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Intervista a Kristian Guattadauro, autore di Rapsodie Ungheresi

Tempo fa mi arrivò questa raccolta di racconti abbastanza originale. Racconti, in parte sull’Ungheria. L’Europa dell’est ha poco spazio negli scaffali italiani, e così ero già abbastanza curioso. Sempre più italiani vivono all’estero, Kristian è uno di loro, e nei suoi racconti si trova quella visione del mondo tipica di chi continua a chiamare casa, nella nostra lingua, ogni parte del mondo che ci ospita. Così decisi di pubblicare queste rapsodie in tutta la loro dissonanza narrativa.

Kristian, ci parli un po’ della tua raccolta di racconti?

Rapsodie ungheresi è un libro istintivo, nato da momenti ed oserei dire quasi con forza. Un’idea che di volta in volta è nata nella mia mente, ha trovato subito le parole giuste sulla carta e poi si è esaurita nella fine del racconto di turno. Tutto ciò è successo per 15 volte e rileggendo quanto scritto durante la correzione delle bozze mi sono reso conto di come queste 15 storie individuali si sono perfettamente concatenate come tessere di un mosaico che alla fine mi ha mostrato il vero volto di Rapsodie Ungheresi: una ricerca autobiografica, con un personaggio “non battezzato”, in continuo movimento tra luoghi e dimensioni diverse a caccia probabilmente di sé stesso. accompagnato da una presenza sfuggente, tra il deserto, in una via di Budapest o di Parigi, tra le figlie di un cortile in un giorno di pioggia o attraverso una finestra di un palazzo in una fotografia che improvvisamente prende vita.

Come mai hai scelto questo titolo?

Per quanto riguarda il titolo, devo ammettere che sono state le opere di Liszt, che durante i miei viaggi a Budapest ho imparato ad apprezzare, ad ispirarmi quando stavo cercando il modo migliore per chiamare questa raccolta. I diversi spunti melodici che compongono una rapsodia mi hanno ricordato i diversi temi, luoghi, e stati d’animo che compongono le mie storie e che poi finiscono per delineare delle immagini ben precise che finiscono con il dare un senso d’insieme ben delineato all’opera. Come ho detto prima, compongono un mosaico che il lettore potrà alla fine visualizzare dandogli l’interpretazione che più gli aggrada. Per questo motivo mi sembrava che tutto si sviluppasse proprio come una rapsodia e così ho scelto questa parola unendola a “ungheresi” perchè c’e davvero tanta Ungheria in questo libro. Un paese che negli ultimi anni ho imparato ad amare insieme con la sua cultura, la sua lingua, la sua letteratura. Non mancano i richiami a Sandor Marai e Fodor Akos, per esempio, ma nello stesso tempo non dimentico le storie infinitamente belle di calcio e di vita di Ferenc Puskas e soprattutto Arpad Weisz. Il Danubio, le montagne di Matra, i villaggi della provincia di Nograd e le vie del centro di Budapest percorse in lungo in largo per trovare una misteriosa casa da tè dove una donna amata passava le sue giornate anni prima, fanno saldamente parte di Rapsodie Ungheresi ed anche della mia vita come autore e, parzialmente, personaggio senza nome di questi racconti. Qualcuno, leggendo il libro, ha immaginato che molte di queste storie siano state scritte di getti in qualche taverna di Budapest o Dublino. Anche se l’idea mi affascina molto, non è andata proprio così ma ammetto che spesso ci sono andato molto vicino. Una volta, per esempio, ero davvero sul balcone di un hotel prima dell’alba e non avendo un quaderno per scrivere, l’ho fatto utilizzando dei tovaglioli di carta che avevo trovato li. Questo per spiegare come, pur mantenendo un loro equilibrio, questi racconti sono venuti fuori in momenti e modi ben precisi, ispirati da emozioni provate in un certo istante o dall’osservazione attenta di qualcosa che poi mi ha spinto a scrivere. Concordo con il carattere autobiografico anche se non svelerò in che quantità ho deciso di attingere dalle mie esperienze personali. Ma sicuramente in alcuni racconti è possibile trovare descrizioni precise di situazioni e luoghi che in prima persona ho condiviso con il protagonista di turno. Ho chiesto ad una mia amica di Budapest una sua opinione su “La sala da tè” e mi ha risposto che mentre leggeva si è sentita davvero scagliata con violenza e precisione tra gli angoli di quelle strade dove il protagonista cercava questa misteriosa sala da tè. Le sembrava di vivere come dentro una cartolina in movimento.

Ci dici qualcosa in più in merito al personaggio innominabile dei tuoi racconti ?

Non penso di potergli assegnare una definizione ben precisa. Un’etichetta, una classificazione. Non penso che questo personaggio la meriti. È un viaggiatore sicuramente, un inquieto, forse a tratti apolide perché vive tra mondi diversi, non si sente più parte di uno ma neanche realmente parte di un altro. Vive una vita o delle vite a metà, ma questa è la forse una responsabilità di cui ad un certo punto ha deciso di farsi carico. C’è chi parte e va via perché “costretto” da necessità economiche, per esempio. E probabilmente questi individui riusciranno sempre a tornare e sentirsi dentro pienamente o quasi la vita ed i luoghi lasciati. Ma chi lo fa perché ad un certo punto decide di sfidarsi, di rimettersi in gioco per una questione puramente personale, beh, rischia e sa di farlo. La posta in palio è alta. Può iniziare la sua ricerca di qualcosa che ancora forse non sa bene cosa sia, può trovarla ma sa anche tutto questo potrebbe non succedere ed alla fine potrebbe davvero ritrovarsi a vivere in una sorta di limbo, “Tra linee”, come nel racconto che inaugura la raccolta. Ma nel contempo questa “non appartenenza” può renderlo più libero di vivere, scoprire, ubriacarsi di vita in ogni luogo visitato. Il suo vivere a metà lo rende allo stesso tempo apolide e cosmopolita, gli dà una chiave che solo la sua anima riesce ad usare, slegata da un ruolo ben preciso in questo suo continuo bisogno di conoscersi e muoversi, sognando, conservando sempre, ed aggiungo naturalmente, quel pizzico di nostalgia che si porta dietro, ma subito dopo aprendo gli occhi su una distesa infinita di sabbia ocra o sul lento scorrere del Danubio ed alla vita che gli vive intorno. Non a caso, credo, la raccolta si apre con un’esistenza vissuta tra le linee e si chiude con quel Törekvés di Weisz, quel sogno ad occhi aperta di un cosmopolita che ha vissuto ed è morto continuando ad inseguire il suo sogno.

E in conclusione, puoi dirci su cosa stai lavorando al momento?

Adesso sono tornato al mio progetto iniziale, ovvero quello che di un romanzo con un’idea che stava già prendendo corpo un paio di anni fa ma che adesso si è arricchita anche alla luce dell’esperienza di Rapsodie ungheresi. E se non posso ovviamente svelare nulla a riguardo, posso solo dire che gli ultimi due brani, un po’ misteriosi, che qualcuno mi ha detto sembrano ricordare lo stile di Zafon e che potrebbero scostarsi un po’ dal resto, non sono stati inseriti casualmente in Rapsodie ungheresi. Anzi, rappresentano proprio un collegamento, un ponte con il progetto cui sto lavorando adesso che sarà un romanzo, non più un racconto, e che probabilmente vedrà ancora Budapest e Parigi come location principali ed una storia con una trama abbastanza articolata e popolata da diversi personaggi in due epoche storiche diverse. Quel tocco gotico probabilmente, quell’aura di mistero e la possibilità di situazioni inimmaginabili, già viste in parte in Rapsodie, saranno parte del lavoro insieme ad alcuni personaggi. Ma non posso aggiungere altro.

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Ho googlato il mio nome ma non vi ho mai tradito

Viviamo in un mondo materialista, dove la morale è la grande assente, da molto tempo non viene invitata a nessun convivio. Anzi il termine moralista da “Studioso di teologia morale; autore di trattati di teologia morale” ha assunto il significato comune di “Persona che tende a ricondurre i propri giudizi a una rigorosa e talvolta eccessiva dipendenza da un ordine di principi morali; come agg., moralistico”.

Ha vinto il “Fai ciò che vuoi”. Ha vinto Crowley ma non quello simpatico di Supernatural, in fondo oggi i media mainstream dipingono questa figura in modo affascinante e carismatico, strano no?

Le leggi che reggono il nostro sistema non sono affatto “morali”, la bontà non è mai compresa in queste leggi promulgate per avvantaggiare chi è più forte: firmare un contatto implica automaticamente che bisognerà sostenere battaglie per evitare di essere raggirati.

Tutti i contratti si fondano solo sul vedere chi trarrà vantaggio dall’altro. Chi impone la propria forza è rispettato e onorato: ne ammiriamo l’intelligenza e il successo; la vittima, al contrario, è disprezzata perché si è lasciata ingannare. Non si considera che in sede legale esistono altri sistemi discrezionali, l’interpretazione, la potenza economica e così via, a volte nessuna qualità positiva, insita nell’uomo vince. Courtney Love, la vedova di Kurt Cobain lo sa bene, sua è la frase: “Fatemi incazzare e vi mando i miei 12 apostoli, i miei avvocati”, o qualcosa del genere. Se poi succede che legalmente la bontà vince in tribunale in qualche modo, finisce che ci fanno un film perché per l’appunto è un caso più unico che raro.

Ci limitiamo così a essere presenti in un mondo materialista costruito sulla competizione, sullo sfruttamento e sull’egoismo…. Tutto è stato predisposto in modo da impedire alla coscienza di svilupparsi, perché la coscienza disturba e confonde e porta a altre strade.

Il sistema scolastico mantiene i bambini, il futuro, a un livello distante dalla presa di coscienza, un livello che impedisce al mondo di cambiare. Esiste una evitante cospirazione che tende a mantenere il mondo così com’è, su fondamenta prive di morale.

Paura, apprensione, ansia vengono diffuse, quotidianamente. Ci si rifugia nel materialismo, risposta primaria che ha dimostrato di essere insufficiente ma continua a essere promosso e diffuso. Il tuo ego è diventato il centro dell’universo, altro che sole, povero Copernico. Quando hai paura puoi solo pensare a proteggerti. Ma bisogna anche difendersi da chi, in caso di esplosione nucleare, consigliava allegramente di rannicchiarsi sotto un banco di scuola.

Paura che non ci permette di vedere e di considerare l’altro. Oggi siamo abbastanza stronzi da avere un unico rimpianto nel morire in un episodio collettivo. La nostra rabbia nasce dal non poter avere un evento dedicato tutto a noi, ma dal finire a diventare cronaca collettiva. I social ci hanno gonfiato l’ego in una sorta di masturbazione collettiva, siamo una società onanistica a ogni livello, anche mentale. Altro che figli, penso a me.
Le comunità sono state spazzate via dalla realtà virtuale, anzi, iperbolicamente questa è arrivata a raddoppiare ego e identità.

A sessant’anni, al tramonto della vita, la nostra società getta gli esseri umani nella pattumiera.
Ci siamo abituati a questa idea e accettandola viviamo ormai con l’angoscia di invecchiare.
Marciamo, imputridiamo dentro, abbruttiti nella morale e nella sua essenza ma impieghiamo milioni per preservare l’estetica giovane, l’aspetto esteriore. Attendiamo la morte belli fuori ma già estinti dentro.
Ci ritroviamo tutti, io, tu, complici di una società criminale che ha il solo intento di distruggere l’essere.

Quale morale possiamo costruire vivendo in mezzo a persone che disprezzano lo spirito e coloro che lo sviluppano? Se lo chiede anche Jodorowsky. Il culto del corpo, della struttura di esso molto spesso ha poco a che fare con il benessere ma sono fenomeni di “calcestruzzo d’anima”. utili per riempire, invasivamente ogni altra possibilità di esistere perché un individuo è considerato un nemico dal momento in cui osa azzardarsi a coltivare una sensibilità e una coscienza.

Se il mondo fosse fatto d’oro, gli uomini si ammazzerebbero per un pugno di fango. Lo diceva John Wayne, l’attore che recitava con il cappello ma che forse, aveva già capito tutto questo molto tempo prima di noi. Che fare di fronte a persone che fanno passare per lusso ciò che hanno ottenuto a poco prezzo, in costante competizione per umiliare gli altri? Che fare in un mondo che ci vuole compratori frustati?

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A Dean Koontz la corona di profeta: nel 1981 predisse Wuhan e il suo virus

L’autore Dean Koontz predisse misteriosamente l’epidemia di coronavirus nel 1981 in un suo libro inedito in Italia e intitolato The Eyes of Darkness.

Questo romanzo di fantascienza è parzialmente ambientato in un laboratorio militare cinese dove viene creato un nuovo virus da utilizzare come arma biologica definitiva visto che è pericoloso solo per gli essere umani. Il laboratorio del romanzo si trova proprio a Wuhan, in Cina, e il virus è battezzato come Wuhan-400.

Il virus di Koontz non può sopravvivere al di fuori del corpo umano per più di un minuto e non richiede un costoso processo di decontaminazione una volta che si diffonde attraverso una popolazione.

Profezia o casualità?

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Il suicidio culturale dell’Occidente: la profezia di Miłosz 

Czesław Miłosz era un’umanista scettico e un critico di tutte le forme di certezze ideologiche. Dopo aver lasciato la Polonia il poeta premio Nobel fu un oppositore del comunismo, continuando a diffidare però del conservatorismo e della controcultura.

Miłosz non si innamorò mai di Stalin e degli stalinisti, eppure dopo la Seconda Guerra Mondiale accettò di ricoprire un ruolo diplomatico per la PRL diventando addetto culturale all’ambasciata di Washington DC, alla fine degli anni ’40. Sempre più disincantato dall’insediamento di uno stato di polizia nel suo paese e dai suoi controlli totalitari sulla vita intellettuale, decise di abbandonare definitivamente la Polonia mentre si trovava in Francia nel 1951. A questo punto della sua vita Czesław Miłosz venne coinvolto  anche nelle attività del “Congress for Cultural Freedom”. Il poeta polacco divenne uno dei principali collaboratori delle loro attività, organizzando riunioni, simposi e conferenze. Sebbene critico nei confronti del maccartismo e dell’isteria politica in America, il Congresso pubblicò riviste di alta qualità nelle principali lingue e affrontò la ben organizzata propaganda dell’antiamericanismo in Occidente.

Negli archivi della Hoover Institution è stata recentemente rinvenuta una lettera dei primi anni ’70. Questa missiva è ancora capace di sorprendere per i suoi aspetti politici, filosofici e morali ancora attuali. Politicamente, Miłosz ammette il valore della visione pessimistica di Burnham, destinatario della lettera, proposta ne “Il suicido dell’occidente”( The suicide of the west ) del 1964. Filosoficamente tutto viene messo in discussione, esprimendo profonde preoccupazioni per il radicalismo di sinistra della controcultura degli studenti e per il conservatorismo della Chiesa cattolica romana polacca. In altre parole Miłosz pronuncia tutto il suo scetticismo sulle certezze ideologiche, siano esse di sinistra o di destra. Infine, per quanto riguarda l’aspetto morale della lettera, questo è un avvertimento e un accorato appello a far fronte  al declino della civiltà in Occidente.

Di seguito è riportato il testo della lettera indirizzata a Burnham, appartenente alla collezione Burnham presso l’Hoover Institution dell’Università di Stanford:

 “A visitor from Poland said to me, “what I found here is an enormous spiritual Munich.”

Molto probabilmente l’ospite polacco menzionato nella lettera era Aleksander Wat intervistato a Berkley per il libro “Il mio secolo“.

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Polveri d’ambra, il libro di Luca Palmarini sulle storie e sulle leggende della Polonia

È recentemente uscito un libro sulle leggende dalla Polonia, dal titolo “Polveri d’ambra”. Nell’opera di Luca Palmarini sono state raccolte e reinterpretate molte leggende delle terre polacche, alcune note, altre meno. Attraverso queste magiche storie l’autore vi accompagna in diversi luoghi di quel splendido paese, svelando l’antico carattere multiculturale che per secoli ha caratterizzato le terre polacche. Ecco, allora, che tra polacchi, tedeschi, gente di montagna, casciubi, ebrei e cosacchi, si avrà modo di conoscere diverse realtà geografiche della Polonia. Una particolare attenzione viene data a quelle informazioni veritiere che ogni leggenda contiene (quel famoso pizzico di verità), in modo da permettere al lettore di conoscere meglio le bellezze artistiche e naturali di questo paese che da molti anni Palmarini considera come la sua seconda patria

Nel volume sono intessute e raccontate le innumerevoli storie e leggende delle terre polacche. L’autore, da ricercatore appassionato e acuto, ha studiato, raccolto, vagliato e organizzato la loro densa e vertiginosa stratificazione, ha individuato e valutato tutte le fonti possibili, confrontato le diverse influenze storiche, dando vita a uno straordinario lavoro organico, accompagnato da un apparato critico che consente al lettore di ascoltare magiche voci della rimembranza perse dietro code di sogni. Così, in un viaggio tra luoghi noti e ignoti, da Cracovia ai Carpazi, da Varsavia a Lublino, da Breslavia a Danzica, sino alla Varmia, si scopre una civiltà plurisecolare e multiforme  che ci avvolge nella sua travolgente tradizione culturale.

Luca Palmarini, polonista, traduttore e dottore di ricerca presso la facoltà di Italianistica dell’Università Jagellonica di Cracovia, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche incentrate sui rapporti storico-linguistici tra Italia e Polonia. Collabora con diverse riviste specializzate e svolge attività di divulgazione e informazione in conferenze e incontri con il pubblico, per diffondere la letteratura e la storia italiana e polacca.

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