Consigli dalla Punk Caverna, nota di lettura di Gianni Mazzei

Gianni Mazzei

Se non i due colpi di pistola (per altro non era il caso) del “Il Capitale di Marx” “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”, di cui parla Umberto Eco, sicuramente per l’incipit di questo romanzo di Izzo, ci sono fuochi d’artificio, in una notte incantevole sulle spiagge del Salento, Gallipoli, che servono a restituire verginità al mare (e con esso, all’intero Mezzogiorno), reso impudico dal consumismo e da quelle vuote conversazioni, sulla spiaggia, talmente pericolose da far “nascere il fascismo”.

“l’amore è una bufala, nemmeno buono per le mozzarelle della pizza”.

Izzo sa come catturare l’attenzione  del  lettore, in quest’opera, cominciando con la centralità (emotiva, visiva, esistenziale) del rapporto sessuale, certo non per darci una visione erotica ( anche se c’è) che sarebbe riduttiva, ma per partire da quella istintualità, radicata, ancestrale, a cui, se si è fedeli, si resta ancora capaci di poter avere un futuro, di poter “penetrare” la vita, senza cadere nell’abiezione, distruzione, sbandamento, depressione, diventando “mosci” e senza più quell’erezione che è vitalità.

Il sesso, come la musica punk, cui l’autore con gli amici si consacra (adattandosi alle ristrettezze logistiche ed economiche del sud e adeguandosi, per cui l’iniziale garage di questa musica importata degli anni settanta, diventa la pagliara delle campagne pugliesi) sono quell’inquietudine, quell’essere uomini del Sud, ma senza voler fuggire e diventare sradicati.

I protagonisti, Hey Joe, insieme a Pri.Pri, Spino, Ruscio creano un complesso e nella musica investono sogni e consumano delusioni della loro vita vagabonda, con mestieri non certo consoni alle loro possibilità, vivendo di piccoli espedienti, (addirittura pensando di poter sequestrare Al Bano per fare soldi) aspettando il grande momento (che paradossalmente, quando arriva, non sfruttano perché dentro sono cambiati e solo il protagonista è rimasto se stesso: fragile come la sua chitarra scordata, ma sano come un corpo che evita il consumismo e la moda dei tatuaggi).

È una lotta giornaliera, che si combatte sopra la propria pelle, senza ideologie precostituite (anche se il protagonista ha grande cultura) che prende pugni perché combatte l’arrivismo e la corruzione di chi, con i soldi dello stato, crea miraggi occupazionali, certo non per dare lavoro a chi ne ha bisogno, ma solo per fare affari (l’esempio del calzaturificio).

Con una prosa concreta, asciutta, che prende, immediata, un misto tra linguaggio di strada (con uso anche di parole in gergo) e quello dei media, Izzo ci descrive la desolazione del Sud e la sua disperazione, che spinge i giovani a far fortuna in un luogo anonimo, asettico, straniero, al nord, nei casermoni dei grattacieli. Il protagonista, invece, che non vive la logica della città (si veda l’ironico elogio della velocità) vorrebbe umanizzare quella realtà del nord, in condomini di calda solidarietà (anche se da ragazzo, li idolatrava, messi a confronto con la miseria del Sud, tanto da aspirare a diventare amministratore di condominio!).

Per certi aspetti, nell’asciuttezza e nella descrizione di precarietà e di questa voglia di esistere non omologata, questo ribellismo, richiama, pure nei distinguo necessari, Kerouac “Sulla strada” e, in Italia, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi, ma con la trasposizione da una realtà del nord e borghese, ad una del Sud  e proletaria..

Izzo sa dosare, con leggerezza e grande spirito umoristico, le varie situazioni, all’interno del gruppo, nella società in cui vive, e l’evoluzione-involuzione sentimentale di Hey Joe con la “grande stronza“ che sta al Nord e da cui è stato scaricato.

“L’amore carnale” non è solo il godimento dell’uomo, quel sentirsi appagato, conquistatore tanto che uno degli amici per ogni donna che  si scopa  appende nella sua stanza ciocche dei loro  capelli, come se fossero scalpi degli  indiani o  le tacche dei pistoleri  per ogni duello vinto con nemico ucciso.

Il sesso è anche quel sentirsi “SOLIDI” (e non la liquidità della società di Bauman, dice), cioè, sano, immesso in una sintonia con la natura e con i giusti equilibri tra bisogni del corpo e dell’anima-.

Giacché, quando questo equilibrio è sconvolto dal progresso e la natura viene rilegata solo a animalità e non più come sacralità, allora c’è lo sconquasso della taranta (che prende, nella sua sconcezza e scompostezza esibita nel corpo, proprio la donna, cioè quella nostra interiorità singola e collettiva) e solo quel nostro ribellismo, quella diversità genuina coltivata, la musica, il punk, riesce a salvarci, e non certo le applicazioni intellettualistiche.

E avviene, tale redenzione, quando si sente dentro una febbre, si avverte che qualcosa deve succedere e non devi esimerti “andiamo o restiamo” dice il compagno batterista, mentre attacca il pezzo musicale travolgente che salverà dalla tarantola Alice.

Alla fine, solo il protagonista sopravvive, come entità quasi collettiva di una terra che vuole restare integra, che lotta per affrancarsi, ma non nella corruzione, trasformismo e nella menzogna: se dovesse farlo, non sarebbe più vitale, non avrebbe più “erezione” per creare figliolanza e trasmettere speranza, tradizione e identità.

(la menzogna crea erezione, solo quando il rapporto paritario, sconvolto, porta all’impotenza: ma così la menzogna è erezione fittizia, il sotterfugio di crearsi una identità di facciata, dopo la rottura di un equilibrio sano).

La stessa “STRONZA” ammette, discutendo del suo articolo riguardante gli eventi sulla guarigione dalla taranta, avvenuta nel Salento, che Hey Joe non sarebbe mai stato capace di tradire se stesso.

Gli altri amici si integrano, fanno fortuna e ritornano al paese per fargli onore, con quella targa di “capo condomino” a cui tenevano tanto.

Ma, nel farlo, in effetti, stigmatizzano il tradimento alla propria terra e infanzia: il loro spaesamento, il loro essere vestiti con giacca e cravatta lo dimostrano.

Diversamente da loro, il protagonista ha scelto fino alla fine “l’alienazione contro l’adattamento”, talmente in modo netto da buttare, vicino ad un albero di ulivo (simbolo della Puglia, nella sua identità, forza a combattere venti e malattie nel tronco che resiste) i ragni custoditi dai compagni.

Il ragno, la taranta, ambivalenza di forza e fragilità, di oscura tradizione e potenziale malattia, ha un senso solo se si vive, non certo se si custodisce come un oggetto da esibire, come avviene con il folkore, inteso come curiosità di sagre e occasione di fare soldi.

Essa deve restare segreta, non da mostrare come avviene nel racconto di Alvaro “Melusina”, allorché nel ritratto, la ragazza perde l’anima e se stessa.

Il protagonista può andare anche incontro alla sconfitta, ma lascia un’eredità. Gli altri “più viaggiano e meno conoscono”, perché sono stranieri a se stessi.

Egli resta integrato nella sua identità collettiva e sa che la vita è quella che “ci capita di vivere” anche quando si hanno in mente altri progetti.

Questo “non tradirsi e tradire” fa dell’opera di Izzo, che si legge e si gode come sequenza di film, tanto la parola ha sonorità visiva, un romanzo di formazione, una lezione ecologica, un saggio, nelle vicende dei personaggi, sulla questione meridionale.

E, naturalmente, è anche una ricostruzione dettagliata, animata, però, non asettica, del movimento Punk.

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