Rat-Man 122: ognuno ha i super eroi e la fine che si merita

Inizia l’autunno e finisce Rat-Man. Sarà un caso?
Non penso.

“È questo il limite del male. Non puoi spiegare tutto con la ragione. A volte, devi semplicemente credere. Credere ai miracoli. Ai segni. Credere che i super eroi esitano davvero”.

Questo ci viene detto nelle pagine finali dell’avventura finale.  Noto ora che in sole cinque righe ho già scritto finisce, finali e finale… sarò forse ripetitivo? Forse sì, ma vorrei far capire sul serio che questa è la fine di Rat-Man, arrivata con il numero 122. (AIUTO!!!! Ora che si legge?) Iniziata nel 1997, una vita fa o più vite fa, a seconda di come avete impiegato il vostro tempo, dopo un ventennio finiscono anche le sue avventure regolari.

Ognuno ha i super eroi che si merita e a me piace pensare di essermelo meritato il Rat-Man, davvero, sarò stupido e sentimentale ma è così. Lo abbiamo letto in tanti e per strada si sono persi in tanti, dal Morbe, al Pier, tra i banchi di scuola, o al DeLo, sul treno per Genova. Che fine hanno fatto tutti? Non lo so, ma come si dice: è la vita.

Valker, esatto, senza la doppia W,  insegna però che anche “un idiota ha diritto a una seconda possibilità”. Fermi tutti, che avete capito, l’idiota, senza scomodare Фёдор Михайлович Достоевский, sono io.

Forse è vero, questo è un post senza senso, ma deve andare così, in attesa della mia seconda possibilità.  Fletto i muscoli e sono nel vuoto

P.S. Deboro ha sempre saputo che Aima… [non spoleiramo]

Mertens offre calcio champagne alla Seria A

Da tempo non scrivo sul Napoli eppure è uno dei miei argomenti preferiti stando alla mio mini bio su twitter. Ci è voluto Dries Mertens per farmi passare la nuttata del blocco dello scrittore.
Mertens incanta, offre bollicine di Champagne e io, non posso fare altro che omaggiarlo, scrivendone.

Il Napoli ha vinto all’Olimpico, contro la Lazio, dopo aver passato un tempo a guardare gli avversari giocare, poi nella ripresa si è scosso, trovando il pareggio con Koulibaly, passando poi in vantaggio con Callejon e chiudendo il tutto con il gol maradoniano di Mertens, a cui si è aggiunto poi anche il quarto gol su rigore di Jorginho.

La perla di Mertens, il pallonetto, la palommella, è cosa che dovrebbe stare su Trip Advisor, dovrebbe infatti diventare un luogo delle meraviglie trascendendo dai limiti della temporaneità.
Il belga ha dimostrato di avere classe e gol nelle vene, di possedere un senso radar nella nuca che gli permette di vedere la porta in qualsiasi situazione. Un gol del genere lo si è visto fare solo a Diego Armando Maradona e all’Olimpico, ieri sera, i tanti paragoni si sono sprecati dopo i vari: “Oh Mamma”, cioè la reazione spontanea e genuina che si è avuta alla terza rete del Napoli.

Il numero 14 degli azzurri abbandona  così anche le esultanze romane polemiche e dopo la sua gemma si è fermato a brindare davanti alle telecamere, rendendo omaggio al suo calcio champagne : “Bevete tutti, offro io!”, sembra voler dire.

Stiamo parlando di un giocatore atipico, voluto da Benitez, spesso considerato buono solo per spezzare una partita, da utilizzare per 20 minuti, per far saltare il banco, a partita in corso. Veniva usato a destra o a sinistra in alternanza più con Insigne ma anche con Callejon, poi successe l’inaspettato. Un anno fa. Higuain se ne andò alla Juventus e Sarri inseguì inutilmente Icardi per un’estate. In campo andò Milik, fino a quando non si ruppe in nazionale. Gabbiadini non riuscì mai a entrare nel sistema sarriano e il Napoli privo di prime punte arrancò tra campionato e Champions per un mesetto intero.  Poi Maurizio Sarri accantonò i droni difensivi e la caffetteria per andare a guardare il belga negli occhi, da uomo a uomo: “Giocherai tu, sarai un falso nove”. L’illuminazione fu questa. Piazzare Mertens di fronte alla difesa, avversaria. Un anti Pirlo azzurro: uno che sa dettare i tempi dell’attacco, infilare gli avversari per linee orizzontali e sa dialogare stretto con i compagni nei coriandoli di campo lasciati dai difensori avversari. La metamorfosi è sorprendente. Gli occhi della tigre hanno fatto il resto. A fine campionato il belga arrivò ad un gol dal titolo di capocannoniere della serie serie A, lui che non aveva mai giocato da punta. La fame di gol, la voglia di arrivare lassù dove non era mai stato, sono le motivazioni migliori per questo calciatore che si era stufato di ricevere solo tanti complimenti. Dall’acqua minerale del “è bravo ma non decisivo”, ieri contro la Lazio, è finalmente passato a stappare lo champagne.

Grazie di cuore Dries!

 

Io, me, me medesimo

Non so cosa farebbe Hank o chi per lui. Io so che prendo una caramella alla menta e comincio a scrivere. Come sono arrivato qui. Ero a casa mia, in pigiama. Guardavo e riguardavo la trilogia di Batman in Blue Ray sulla Ps3 e volevo passare alla Ps4. Poi successe qualcosa di inaspettato. Vinco dei soldi. Non molti ma soldi extra. Per la scrittura. Vinco un premio letterario. Mi si gonfia l’ego. Che fare? Comprare la Ps4 e passare il resto della mia esistenza nel bar del a fianco del negozio di mio padre o cominciare sul serio a credermi scrittore? Io non mi sono mai creduto uno scrittore, ho infatti sempre guardato con troppo rispetto ai libri degli altri, un po’ meno invece l’ho usato per i libri di quegli altri. Sanguineti, se non sbaglio, dubitava, di chi gli si rivolgeva come poeta. Io dubito di tutto. Poeticamente parlando. Sono le penne sparse sul letto a fare di me uno scrittore? La bic usata da David Foster Wallace, le paper mate comprate online, la zenith retro regalata a una persona, la refill rossa comprata per essere scaricata dalla dichiarazione dei reditti nell pacchetto da 24. La Parker acquistata per firmare copie alla presentazione. La Pilot Gel comprata all’aeroporto di Genova nella giornata del Ringraziamento dello scorso anno, la meglio non identificata punto esclamativo rosa comprata all’ufficio postale. E questa a scatto? Questa mi sfugge, ma a me sfugge sempre tutto. Qualcosa ha una morale se solo la si riesce a trovare. Alice nel paese delle meraviglie. Russo amorale. Gogol Bordello in Santa Marinella. Mi sento a metà. Non cerco una morale. Non più. Se ne è andata e l’aspetto sempre, sempre, anche ora guardando un programma su aspiranti modelli e modelle spediti in Vietnam a mangiare insetti vivi. In momenti come questi penso che poi la carriera di scrittore non sia davvero delle peggiori. Al massimo finisce che non ti legge nessuno. Certo, può capitare, ma almeno nessuno ti costringe a mangiare larve. Anche vero che Arturo Bandini, l’alter ego letterario di John Fante, che sembra essere passato di moda improvvisamente anche da noi, sopravviveva a latte e arance, e acidità di stomaco a parte penso sia decisamente meglio delle larve. I libri che parlano di scrittori non tirano. Eppure se ne pubblicano tanti. Scrivi d’altro ti dicono. Per questo motivo ora scrivo su di me, un aspirante Hank Mooddy, cioè uno scrittore che non scrive in un mondo che non legge. Magari stavolta ci faranno un film e io farò il regista. Tanto non so far nulla se che non che aspettare lei. Potrebbe essere la nostra ultima sera al mondo ma lei non si è fatta sentire. Potrebbe non arrivare. Eppure io l’aspetto. Sono dieci mesi che nonostante tutto quello che è successo tra noi l’aspetto. Sono arrivato fin qui, partendo da un posto sconosciuto per arrivare ad un altro posto sconosciuto. Poca differenza. Le luci e i riflettori sono sempre puntati altrove. Io sono un mago della fuga, un mago dei cigni. Sono settimane di attesa che scatto foto a cigni, senza nessun motivo apparente.
Andata.
Sparita.
Persa nel vuoto.
E io?
Domenica mattina.
Fermo alla fermata degli autobus.
Immobile.
Mi sono perso al mercato.

Non c’è misericordia per gli illusi come me. Per questo motivo, ma non solo, ho deciso di cambiare. Ho cambiato le carte in tavola, ho preso tutti i miei punti deboli e li ho mostrati al mondo, non curante, facendo finta che siano i miei punti migliori. Non sono forte, come tutti gli scrittori ho una sensibilità diversa, non sono bello, non sono magro. In pratica sono spacciato.
E allora ho fatto della mia disperazione un’ arte. Non scrivete romanzi con protagonisti scrittori, questo vi diranno gli editori riuniti di tutto il mondo mentre pubblicano altri romanzi che hanno come protagonista la vita di altri scrittori. Della tua vita, di quella che ti pulsa dentro, che in cor ancora ti rogge, non interessa niente a nessuno. Così pensavo, fino a quando ho sbroccato. Cosa me ne importa di scrivere un romanzo sulla vita di uno scrittore in una società che pensa a stipendio fisso? Che non riesce a staccare le sue esigenze da quelle del lavoro salariato. Dal leasing, dall’impegno a incatenarsi a qualcosa o a qualcuno, che differenza c’è tra un matrimonio e un mutuo?
Avevo sempre nascosto al mondo la mia scrittura, pubblicavo senza troppo compiacimento.
Sì, scrivo libri. Sì, mi pubblicano, ma… avevo sempre troppi ma. Non mi pubblicava l’editore più grande del mondo, non avevo tutte le recensioni che volevo e vivevo di altro. Con la scrittura ero più a rimetterci, perso com’ero tra fiere del libro di paese e riunioni varie. Quindi tutto ciò, a che serviva? A nulla. Non avevo un piano… non volevo presentarmi in politica, non ero buono per la cosa pubblica…allora decisi di fare qualcosa che, vero, al mondo non sarebbe importato, ma che era importante per me: mi proclamai scrittore.
Che voleva dire? Decisi di vivere come tale. Cosa fare per realizzare il mio piano.
Ricordavo i Beat, la lezione dei beat. Il Beat Hotel a Parigi, lì dove anno vissuto per anni Ginsberg e altri. Ora non resta nulla di quel luogo, se non che qualche libro e qualche ricordo sparso nei cuori di qualcuno. Parigi ora è cara…carissima…dove potevo andare? Cracovia. Volso è a Cracovia, c’è già qualcuno che mi aspetta. L’attesa in se è la trama di ben altri romanzi, quindi perché no. Avevo studiato polacco anni fa, anche se non ricordavo più nulla, nemmeno il perché, perso dietro ad altri occhi e ad altre notti ormai.
Pensavo leggendo i commenti su You tube che forse noi che scriviamo, qualsiasi cosa, non ci rendiamo conto di quello che facciamo, degli echi e delle reminiscenze che possono esserci.
Un semplice commento paragona una canzone degli Smash Mouth a Revolver dei Beatles. Sacro e Profrano e Profano e Sacro, dipende da come la si guarda. Comunque in qualche sperduta landa della provincia americana un tipo misura il suo mondo con parole magari prese da qualche fanzine inglese anni prima e le ripropone ora, così come sono, filtrate da un’esistenza condita da distributori di benzina isolati, redneck, sogno americano, sudore e polvere, senza troppe domande. Per questo motivo noi che scriviamo, qualsiasi cosa, dobbiamo stare attenti a quello che diciamo

Segni

Ti ho sempre raccontato la storia del prete e dell’inondazione. Ero perso, senza segnali. Mi trovai a Milano, andai al Duomo, erano anni che non mi confessavo. Non posso dirti cosa raccontati, tutto e nulla, ma era la verità. Il confessore a mia sorpresa mi diede il segnale più grande, affermando che la vita è un romanzo, mi disse che alla fine ci avevi rimesso tu.S

Apartheid e McDonald

Comprasti casa. Chiedendomi il massimo impegno. Dovevo pagare metà del mutuo senza esserne intestatario, va bene per un po’…Non avevo i documenti necessari per far parte del contratto, ti chiesi di regolarizzare in seguito, mi dicesti no, che non avresti mai più fatto nessun contratto con gli uomini. Ci rimasi male. Aspettai. Andammo a festeggiare. Decise tua figlia dove. Con i tuoi genitori che vennero apposta lasciasti che finimmo al Mc Donald. A te andava bene qualsiasi cosa tua da parte di tua figlia che, ai terminali del McDonald ci mise in fila, prese le ordinazioni dei tuoi genitori, la tua e la sua e poi se ne andò. Lasciandomi al palo. Per te è ancora strano che io ci rimasi male, che mi considerai emarginato che incolpai te e solo te di non aver reagito all’APARTHEID a cui ero sottoposto in nessuna maniera, buona o cattiva, stava a te decidere. Decidesti di ignorare. Infatti mi ignorasti.

Non ti manderò mai questo scritto. Se sarà destino lo troverai tra non so quanti anni.
Va bene così.  Ora vi ignoro io.