afrodisiaca?

– Davvero

– Sì

– E qual’è la più afrodisiaca di tutte?

– La Guiness.

– Davvero? E chi me lo dice?

– Chatwin

– E chi è Chatwin?

– Un amico mio.

Era fatta, la verità non sarebbe mai più venuta a galla.
Sogni, incubi, la realtà che appare e scompare costantemente sotto i tuoi occhi modificata ultima dalle prime parole del mattino. Tutto è falso, tutto è modellato. Il modello si discosta dalla verità.
Una febbre che sale e che non scende mai, che brucia, caldaia caricata dalla legna dei desideri