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I Cavalieri che non fecero l’impresa, secondo Gabriele Ottaviani di Convenzionali

Gabriele Ottaviani scrive la recensione de i Cavalieri che non fecero l’impresa su Convenzionali:

Ecco un breve estratto, potete leggere la recensione completa al link precedente:

Magnifico e geniale, verrebbe da dire, se non risultasse un po’ troppo altisonante. Ma in effetti non paiono esserci definizioni più azzeccate dopo aver letto con gioia questo romanzo che gioca con la lingua, la letteratura, la storia, il mito, la leggenda, l’ironia di un mondo che si crede tanto serio ma in realtà è solo misero e buffonesco. Sembra il palazzo di Cnosso a Creta, un labirinto vero e proprio, la trama di questo romanzo, perché a ogni angolo si pare un bivio, una possibilità, un gioco che gioco non è. L’arte, la guerra, l’amore, la storia: i grandi temi ci sono tutti, e non per far numero. Ogni cosa, qui, infatti, ha un senso. E non è così frequente.

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Doppio Umano, post di Nicola Vacca

Se siete in cerca di un romanzo originale fuori dagli schemi e soprattutto lontano anni luce dai luoghi comuni della letteratura, vi consiglio la lettura di Doppio umano di Fabio Izzo(Edizioni Il Foglio).E’ la storia di un poeta africano che lascia la sua terra perché perseguitato per le sue opinioni politiche. Come Hikmet ripara in Polonia.Alle prese con l’esistenza di un amico immaginario, il doppio umano appunto, il protagonista scava nella vita difficile della sua coscienza inquieta per raccontare in prima persona la finitezza della condizione umana costretta tra mille fragilità e un senso cosmico di ingiustizia che ha profonde radici culturali e sociali.
“La storia è fatta di cicli,di alti e di bassi, e quello che era debolezza prima diventa forza poi,viviamo in un’epoca di mercanti, tutti disposti a vendere le proprie anime”.
Nel doppio fondo dell’anima si nasconde e allo stesso tempo si rivela la lotta eterna del bene contro il male. Il poeta vive i suo esilio nel dramma di questo sdoppiamento in cui kafkianamente l’assurdo tesse la trama di un destino del quale il protagonista e artefice e vittima.
Fabio Izzo si avvale di un registro narrativo essenziale per raccontare attraverso l’interiorità singolare di un poeta senza patria la sua versione della realtà sospesa tra il nulla e il tutto. Il quadro finale è visionario e allo stesso tempo tragicamente reale, appunto come i dissidi di quell’esistenziale “Doppio umano” con il quale ognuno di noi vive quotidianamente in conflitto.

 

 

 

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Divorare gli dei. Un’interpretazione della tragedia greca di Jan Kott

Famoso per lo più, per il suo Shakespeare nostro contemporaneo, l’ottimo Jan Kott merita ancora oggi di essere letto e riletto, sopratutto in questa sua raccolta di saggi dedicata all’immortale teatro greco, dove il celebre studioso polacco scompone la mediazione tra sacro e teatrale in una personalissima mediazione maturata dopo anni di studio e di osservazione sull’immediato e sul sociale circondante.

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Dalle pagine dei giornali moderni al coro greco il passo è più breve di quel che si possa pensare perché se è vero che l’uomo è mortale le sue tragedie, anche in senso lato, restano immortali. Vi consiglio così questa originale e suggestiva interpretazione dei capolavori del teatro greco, effettuata da parte di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, Kott, che, armato delle conoscenze derivanti all’epoca da sociologia, psicologia, antropologia, storia delle religioni, decide di accompagnare il lettore in questo viaggio sul destino dell’uomo attraverso il tempo.

Gli accostamenti si succedono densi e vertiginosi: Prometeo, Beckett, le Baccanti, Lévi-Strauss, Sofocle, il teatro dell’assurdo in una serie di arbitrarietà apparenti, il cui valore d’uso si dimostra immediato. Dietro il grande canovaccio di regia c’è tutto il vasto sapere di Jan Kott,; c’è Kott polacco che ha alle spalle incubi e tragedie figlie di un contesto storico dominato dall’ingombrante presenza di un potere imperscrutabile, ma c’è soprattutto l’uomo di teatro portato a trasferire sulla scena i suggerimenti della pagina scritta e a lasciarsi guidare dalle sollecitazioni visive che la sua penetrante immaginazione gli suggerisce.

In questo suo preziosissimo studio viene sviluppata un’ analisi intelligente non solo teatrale, infatti Kott esplora più campi delle scienze umane dimostrando di trovarsi a suo agio in tutte, ma anche antropologica del teatro e della società greca, per chiudere poi il circolo di Prometeo ne i Giorni felici di Beckett. Si deve po segnalare un pregio dell’autore, abile sarto capace non solo di tessere ma di reggere caparbiamente i pericolosi fili dell’analogia.

Può essere vero che la società greca, da cui deriviamo, è stata sopraffatta della storia, ma il suo influsso resta ancora enorme, basti pensare ad una marca di detersivo come Ajax (vi siete mai chiesto perché si chiama così? Semplice è nome ereditato dal mito di Aiace).Personalmente ho trovato splendido il capitolo dedicato al semidio Ercole, lontanissimo dalle sue recenti versioni televisive e cinematografiche, scomposto com’è nelle sue due realtà coincidenti e contrastanti umano e divino. Si può credere solo in dei che non si vedono e si può concepire solo quello che è assurdo. Da ripescare o da scoprire questo testo si dimostra essere uno strumento di vita utilissimo per capire e comprender più di quel che è stato, è e sarà scritto nel mondo.

Jan Kott fu un saggista e critico teatrale polacco naturalizzato statunitense. Si oppose culturalmente al regime comunista instaurato nel suo paese già dal 1956. Nel 1961 pubblicò Szice o Szekspire (Shakespeare nostro contemporaneo,) riproponendo il leggendario bardo inglese in chiave contemporanea. Nel 1966 fu costretto a emigrare negli USA, dove insegnò in varie università. In seguito, nel 1970, riprovò con successo un’operazione simile, come abbiamo appena visto con The eating of Gods (Divorare gli Dei, opera che venne tradotta per la prima volta nel nostro paese nel 1977), un’originale e aggiornata interpretazione della tragedia greca.

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“Il Nucleo” (Il Foglio): Delirio pop per Fabio Izzo di Chiara Pieri su Il Recensore

Un romanzo “caotico e incasinato”, un “delirio pop”, come lo definisce lo stesso protagonista del Nucleo (Edizioni Il Foglio, 2011). Fabio Izzo, alla sua terza prova letteraria, racconta  il suo “nucleo”, un mondo che si snoda tra le strade imperturbabili della provincia del Basso Piemonte e le vie di una mitica quanto agognata Varsavia, tra la voglia di evadere e la ricerca di un amore impossibile.

Dante Fante, trentenne piemontese, ha una laurea in lingue e più sogni che certezze. Una passione per la letteratura polacca e più in generale per la Polonia lo portano a Varsavia, dove incontrerà J, la sua musa, la sua “Beatrice”.  È così, a partire da una poesia che si trasforma in canzone per J, che nasce l’idea del Nucleo, romanzo in nuce, più che vero e proprio racconto compiuto.

In parte autobiografico, in parte di fantasia, il “delirio pop”, popolare e postmoderno di Fabio Izzo, propone la storia di un giovane come tanti, costretto alla vita da precario, tra colloqui impersonali e lavori con la data di scadenza. Da un lato c’è la strettezza del mondo del paese, un odi et amo, dal quale Dante vorrebbe scappare, ma nel quale trova anche il suo rifugio nei momenti di sconforto, come quando si siede ad osservare l’immutabilità del tempo sulla panchina di piazza Matteotti; dall’altro c’è la voglia di fuggire alla ricerca di una vita diversa e più intensa, che però non è mai come la si immagina.

Catapultati nell’inconscio del protagonista, un po’ moderno Dante nella sua personalissima discesa agli inferi, un po’ Ulisse alla ricerca di nuove avventure e di una Penelope che lo attenda, i lettori si troveranno a dover sciogliere il bandolo della matassa di un Io-Nucleo, che si stempera pian piano tra poesia e musica, tra mondiali di calcio e viaggi, tra bevute al bar con gli amici, incontri d’amore e telefonate all’onnipotente.

Se talvolta, durante la lettura, sembra di perdersi all’interno dei pensieri di Dante  o nell’episodicità degli avvenimenti, tuttavia il libro si lascia leggere con piacere. Non si può fare a meno di apprezzare questo antieroe moderno, omaggio a John Fante e a tanta letteratura, da Bukowski a Pavese per dirne alcuni, che si lascia penetrare e al contempo riflette la condizione della modernità, con un Io in dissolvenza, lacerato a poco a poco dalla scomparsa di un amico, dalla mancanza di un progetto e dall’assenza di un amore autentico.

La recensione completa di Chiara Pieri la potete trovare su Il Recensore.com

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Il Nucleo secondo Simone Pazzaglia

Quella che segue è una recensione amichevole, nel senso che è scritta da un mio amico, collega di scritture e compagno di viaggio, Simone Pazzaglia. Quindi prendetela con le pinze perchè Simone è stato troppo buono ma tant’è…eccovi “Il Nucleo secondo Simone Pazzaglia”

Per chi vuol capire a pieno “Il Nucleo”, l’ultima fatica letteraria di Fabio Izzo, credo che dovrebbe fare prima un passo indietro e leggersi le altre due opere che l’hanno anticipato ovvero Eco a perdere e Balla Juary: Sferragliando verso Sud.

Izzo ha la grande capacità, attraverso la sua scrittura, di raccontare se stesso e l’uomo in generale nelle sfumature più intime, come un archeologo che scava instancabilmente nelle profondità dell’essere.

Il Nucleo, finora, è l’opera che più lo caratterizza, quella più sofferta e sentita che mette in mostra, tra le righe, uno scrittore che ha saputo, passando in mezzo al dolore e immergendosi in esso fino a toccare il fondo, riemergere per trasformare tutto quel veleno in medicina.

Il Nucleo è vita, è ricerca, è voglia di esplorare e di esplorarsi, è bisogno di essere e di capirne il perchè, ma non solo Il Nucleo è anche amore, amicizia profonda, musica, poesia e  morte.

Morte di un amico, inaspettata e crudele, morte psichica dovuta all’immobilità delle cose e infine morte di un Dante Fante che lascia pezzi di se stesso in giro per il mondo o fermo sulla panchina di una piazza qualunque per scoprirsi cambiato e diverso.
Il Nucleo è la staticità di un posto in contrapposizione con il frenetico divenire del protagonista. Il Nucleo è tutto questo e altro ancora: è una telefonata a Dio come ultimo tentativo di capirci qualcosa di questa vita sconclusionata.

Il Nucleo sono due iniziali, una V. e una J., iniziali di nomi di ragazze che hanno cambiato il corso delle cose.

Il Nucleo è Varsavia, è amore per la Polonia ed è anche un piccolo paesino sperduto nell’Italia settentrionale dove tutto sembra sempre uguale.

Un lavoro letterario ricco di considerazioni profonde sulla vita e sulla morte maturate con sofferenza da un autore che ha saputo reagire all’inevitabile rendendo eterna un’amicizia che non si è spenta neppure con la morte. Uno stile unico, un ritmo pop, un libro che fa riflettere e lascia sospesi in considerazioni che l’autore si limita a proporre per essere poi rielaborate da ogni singolo lettore.

Un libro unico nel suo genere che lascia presagire grandi cose… seguitelo e ne rimarrete stupiti.

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