L’eco del rifiuto di Mascha Kaléko

Tra i tanti Doodle pubblicati da Google colpisce sicuramente quello dedicato ad una poetessa, una donna coraggiosa, Mascha Kaléko che rifiutò un importante premio letterario perché nella giuria era presente un ex nazista. Lei, ebrea polacca, costretta a lasciare prima la sua città natale e poi la sua nuova patria adottiva per le tragedie legate alle due guerre mondiali, conosceva molto bene il peso delle parole e delle scelte di vita.

Mascha nacque nel 1907 come Golda Malka Aufen a Schidlow, Chrzanów, comune della Piccola Polonia. Dopo la prima guerra mondiale la sua famiglia fu costretta a fuggire e si stabilì nella vicina Germania. Qui la piccola Mascha inizia a scrivere poesie durante l’adolescenza ma la pubblicazione delle sue opere avviene solo dopo il suo matrimonio con Saul Aaron Kaléko, nel 1928. A Berlino diventa una presenza fissa nella società dei caffè alla moda cittadini, pubblicando su giornali come “Vossische Zeitung” e “Berliner Tageblatt”. Negli anni ’30 era ormai una poetessa affermata e frequentava assiduamente il “Romanisches Café“, un caffè letterario legato ai nomi di Erich Kästner e Kurt Tucholsky. Nel 1933 dà alle stampe il suo primo volume di poesie intitolato “Das Lyrische Stenogrammheft”. Mascha si era così saldamente affermata tra le avanguardie letterarie tedesche.Due anni dopo pubblica una seconda raccolta di poesie, “Das kleine Lesebuch für Grosse”.

Dopo il fallimento del suo primo matrimonio la poetessa di origine ebraica si risposa con il compositore Chemjo Vinaver, anch’egli originario della Polonia,. Nel 1938, quando l’ascesa dell’estrema destra in Germania divenne inarrestabile, la coppia prese la decisione di trasferirsi negli Stati Uniti, stabilendosi infine a Manhattan, New York, insieme al figlio piccolo, Steven. Lì, Mascha era ora la principale fonte di sostentamento della famiglia e guadagnava denaro scrivendo testi per la pubblicità.

Mascha pubblica il suo terzo volume di poesie, Verse für Zeitgenossen, nel 1945. Dopo 10 anni dalla fine della seconda guerra mondiale Mascha sente che era giunto il momento di tornare a Berlino. Tre anni dopo le viene assegnato il Premio Theodor Fontane per la sua incredibile opera letteraria, ma lei non lo accetta perché un ex nazista, Hans Egon Holthusen, poeta e studioso letterario che era stato membro del partito nazista e aveva prestato servizio nell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale, faceva parte della giuria. Mascha è ricordata a Berlino con una targa commemorativa nella sua ex residenza. Anche una strada e un parco le sono stati intitolati in città.

 

Vor meinem eignen Tod ist mir nicht bang,
Nur vor dem Tode derer, die mir nah sind.
Wie soll ich leben, wenn sie nicht mehr da sind?

Allein im Nebel tast ich todentlang
Und laß mich willig in das Dunkel treiben.
Das Gehen schmerzt nicht halb so wie das Bleiben.

Der weiß es wohl, dem gleiches widerfuhr;
– Und die es trugen, mögen mir vergeben.
Bedenkt: den eignen Tod, den stirbt man nur,
Doch mit dem Tod der andern muß man leben.

(aus:  Verse für Zeitgenossen)

Quando il distanziamento sociale salvò il Ghetto di Varsavia dall’epidemia

Nel 1941, un’epidemia di tifo colpì il ghetto di Varsavia, dove vivevano 450.000 persone. L’ambiente freddo e affollato offriva le condizioni ideali per la diffusione delle infezioni.  Così nel gennaio del 1941, gli abitanti del ghetto di Varsavia iniziarono, inevitabilmente, ad ammalarsi. Solo pochi mesi prima, gli occupanti nazisti avevano costretto la popolazione ebraica in un’area sovraffollata di 3,4 chilometri quadrati. 450.000 persone si trovano di fronte all’improvviso scoppio di una malattia infettiva che, se non prontamente curata, può arrivare ad avere un alto  tasso di mortalità. La malattia cominciò a dilagare nel ghetto colpendo 120000 persone, uccidendone 30000 circa. 

 

Si arrivò così al mese di ottobre, quando un altro rigido inverno era alle porte, ma l’epidemia, fortunatamente diminuì fino a scomparire grazie a mirati interventi di salute pubblica, come riporta un recente studio.  Per combattere la diffusione della malattia, suggeriscono gli esperti della rivista Science Advancese, gli ebrei all’interno del ghetto potrebbero aver fatto qualcosa di non troppo diverso da quanto raccomandato oggi nella lotta contro COVID-19. Gli abitanti del ghetto varsaviano si mobilitarono per aiutare a fermare la diffusione del tifo. Terrorizzati dal contatto accidentale, le persone costrette nel ghetto praticarono il distanziamento sociale, prestando attenzione all’igiene personale e a quella delle loro abitazioni, per quanto fosse possibile. Anche l’auto isolamento divenne una pratica regolare. Incontri, conferenze e corsi sull’igiene e sulle malattie infettive diventarono materie per l’università medica clandestina.
Tra i i funzionari della sanità pubblica ebrei che lavoravano all’interno del ghetto c’era l’epidemiologo Ludwik Hirszfeld,  lo studioso che scoprì l’eredità dei gruppi sanguigni. Hirszfeld aveva già contribuito a creare l’Istituto nazionale di igiene nello stato polacco esistente tra le due guerre mondiali e svolse un ruolo importante nella creazione di iniziative di salute pubblica all’interno del ghetto. Nel suo libro di memorie  scrisse: “il tifo è il compagno inseparabile della guerra e della carestia … Questa malattia distrugge più persone del” più brillante “comandante. Spesso decide l’esito delle guerre “.

Per combattere la malattia mortale, anche con scarse risorse, Hirszfeld e altri medici ebrei tennero centinaia di conferenze pubbliche, offrirono corsi sanitari e di igiene e istituirono quindi un’università medica sotterranea per formare giovani studenti di medicina sugli effetti concomitanti della fame e delle epidemie .  L’epidemia aiutò i soccorritori a tenere a bada la Gestapo, ad esempio, quando i lavoratori muniti di test positivi al tifo si presentavano in una fabbrica o in un cantiere di lavoro forzato, i tedeschi li  mandavano in quarantena. Il caso del ghetto di Varsavia non è sicuramente il primo o l’unico esempio dell’interazione tra politica e malattia, ma questo studio fornisce prove illuminanti a favore dell’efficacia delle campagne di salute pubblica e della necessità di nuovi modi per valutare i fattori di rischio, in particolare alla luce della pandemia di coronavirus in corso. Indubbiamente ci sono lezioni inestimabili da imparare dal passato.

In Lituania è stata eretta una statua per JD Salinger

  1. Cosa hanno in comune Frank Zappa, Leonard Cohen e JD Salinger? La risposta è molto semplice: una statua a loro dedicata in Lituania. Bisogna dire che mai come in questo periodo risulta problematico parlare di statue ma, quasi sicuramente, il nuovo monumento a JD Salinger, inaugurato la settimana scorsa a Paminklas, in Lituania, mette tutti d’accordo.

La scultura, una sagoma umana vicino a un campo di segale richiama  il romanzo “The catcher in the Rye” (opera da noi tradotta come “Il Giovane Holden”, sigh) , sorge nei pressi di un villaggio lituano dove vivevano gli antenati dello scrittore. La storia della famiglia Salinger trova le sue origini nel Sudargas, in un villaggio al confine lituano-polacco. I registri locali mostrano che i Salinger vivevano lì dal 1831 dopo che il bisnonno dello scrittore, Hyman Joseph Salinger, si trasferì nella vicina città di Taurage.

La Lituania si candida quindi come una interessante meta per il turismo culturale, augurandoci che, prima o poi anche lo scrittore Nathanael West, autore de “Il giorno della locusta” abbia il suo monumento, segnaliamo  come a Vilnius e d’intorni si trovino già diversi monumenti dedicati ad artisti, musicisti, poeti e scrittori come Adam MickiewiczCzesław Miłosz, Leonard Cohen, Romain Gary e Frank Zappa.

Consigli dalla Punk Caverna, nota di lettura di Gianni Mazzei

Gianni Mazzei

Se non i due colpi di pistola (per altro non era il caso) del “Il Capitale di Marx” “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”, di cui parla Umberto Eco, sicuramente per l’incipit di questo romanzo di Izzo, ci sono fuochi d’artificio, in una notte incantevole sulle spiagge del Salento, Gallipoli, che servono a restituire verginità al mare (e con esso, all’intero Mezzogiorno), reso impudico dal consumismo e da quelle vuote conversazioni, sulla spiaggia, talmente pericolose da far “nascere il fascismo”.

“l’amore è una bufala, nemmeno buono per le mozzarelle della pizza”.

Izzo sa come catturare l’attenzione  del  lettore, in quest’opera, cominciando con la centralità (emotiva, visiva, esistenziale) del rapporto sessuale, certo non per darci una visione erotica ( anche se c’è) che sarebbe riduttiva, ma per partire da quella istintualità, radicata, ancestrale, a cui, se si è fedeli, si resta ancora capaci di poter avere un futuro, di poter “penetrare” la vita, senza cadere nell’abiezione, distruzione, sbandamento, depressione, diventando “mosci” e senza più quell’erezione che è vitalità.

Il sesso, come la musica punk, cui l’autore con gli amici si consacra (adattandosi alle ristrettezze logistiche ed economiche del sud e adeguandosi, per cui l’iniziale garage di questa musica importata degli anni settanta, diventa la pagliara delle campagne pugliesi) sono quell’inquietudine, quell’essere uomini del Sud, ma senza voler fuggire e diventare sradicati.

I protagonisti, Hey Joe, insieme a Pri.Pri, Spino, Ruscio creano un complesso e nella musica investono sogni e consumano delusioni della loro vita vagabonda, con mestieri non certo consoni alle loro possibilità, vivendo di piccoli espedienti, (addirittura pensando di poter sequestrare Al Bano per fare soldi) aspettando il grande momento (che paradossalmente, quando arriva, non sfruttano perché dentro sono cambiati e solo il protagonista è rimasto se stesso: fragile come la sua chitarra scordata, ma sano come un corpo che evita il consumismo e la moda dei tatuaggi).

È una lotta giornaliera, che si combatte sopra la propria pelle, senza ideologie precostituite (anche se il protagonista ha grande cultura) che prende pugni perché combatte l’arrivismo e la corruzione di chi, con i soldi dello stato, crea miraggi occupazionali, certo non per dare lavoro a chi ne ha bisogno, ma solo per fare affari (l’esempio del calzaturificio).

Con una prosa concreta, asciutta, che prende, immediata, un misto tra linguaggio di strada (con uso anche di parole in gergo) e quello dei media, Izzo ci descrive la desolazione del Sud e la sua disperazione, che spinge i giovani a far fortuna in un luogo anonimo, asettico, straniero, al nord, nei casermoni dei grattacieli. Il protagonista, invece, che non vive la logica della città (si veda l’ironico elogio della velocità) vorrebbe umanizzare quella realtà del nord, in condomini di calda solidarietà (anche se da ragazzo, li idolatrava, messi a confronto con la miseria del Sud, tanto da aspirare a diventare amministratore di condominio!).

Per certi aspetti, nell’asciuttezza e nella descrizione di precarietà e di questa voglia di esistere non omologata, questo ribellismo, richiama, pure nei distinguo necessari, Kerouac “Sulla strada” e, in Italia, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi, ma con la trasposizione da una realtà del nord e borghese, ad una del Sud  e proletaria..

Izzo sa dosare, con leggerezza e grande spirito umoristico, le varie situazioni, all’interno del gruppo, nella società in cui vive, e l’evoluzione-involuzione sentimentale di Hey Joe con la “grande stronza“ che sta al Nord e da cui è stato scaricato.

“L’amore carnale” non è solo il godimento dell’uomo, quel sentirsi appagato, conquistatore tanto che uno degli amici per ogni donna che  si scopa  appende nella sua stanza ciocche dei loro  capelli, come se fossero scalpi degli  indiani o  le tacche dei pistoleri  per ogni duello vinto con nemico ucciso.

Il sesso è anche quel sentirsi “SOLIDI” (e non la liquidità della società di Bauman, dice), cioè, sano, immesso in una sintonia con la natura e con i giusti equilibri tra bisogni del corpo e dell’anima-.

Giacché, quando questo equilibrio è sconvolto dal progresso e la natura viene rilegata solo a animalità e non più come sacralità, allora c’è lo sconquasso della taranta (che prende, nella sua sconcezza e scompostezza esibita nel corpo, proprio la donna, cioè quella nostra interiorità singola e collettiva) e solo quel nostro ribellismo, quella diversità genuina coltivata, la musica, il punk, riesce a salvarci, e non certo le applicazioni intellettualistiche.

E avviene, tale redenzione, quando si sente dentro una febbre, si avverte che qualcosa deve succedere e non devi esimerti “andiamo o restiamo” dice il compagno batterista, mentre attacca il pezzo musicale travolgente che salverà dalla tarantola Alice.

Alla fine, solo il protagonista sopravvive, come entità quasi collettiva di una terra che vuole restare integra, che lotta per affrancarsi, ma non nella corruzione, trasformismo e nella menzogna: se dovesse farlo, non sarebbe più vitale, non avrebbe più “erezione” per creare figliolanza e trasmettere speranza, tradizione e identità.

(la menzogna crea erezione, solo quando il rapporto paritario, sconvolto, porta all’impotenza: ma così la menzogna è erezione fittizia, il sotterfugio di crearsi una identità di facciata, dopo la rottura di un equilibrio sano).

La stessa “STRONZA” ammette, discutendo del suo articolo riguardante gli eventi sulla guarigione dalla taranta, avvenuta nel Salento, che Hey Joe non sarebbe mai stato capace di tradire se stesso.

Gli altri amici si integrano, fanno fortuna e ritornano al paese per fargli onore, con quella targa di “capo condomino” a cui tenevano tanto.

Ma, nel farlo, in effetti, stigmatizzano il tradimento alla propria terra e infanzia: il loro spaesamento, il loro essere vestiti con giacca e cravatta lo dimostrano.

Diversamente da loro, il protagonista ha scelto fino alla fine “l’alienazione contro l’adattamento”, talmente in modo netto da buttare, vicino ad un albero di ulivo (simbolo della Puglia, nella sua identità, forza a combattere venti e malattie nel tronco che resiste) i ragni custoditi dai compagni.

Il ragno, la taranta, ambivalenza di forza e fragilità, di oscura tradizione e potenziale malattia, ha un senso solo se si vive, non certo se si custodisce come un oggetto da esibire, come avviene con il folkore, inteso come curiosità di sagre e occasione di fare soldi.

Essa deve restare segreta, non da mostrare come avviene nel racconto di Alvaro “Melusina”, allorché nel ritratto, la ragazza perde l’anima e se stessa.

Il protagonista può andare anche incontro alla sconfitta, ma lascia un’eredità. Gli altri “più viaggiano e meno conoscono”, perché sono stranieri a se stessi.

Egli resta integrato nella sua identità collettiva e sa che la vita è quella che “ci capita di vivere” anche quando si hanno in mente altri progetti.

Questo “non tradirsi e tradire” fa dell’opera di Izzo, che si legge e si gode come sequenza di film, tanto la parola ha sonorità visiva, un romanzo di formazione, una lezione ecologica, un saggio, nelle vicende dei personaggi, sulla questione meridionale.

E, naturalmente, è anche una ricostruzione dettagliata, animata, però, non asettica, del movimento Punk.