Archivi tag: racconto

Il Regno delle tre Isole

Il sole, padrone del lungomare, scolpiva a dure pennellate coi suoi raggi dorati il classico e famoso panorama tipico delle cartoline che ogni giorno venivano spedito da migliaia di sudditi precipitati in visita per motivi di piacere, di lavoro o di studio qui a Napoli Capitale dai tre angoli del Regno delle Tre Isole come piccole onde di vita provinciale che vanno a schiantarsi contro il meraviglioso cospetto delle meraviglie naturali e architettoniche della Città.

Sono mille e più i profondi riflessi addolciti da una leggera luce ondulata, tutti diversi tra loro nel loro unico esplodente attimo di presenza su questa terra, al cospetto di un sole dal calore imperiale su quella sottile e fresca lastra azzurra formatasi dall’unione di un  cielo lontano alla vicinanza del mare senza che la debolezza dell’orizzonte possa arrivare a pensare di interrompere quell’infinito  dominio mai suo.

Di fronte a questo arazzo naturale, intrecciato finemente dallo sciabordante incontrarsi dei raggi del sole, immancabilmente,si resta tutti a bocca aperta senza riuscire a pronunciare alcun suono in nessuna delle lingue conosciute.

Lo sa bene il cocchiere matricola 324, Antonio Esposito, ultimo discendente in ordine cronologico di una rispettabile famiglia del mestiere, da generazioni e anni ormai assiste, durante i sui turni di lavoro alle esternazioni incredule e afone di sudditi afasici.

In mattinata Esposito Antonio aveva ricevuto ufficialmente, tramite regolare dispaccio spedito dalla locale sezione di Portici del Ministero Reale dei Trasporti, l’incarico di andare ad accogliere alla stazione centrale Philip Hackert, il neo panoramista reale in arrivo dalla Terza Isola, nominato dopo che l’illustre e Buon Cerulli si è da poco ritirato a studio privato dell’arte del panorama dopo tutti i suoi anni di ammirevole servizio presso l’Accademia Reale.

Ad accompagnare Hackert con lui c’erano la moglie e il figlio, giusto appunto i tre nominativi segnati sulla distinta ufficiale recapitata giù al porto dove risiedeva Antonio Esposito,

Esposito ammirava gli Irlandesi, ligi a rispettare i codici del regno al contrario degli inglesi, sempre pronti a cercare un sotto rifugio, un cavillo, una clausola per poter battere il sistema da loro tanto odiato.

La famiglia Hackert era composta da tre elementi, giusto appunto gli elementi concessi alle famiglie anglosassoni dal decreto di Benevento del 1861 che legiferava quanto segue: 
“Ai nuovi cittadini nati nella terza Isola del Regno sarà permesso comporre e formare nuclei familiari di non più tre elementi. La registrazione della famiglia sarà sottoposta al censimento ufficiale del Regno e sarà sì vincolante il legame del sangue ma senza distinzione di razza, di educazione, di ceto, di religione o di sesso alcuno”.

Il decreto di Benevento limitava sì il numero dei componenti degli abitanti della terza isola a Nord ma, cosa importante, lasciava libera ogni libertà rendendo di fatto quell’isola un vero e proprio laboratorio sociale.

La benevolenza del decreto di Benevento era di per sé, in campo legislativo, limitante e se era vero che i britanni viste le loro difficoltà a rimanere indipendenti avevano spontaneamente aderito al Regno, diventandone la Terza Isola, non si poteva facilmente dimenticarsi dei violenti moti di ribellioni che tanto gli inglesi esplodevano nei confronti del protettorato dell’antico protettorato irlandese.

Ciò dipendeva dal fatto che gli inglesi sono venati da un forte spirito indipendente e cercano  sempre di aggirare l’editto scavando nelle anse dei vari singoli comma e le loro Oxford e Cambridge sfornano legali abili e pignoli,.

Erano così arrivati a non registrare le unioni familiari inventando a Londra le unioni civili, individui che si riunivano per interesse comune sotto la stesso tetto per poter così scavalcare il limite di tre.
Capitava così che a Londra ci fossero unioni civili di un uomo e di una donna che, una volta dichiarato come loro interesse comune il sesso, finivano con ospitare sotto il loro tetto bambini concepiti in virtù di tale interessi.

Ma anche unioni civili più promiscui nascevano sulle sponde del Tamigi, ragionieri con altri ragionieri, assicuratori con altri assicuratori e politici mischiati promiscuamente tra loro.

Per questo motivo l’Inghilterra era vista come una terra di furbi e di folli.

In disprezzo alla moda del Regno, gli Inglesi erano arrivati ad inventarsi un’estetica ribelle tutta loro, composta da giacche di pelle nera, acconciature ridotte a selvagge creste il tutto arricchito dal metallo richiamandosi al loro leggendario passato celtico.

Il metallo adornava in maniera  preponderante l’aspetto di questa nuova tendenza, metallo sui vestiti, metallo nella pelle.

non il metallo continentale, ma quel metallo che andava manualmente lavorato con le antiche e pesanti tecniche,

Anche se nel Regno più di qualcuno sospettava l’uso di lavorazione fordista per il metallo nessuna inchiesta ufficiale venne mai aperta per non rovinare i rapporti tra Londra e Napoli nati dopo l’inaspettata conquista napoletana dei territori a Nord del Trasimeno; agli inglesi si lasciava dunque un minimo di individualità, tanto giù nella Capitale erano sicuri che l’avrebbero prima o poi sprecata in un attacco della loro proverbiale pazzia alla birra. 

 – Guarda Papà è ancora più bello di quello che ci fanno vedere nei nostri libri a scuola.

Philip poteva sentire l’entusiasmo vibrare nelle corde vocali del figlio ed era in grado di capirlo fino in fondo, non tutti i bambini  inglesi potevano ritenersi così fortunati da poter visitare la Capitale, senza parlare del privilegio di viverci. 

– Sì, figliolo davvero…

L’entusiasmo formava dei gorghi di nulla nel linguaggio incapace di esprimersi.

– Philip è da restare…senza parole. Sono così eccitata per questo tuo nuovo incarico e proprio qui, nella Capitale.

– Davvero, le nostre preghiere sono state ascoltate. Un vero e proprio colpo di buona sorte, Marta. Una svolta importante per la mia carriera e per la nostra intera famiglia e poi Philip Jr. potrà finalmente ricevere un adeguata istruzione con le migliori menti del regno e purtroppo non è cosa che tutti gli inglesi possano sperare. 
Restando a Londra sarebbe sicuramente diventato un avvocato o che ma qui ora gli si apriranno le porte del destino. E se otterremo la cittadinanza napoletana potremmo dare al nostro Philip Jr. un fratello o una sorella.

– Oh Phil, ancora non rieco a credere a tutto questo ma a te quanto piace?-

Martha Smith in Hackert era una donna dalla bellezza diafana, non certo il tipo di bellezza in voga nella capitale ma era una donna affascinante e con un lignaggio di un certo livello, educata nelle migliori delle maniere possibili inglesi visto che il padre, Mark Smith,il più noto commerciante di tessuti di Liverpool, aveva mandato la figlia a studiare, senza troppo badare a spese, nel cavalierato di Malta per garantire alla figlia un futuro brillante.

E fu proprio sotto quel prezioso sole di Malta che Martha incontrò Philip Hackert, promettente studioso dell’accademia delle belle arti britanniche, istituzione direttamente patrocinata dalla Reale Accademia di Capodimonte.

Philip sì esercitava lì nelle sue pennellate, ad eseguire versioni pittoriche delle ricchezze del cielo e del mare, tutte diverse tra loro, per tentare di riprodurre o di avvicinarsi agli spettacoli naturali di Napoli, cosa possibile solo a Malta, cavalierato napoletano esclusivamente dedito all’educazione britannica. 

Aveva imparato a stendere il pennello così come si stende il respiro d’estate sotto l’immensità del cielo poggiatosi appena sulla linea vitale degli uomini.

Non per niente il lavoro che l’aveva reso famoso a Reading era “Atlante”, una sua rappresentazione del mito classico dove si vedeva il cielo proprio dalla prospettiva del Titano, appena sotto lì, dal basso ad un dito dal cielo che non significava felicità, tutto in una cromatura sfumata di azzurri vivi e morti che venivano scagliati violentemente dal suo pennello condannato, proprio come il triste Atlante condannato a tenere sulle sue spalle il peso della volta celeste, e Hackert era riuscito a far sentire quel peso solamente attraverso la potenza delle sua espressive pennellate blu..

– Bellissimo, Martha, bellissimo. E’ come un’immensa distesa di sogni che è venuta a posarsi leggera in questo angolo di Eden.

La presenza del sole non sempre riesce a bucare l’oscurità  penetrando nel dedalo di queste antiche ombre, sedimenti secolari di povertà applicata all’economia, elementi  che tuttora dividono, oscurando e proteggendo l’anima originale della città, cresciuta a dismisura , partendo da quel nucleo, per poi arrivare ad estendersi fino ai confini stessi del Regno delle Tre Isole, impero che si abbevera e si nutre nei suoi luoghi d’origine.

 

Please follow and like us:
20

A proposito di nick

A proposito di nick

Nicole è una vertigine, un senso di appartenenza, un ritorno.
E’ facile perdersi per lei, non con lei, lei ti terrà sempre distante, sempre. Nicole è stata la mia seconda storia d’amore, la prima di dolore.

Se dovessi scrivere di tutti i miei amori non avrei molto da dire.
Sono stati quattro.
Forse tre.
Importanti?
Nessuno è sopravvissuto fino a qui.
Dolorosi? Tre o due su quattro.
Uno, l’unico, il terzo, numero perfetto, ha avuto il suo corso naturale, ora quella lei non più mia ma è mamma.
Nicole, dicevamo.

Mi capitò in quell’età quando il mondo è ancora piccolo e si ha la pretesa di poterlo tenere controllo facilmente.
Quando la politica infiamma gli animi, il calcio è un interesse serio e l’unica cosa che interessa il sesso.
Quando in fondo, in presenza di quel trittico, abbiamo sentito tutti la mancanza di Pasolini.
Mancanza, si, vero, Nicole è stata anche un’ insieme di mancanze.
Molte.

La conobbi per caso, in un passato che appare molto più remoto alla mia anima di quel che effettivamente è scorso.
Io leggevo Keroauc, scrivevo racconti e opere teatrali, ne ho scritte due, poi la mia gioventù si è ammalata e ha dimenticato il teatro ai suo albori. Frequentavo l’Università e avevo già speso l’anno più bello della mia vita in Erasmus; i problemi quelli veri erano cose lontane a venire.
Ero fortunato forse avevo pensato che in quel mondo io ero fortunato.

Ricordo che era il mio compleanno.
A Palazzo Ducale, giù a Genova, c’era una mostra su Kandinskij.
Io di arte non ne ho mai capita molto ma davvero.
Letteratura si, la summa di tutte le arti, qualcosa ci ho capito e spero di capirci ancora.
Arti figurative, non so, non erano il mio forte.
All’epoca, davo ripetizioni di Italiano a una ragazza polacca di Stettino in Erasmus,  stavolta toccava a loro, giù a Genova.

Leonarda si chiama e ora con quel nome poco polacco vive a Londra. Leonarda era diventata mia amica, forse a forza di non capirci in nessuna lingua.
Così il sei dicembre di quell’anno ci tenne a farmi un regalo.
Mi regalò un biglietto per la mostra di Kandinskij.
Della mostra ricordo poco, molto poco, se non che era due giorni prima del mio compleanno e che c’era tutta una serie di quadri…il biglietto forse ce l’ho ancora da qualche parte assieme a quello del concerto di Springsteen a Marassi e a qualche biglietto delle salite del Napoli al Luigi Ferraris.
Poi dicono che gli uomini non sono romantici.

Comunque in quel tiepido dicembre dell’anno che fu, Leonarda mi portò incontro alla mia ignoranza: gironzolando a vuoto, ammirato, a volte annoiato, incompreso ma mai indifferente, persi per le stanze dell’esposizione la mia accompagnatrice. Così mi fermai.

La prima cosa che ti insegnano negli scout se ti perdi in un bosco è? Abbracciare un albero.

Per evitare di girare in tondo penso, per stare fermi e per amare la natura, non so…io negli scout non sono mai andato e l’unica altra cosa che mi ricordo sugli scout è: gli scout sono dei bambini vestiti da cretini e i capi scout sono dei cretini vestiti da bambini, povero Baden Powell…

Mi ero perso nel museo…come manco ne “Il pendolo di Focault”…io mi ero perso davvero, anche se la sala non era tonda e sapevo benissimo dov’era l’uscita…mi ero perso comunque e non volevo abbracciare nessun quadro.
Di fronte a dei video che avevano a che fare con “Sciopero” di Eizenstejin, questo lo ricordo bene… anche se non ricordo perché quei video fossero lì…di fronte ai miei ricordi c’era lei.
Indossava gli stivali quando gli stivali non erano di moda.
Era indice di personalità, ora… forse in onore suo ci sono stivali dappertutto. Era lì con uno sguardo che non capivo…non capivo cosa potesse celare, non la capivo ma avrei voluto abbracciare lei tant’ero perso…poi distolse lo sguardo e lo rivolse a me…Scriverei pagine apocrife, non ufficiali, se provassi a scrivere quello che mi disse; non me lo ricordo!
Tant’è che cominciammo a parlare e a parlare e a parlare…per dieci minuti ma forse cinque estesi, parlammo.
Poi le mi disse che doveva andare, che aveva il treno e doveva arrivare a Brignole…sapevo solo il suo nome e le chiesi dove quel treno doveva andare, da dove fosse apparsa…e lei mi disse Verona.
Già sentito, pensai tra me e me, ahi ahi, questo non porta nulla di buono. Nicole, le chiesi…lei era Nicole…mi lasci il tuo numero, potremmo sentirci qualche volta…Non me lo diede il numero, non volle, non è destino disse come se il destino in bocca ai ventenni suonasse meno tragico grazie alla loro gioventù…ma se vuoi ti dico come puoi trovarmi…
A me?che ero perso come il più cretino degli scout in un museo, che non sapevo cosa abbracciare…si voleva far trovare da me? Cominciamo bene che finiamo subito era il mio pensiero lampo. Mi scrisse su un foglio Sally 78 e mi diede un indirizzo internet. Nulla di meno che il mondo mi diede e se ne andò, dentro i suoi stivali in un sorriso estivo dietro uno sguardo autunnale quando il mondo è ancora in inverno.

Ah, mi ero dimenticato di Leonarda, di raccontarvi di lei…lei era a prendersi un cappuccino, la mostra l’aveva vista in formato lampo e si era ricordata dei cattivi rapporti tra polacchi e russi…così abbandonò in fretta e pensò che io volessi approfondire l’arte russa senza essere disturbato.

Fu lei ad accompagnarmi comunque a Principe, fu lei la prima a farmi gli auguri per i miei 25 anni ( due giorni d’anticipo portano un sacco di male) e fu a lei che chiesi: ma le opere d’arte si possono abbracciare? Rise, non capì la domanda, o la capì nel senso sbagliato perché disse…Ma sei scemo? Vuoi abbracciare un quadro? See un quadro…

Il mio rapporto con Internet non era molto sviluppato, praticamente non sapevo quasi nulla come adesso…
Chiesi al mio compagno di giochi dell’epoca, l’ultimo mio compagno di giochi…chiesi due o tre cose…e lui mi spiegò che era una chat e che quello era un nick…Feci domande stupidissime che non ricordo ma ricordo lo stupidissimo stupore del suo sguardo nel rispondermi..Di fatto poi, boh…il sei dicembre nulla…Il sette dicembre invece mi collegai…
Tastiera bollente e monitor in cerca di segnali…digitai l’indirizzo e mi dovetti scegliere un nickname…un soprannome…a me? Non ne avevamo mai dati, proprio per nulla…o almeno non c’era niente nella mia memoria…
In testa avevo una canzone di un cantautore emergente…Beck…Loser e così scelsi quel nick…

Nessuno mi ha mai chiesto il perché…e quest’estate al festival di Genova, c’era Beck ma non me la sono sentita di andare perché I’m a loser baby!
Il sette dicembre apparve lei…in una schermata grigia animata da qualche faccina idiota, finalmente apparve lei. Ciao…cosa potevo scrivere se non un originalissimo ciao? Non rispondeva….forse non mi aveva visto, forse non parlava con gli sconosciuti? In una chat? Buffo quanti pensieri idioti possano affollare la mente umana in 4 secondi.

Poi finalmente rispose.
Ciao, lei sì che era originale. Originale originale per dirla tutta.
Sono Fabio, scrissi, quello di Genova, ricordi…
Si. Ricordo. Aspetta che sono appena arrivata a casa e mi levo gli stivali. Già lei portava gli stivali e a me piaceva. Mi disse che era appena tornata all’Università. Scemo, non sapevo nemmeno chi fosse, non sapevo nulla e rischiavo di fare una figura da scemo a ogni secondo. Parlammo, stavolta molto di più come tempo e molto di meno come contenuti, non c’era il mondo a farci distanza, c’era uno schermo che era lo stesso per tutti e due e c’era forse la stessa voglia di conoscersi per entrambi. Mi disse che studiava russo, così almeno capii perché era andata a vedere Kandinskij. Mi disse che le mancava poco in termini di esami e che ne stava preparando qualcuno. Io non dissi nulla, all’Università ero credente non praticante. In prima persona avevo visto gente prendere dei voti immeritati, a me stesso era capitato…non potevo credere nel sistema universitario, non nella stessa maniera in cui ci credeva lei dalle buone maniere e dai modi gentili. Mi sembrava di capirci qualcosa in più. Mi disse l’età…lo so, gliela chiesi anche se ad una signora non va mai chiesta l’età e se peccai all’epoca non ripecco adesso e vi rimando di picche sulla sua età…che poi è un segreto di Pulcinella se ricordate il nick.

Mi disse che scelse Sally prendendolo, a proposito di nick, da una canzone di Vasco Rossi. Non so quale, io non ascolto Vasco Rossi, a essere sincero non lo sopporto. E mi disse anche che i suoi amici la chiamavano Alba Chiara per il suo modo di essere. Ero combattuto…la pensavo diversa, sì diversa, anche se non la conoscevo, l’avevo messa su un piedistallo, la sua prima rovinosa caduta arrivò ai miei occhi con Vasco Rossi…Se si hanno due neuroni nel cervello non ci si può ispirare a Vasco Rossi pensavo tra me…poi ricordai da dove avevo tirato il mio, fuori di nick, e cicatrizzai il mio senso di rabbia…

Sono solo etichette…scrissi sullo schermo.
Già, hai ragione …era il suo seguito. Un filo era stato tracciato senza galateo e senza etichetta. Ci rivedemmo come nick, altre volte, forse due o tre…ma ricordo che era un lunedì quando finalmente mi diede il numero…di cellulare…che io non avevo…nel senso io non avevo un cellulare, non lo avevo mai avuto…e non lo avevo mai desiderato fino a quel momento…lo segnai in attesa di non so che cosa…
In attesa come sempre, si è sempre in attesa che vi piaccia o meno, in attesa come nell’Hildebrando Aristolakis, in attesa come un’ artista che semina indizi sulle regole dell’universo nelle sue opere come tracce rosse.
Avvenne come tutte le volte che si ha una tentazione, avvenne che questa tentazione colpisca in fondo ancora prima di lacerarci l’anima è così avvenne anche per me con quel numero di telefono e forse avviene per voi con questo testo scritto.
Così al telefono avvenne il primo peccato non originale di questo racconto, lo scambio di idee, di suoni e il ritrovare una voce scolpita nella memoria e ritrovarla conosciuta ma sempre nuova.
Così come nuovo può apparire un semplice ciao e assumere un significato nuovo come un trattato sui manichini. Chiamò lei per prima, perché così volle lei. E risposi io per primo perché così era la reazione della fisica alle regole delle donne.

Ciao.

Ciao.

E’ così che ti immaginavi il suono della mia voce. Non è così ma è così. Al telefono intendo

Si perché ricordo la tua voce.

In quel frangente che frange i flutti della mente umana ti viene voglia di pensare che non sei così scemo, che la tua mente esiste è che deve essersi nascosto da qualche parte, molto lontana per non volere venire fuori…nulla da fare, uomo idiota sei e uomo idiota appari

Che fai stasera?

Penso che dopo andrò a dormire…sono già le undici…di lunedì poi non c’è molto da fare

Il lunedì dei giovani senza prospettive cade uguale al lunedì dei giovani in prospettiva di tragicommedia, ma uguale uguale…

Vai a dormire?

Si, io guardo ancora un po’ di TV e poi mi sa che ti raggiungo

Nella notte non si raggiunge mai nessuno, si è sempre soli di fronte ai propri demoni.

Mi accorgevo che erano due ritmi scanditi da diverse prospettive.

Man mano che la cosa andava avanti e non si trattava dell’eterna misura giorno dopo giorno ma una nuova e ansiosa mezz’ora dopo mezz’ora, il quadro si faceva sempre più incomprensibile o complesso, o almeno con la classica chiave di lettura, perché se uno sa cosa Picasso intendeva dire arriva ad esclamare è un genio mentre se uno come me non ha la minima idea di cosa volesse dire Picasso beh questo fa schifo è l’esclamazione conseguente.

E l’amore è un po’ il Picasso dei sentimenti, il mio in perenne periodo blu aggiungerei io che di arte poco prima ho detto di non capirne nulla

Please follow and like us:
20

Affogare a Santo Stefano Belbo

Ci ho messo 30 anni e più ad arrivare fin qui.

Eppure sono solo pochi chilometri.

Pochi chilometri, a volte, sono la scelta del destino che avviluppa la sua matassa sulle nostre espressioni serie che, troppe volte, per indefessa iperbole, chiamiamo vita.
Era una domenica qualunque ma è sempre così che diciamo e siamo soliti affermare.

Troppi non vivono ma mentono nel farlo.

Perso tra il solito caffè e la Coca Cola del Bennett, o della Bennett come dicono i nuovi puristi della linguistica applicata al Marketing… ed io che mi sono fatto un mazzo così sul sarmatismo comincio a  rimpiangere un po’ la serietà del mondo antico.
– Si potrebbe andare da qualche parte.

Mentre il sole cuce le menti con l’asfalto si parla senza troppo pensare.

-Si  potrebbe sempre andare da qualche parte.

-Hai voglia di andare a Genova?

-Come no.

-Non ho voglia di guidare fino a lì. Alessandria… Asti… Torino… Milano… che ne dici del Veneto?

-Ma se non avevi voglia di guidare fino a Genova come pensi di raggiungere Verona?

-Già…

Il mondo antico, quello di una volta…affiora.

– E se andassimo ad Alba?

– A far che?
– A prendere un caffè.

La noia spesso fa strani scherzi e due persone annoiate fanno troppo spesso strani discorsi, senza senso, affidandosi l’uno sull’altro.

Ed ecco Alba che ci accoglie dopo che la radio, con tutte le sue più struggenti canzoni d’amore, ci ha martoriato e cotto per bene lungo i cantieri in corso che sono le statali piemontesi, senza nemmeno un cartello a indicare le deviazioni.
In due giriamo a vuoto,  io doppiamente, tra il racconto dei suoi ricordi e quelli di L. che qua ci veniva quando era fidanzata, anni e anni fa, con un militare conosciuto a Rimini, che poi L. è di Lampedusa ed ora è pure mamma.
Strano come certi ricordi risalgano tutti quegli strati solo per affacciarsi di fronte alla minuscola rossa chiesa della Maddalena dove entriamo per poco tempo mentre turisti francesi fotografano ogni centimetro quadrato dell’edificio sacro.

Alba però è una madre temporanea, sapevamo che ci avrebbe adottato per poco.

– Andiamo a bere una birra da qualche parte.

– Dove?

Dopo trenta e passa anni lo dico.

Dopo un concorso letterario vinto e mai ritirato lo dico.

Dopo avere letto e bruciato con i miei occhi le sue lettere e le sue parole lo dico.
– A Santo Stefano.

– Belbo- Aggiunge lui, senza punti di domanda o punteggiatura varia. Il nome così imprime il momento.
Non so mai bene cosa pensino gli altri di me o delle mie mille versioni.

Ultimamente il mio rifarmi alla poesia e al suo effetto sciamanico, almeno in certe cerchie, ha spiazzato non poche persone.

Non m’importa, è una parte di me che viene fuori.

Senza obblighi o distinzioni.

Viene fuori perché è l’armonia del mondo che la chiama.
Oggi poi…
di fronte a queste mille tonalità di verde, pennellate una ad una divinamente su colline dove non è scappato un metro a vigna, il mondo ci insegna la bellezza delle langhe.

Non è una bellezza frivola.

Qui la bellezza costa fatica mai come altrove.

Strade in salita, pendii e declivi.

Tutto lavorato.

Tutto con amore.

Ed è un altro tipo di amore che affiora sempre da questa terra.

E’ tutto un seguirsi di chiese e di cappelle di campagna.
La terra che buca lo spirito, dal basso verso l’alto.

Lavorare stanca…vero come non mai.

Arriviamo, mangiando chilometri, mentre il navigatore satellitare ci ha già perso curve fa.

Qui il mondo antico vuole rispetto per le sue regole.

Appare il cartello e i grandi pannelli che hanno reso la letteratura business, di qui segnalano la collina dei “Mari del sud” e di là altri itinerari pavesiani.

Ci fermiamo in piazza a bere qualcosa.

– Dove?

-Io direi al Bar dello Sport, c’è sempre un bar dello sport e sei sicuro che sono sempre i clienti meno sportivi del mondo.

-Ma no andiamo di là che c’è il dehor.

– Ok.

Seguiamo il dehor.

Ci sediamo.

Così questa è Santo Stefano Belbo ma ho ancora paura a pronunciare il suo nome.

Troppe volte mi hanno chiamato scrittore.

Troppe volte ho sminuito il mio di ruolo nel mondo della letteratura, non in quello dell’editoria, pensando a gente come lui.

Qui, da questa sedia, dietro ad un cubo, il cielo appare tagliato dietro ad una casa colonica.

La fontana del paese non ha la forza o la voglia di inondare il cielo e si nasconde dietro alle troppe macchine di una domenica di fine luglio nelle langhe.

A fianco gente dell’est parla di altre cose, capitata qui per caso, mente i giovani del paese sono uguali un po’ dappertutto ormai e parlano di moto mentre un manifesto ci propone il sorriso artistico di due comici che, sfortuna loro, devo aver già visto da qualche parte.

Mentre ordiniamo due affogati all’amarena tre ragazze a fianco a noi parlano.

Se fossimo in Fandango scapperebbero via con noi.

Via da questo cielo tagliato.
Via dall’acqua piegata dal cielo, troppo lontana com’è dal mare che già Cesare sognava.
Via dalla modernizzazione di un mondo antico e via dallo sguardo triste di quei comici che sembrano già aver dato il meglio sbattendo contro quel muro.

Ma non siamo nell’America, letteraria o cinematografica.

Siamo qui.

A Santo Stefano Belbo.

Paese di Cesare Pavese.

Finalmente l’ho detto.

E non riesco ad alzare lo sguardo e mi condanno nell’affogato all’amarena.

Please follow and like us:
20

Latin Lower

Latin Lower, semplice racconto sui mondiali di calcio, era stato scritto per un’antologia de Il Foglio Letterario, progetto poi accantonato. Le tematiche di riferimento sono le stesse di “Balla Juary”:il calcio, l’ingresso nel mondo adulto tramite il lavoro che non c’è e il sesso come iniziazione all’amore…Contrariamente a “Balla Juary”, Latin Lower, nei toni e più leggero e ironico anche se è pervaso da una vena di malinconia. Per i miei cronisti ufficiali e non, Latin Lower fu stato scritto a Febbraio/Marzo, dopo il naufragio di un fidanzamento fasullo e dopo il mio ritorno alla vita “on the Road”, all’insegna del mio ritorno in Polonia (otto anni dopo!)
Se avete voglia di leggerlo, eccovelo qui :

LATIN LOWER

“Cigarini per Maggio, l’ala azzurra entra in area di rigore ed è GOOOOOL!!!!

Incredibile amici: Christian Maggio! 1 a zero! Signori questa è l’Italia!
Questa è l’Italia! Un colpo di biliardo come il Cigno di Utrecht, esattamente come Marco Van Basten in Olanda- Urss degli europei del 1988. Splendida coordinazione di super bike Maggio! Ma questi sono i mondiali tifosi azzurri e salite su con noi sulla giostra che l’avventura dell’Italia è appena cominciata”

E’ evidente come ormai anche i cronisti e il linguaggio sportivo si siano evoluti.
Una volta era cronaca, oggi invece è tifo puro.
Prendete una pagina della Gazzetta dello Sport di venti anni fa e confrontatela con quelle di adesso. A rimetterci è stato il linguaggio, tagliato e cucito ormai su titoli pressoché onomatopeici.
Così anche la nazionale azzurra in questo mondiale si è dovuta portare a seguito i suoi cronisti-tifosi in un variopinto caravan serraglio; cronisti tifosi che normalmente seguono le squadre del campionato di serie A sulla pay per wiew.

Fortunatamente il primo gol azzurro in questo mondiale sudafricano l’ha segnato un giocatore del Napoli e così l’esultanza è quella tipica partenopea.

Maggio poi, un nome romantico...

na sera e maggio

maggio, il mese del primo e indimenticabile scudetto napoletano.
Maggio, un nome, una profezia dietro a una profana parusia.
Chissà che non sia una buona novella per questa nuova religione mondiale del pallone chiamata a ripetere i suoi riti ogni quattro anni.

Il gol mi mette di buon umore, non poco a dire il vero, mentre sotto di me si sono  addormentati i cieli dei tetti rossi di Danzica.

Estate del 2010, i calciatori sudano al caldo di un clima sud africano mentre qui a 70 anni dalla II Guerra Mondiale e a 30 anni da Solidarnosc, i mondiali di calcio passano come un leggero vento di folclore perché la nazionale di casa non si è qualificata.

Per mia fortuna riesco a seguire, grazie al satellite dell’albergo, quasi tutte le partite anche se in una guazzabuglio di reti e di lingue estere, ecco la nuova torre di babele.

Non preoccupatevi, I riferimenti biblici escono fuori solo perché l’unico libro che ho con me è l’immancabile bibbia d’albergo, edizione trilingue: polacco, inglese e tedesco.

Sfortunatamente non ho nessuno con cui guardarle o almeno è quello che pensavo fino a quando non sento bussare alla mia porta.

Toc toc

–  Kto tam?

(In polacco vuole dire chi è là)

Del perché parlo polacco è una storia lunga che magari vi racconterò in un’altra occasione. Per ora vi basti sapere che per me la Polonia è una seconda casa.

In effetti mi sento un po’ come  l’Alain Quatermann polacco che invece di avere  il  continente africano a  sua protezione, si ritrova a difesa il Cristo delle Nazioni,ovvero  la Polonia com’è storicamente conosciuta.Il mal di Polonia poi è un sentimento strano che in pochi capiscono, paragonabile forse al mal d’Africa, un’innata nostalgia per questa realtà europea ma sicuramente peculiare.
Ora, aldilà di questa barriera intagliata dal legno delle foreste di Chorzow o di qualche altro paese narrato da Isaac Bashevic Singer, non risponde nessuno.

Toc toc

Si ripete il rumore sordo.
Mi sembra di essere in una di quelle barzellette da telefilm americano della serie: “toc toc chi è là”.

Invece sono nella mia vita, in una parte decentrata della mia vita.

Sono sempre stato un tipo riflessivo ma in qualche modo so bene quando è il momento di agire anche perché l’arbitro ha appena mandato le squadre negli spogliatoi per la fine del primo tempo.

Così scendo dal letto e vado ad aprire.

Giro la maniglia e attiro a me la porta di quel legno profondamente immaginato in qualche saga familiare da premio Nobel, tipo Milosc, che pesantemente segue il suo raggio d’azione limitato, restando ben piantata sui cardini.

In un gioco di circonferenze visive incomincio dapprima a intravedere e poi finalmente vedo.

E’ una ragazza.

Come in tutta la mia vita.

Sono maledetto dalle ragazze.

Le incontro, me ne innamoro e le seguo.

Le donne no, quello è un capitolo della mia vita che si deve ancora aprire.

Non c’è altro da aggiungere.

Ognuno della sua vita fa quello che vuole.

Potrei farvi l’elenco numerato e dettagliato: non ci metterei molto in fondo, anzi mnemonicamente già lo faccio, ed ecco che scorrono le iniziali, per rispetto della privacy,  in rigoroso ordine cronologico:

A, N, Y, F, S, M, V, N, M, D .

Se ne ho dimenticata qualcuno sarei pronto a scusarmi ma la confusione del momento, le storie di Singer,il mondiale azzurro, il gol di Maggio e la bionda alla porta, beh, perdonatemi ma chiunque avrebbe perso la testa.

– Czy potrzebasz qualcosa…

Dice lei ma non ho capito…non ho messo a fuoco il cervello, intontito già al primo colpo di questo incontro e rispondo con un:

-Non ho capito.

La frase mi esce proprio in italiano non facendo capire lei-

– May i the towel…?

Hmmm…ok, a questo punto penso di aver capito, non parla un gran inglese ma deve essere qui per gli asciugamani….

– Sure, sure.

Certo Certo e la faccio cenno di entrare mentre dandole le spalle torno a sedermi sul letto mentre mamma Rai trasmette l’immancabile pubblicità della pasta…

– Are you italian?

– Tak, yes

– Oh I understand

Fermi tutti, ha capito? Cosa ha capito. Qua nemmeno ho parlato e vengo già inserito nell’elenco degli stereotipi: in pizza, mafia, mandolino e latin lover?
– Co ty rozumiesz? (Cosa hai capito)
– Mowisz po polsku? Dlacego? (Parli polacco? Perché?)
– Come ti chiami?
– Monika-
E in inglese le dico che è una lunga storia e che se vuole sentirla posso raccontargliela di fronte ad una birra stasera, dopo che lei ha finito di lavorare e dopo la partita ovviamente.

Non al bar dell’albergo, mi dice lei, perché non vuole che si facciano una brutta idea visto che lavora qui solamente da due settimane e già mettersi a frequentare clienti e italiani per di più, non l’aiuterebbe di certo.
Oh ma sta storia degli italiani all’estero dovrà cambiare prima o poi, no?

Sono quasi stufo di essere accomunato alla massa infoiata di italiani che va all’estero ad alzare il tiro su tutto quello che passa.

Comunque se ne va e l’appuntamento è al centro commerciale vicino.

Torna invece il secondo tempo della partita e l’Italia viene rimontata da un gol di un certo Papete!

Papete dico io, ma si può prendere gol da Papete?!

Non è bastato un grande Maggio a giugno e il mondiale comincia con un pareggio.

Sul cellulare arriva qualche messaggio dall’Italia, dove il malcontento sembra essere generale.
La spedizione azzurra è deludente, c’ è chi dice in Spagna come nel 82 chi in Messico come nel 86 e un mio amico arriva ad azzardare addirittura un lontano paragone con l’Italia di Sacchi negli Stati Uniti nel 94.

Mentre penso a Signori, schierato come terzino nella partita contro la Norvegia e a Zola espulso immeritatamente contro la Nigeria, mi faccio una doccia prima di uscire.

Diciassette piani più giù mi aspetta un mondo lontano dalle tipiche polemiche calcistiche all’italiana; qui Maurizio Mosca e Aldo Biscardi avrebbero dovuto inventarsi un altro mestiere.

Uscito dall’albergo il mondo continua a girare e mi ritrovo a in un lungo viale a passeggiare verso un centro commerciale,

Non è una brutta città e a dire il vero e comincio a pensare che potrei rimanerci a seconda di come vanno le cose anche se il mio incarico finirà tra poco, come tutti i nuovi contratti.

Vallo a trovare un contratto che dura più di tre mesi al giorno d’oggi.

Sono qui da oltre due mesi per rilevare il peso specifico del carciofo polacco e trasmettere i dati ad un’agenzia europea di cui non sto a farvi il nome.

Un incarico inutile mutuato dalle modifiche genetiche dell’apparato di Maastricht. Questa è l’Europa!

Uno studia, si fa un mazzo così per diventare una persona rispettabile e finisce poi con il rilevare il peso specifico del carciofo della Pomorskie (Pomerania), la regione di Danzica.
Mah…e mi ritengo ancora fortunato, un mio amico è finito in depressione dopo aver lavorato come portalettere per tre mesi.

E’ impazzito per la burocrazia, gli A.G., la gente che non è in casa e poi va a lamentarsi perché il postino lascia l’avviso nella buca delle lettere senza suonare.

Ha suonato a tutti i campanelli!Lo giura, ma non ha mai risposto nessuno.

Ora fa il bassista in un gruppo punk. La tracolla per il basso se l’è ricavata dalle corde delle tapparelle mentre un’altro nostro amico invece voleva usare le corde delle tapparelle come solette per le scarpe e ora fa il vigile urbano.
Questa è l’Italia.

Null’altro da aggiungere mentre le porte automatiche del centro commerciale si aprono davanti a me, in semi lontananza, la vedo.

Senza divisa dell’albergo, avvolta nel suo stile personale la riconosco ancora di più come persona. La vedo diversamente, capisco alcune cose, altre no.

Andiamo a sederci in un locale dove prendiamo due birre e come promesso le racconto la mia storia o almeno parte della mia storia del perché parlo polacco.

A volte non so cosa capisca davvero perché ride quando penso di aver detto qualcosa di serio e a volte non ride quando penso di aver fatto una battuta brillante.

Alla storia del carciofo della Pomorskie non ride.
L’ironia sfuma in un coagulo di lingue.

Sembriamo un gramelot di Dario Fo in questo incontro d’esperanto.

Si è fatto tardi, deve rientrare.

Ci salutiamo con due sorrisi differenti.

E mentre va via si gira, si porta il dito indice sulle labbra poi mi indirizza il bacio e facendolo mi dice:
– Papete- e ride, andandosene così.

Pago e mi incammino verso la mia stanza.

Parte II

Il giorno dopo. the day after

Il sole è in grado di splendere anche su Danzica.
Mi sento un alieno in mezzo al centro.
Danzica è un angolo preciso d’Europa, piazzata lì dov’è.

Mi sento un alieno, come Sting a New York, applicato all’angolo nel teorema sociale della mia vita.

Come i protagonisti di “Mediterraneo”, il film che ha dato l’Oscar a Gabriele Salvatores, ho quell’età in cui ci si deve decidere se mettere su famiglia o perdersi per il mondo.

Al momento sono perso, solo tra le mie indecisioni e ho accettato questo incarico per vedere se posso effettivamente perdermi per il mondo e mi sono perso.

Ho passato il resto della precedente serata a leggere la bibbia mentre nella mia mente risuonavano le tre sillabe di un nome centroamericano cadenzato da una voce femminile polacca.
Papete.

Ma che vorrà dire tutto ciò?

Controllo l’agenda-ore 10 piazza del mercato-rilevamento carciofi, sai che novità, sono quasi 3 mesi ormai che peso carciofi…Ok, sono impegnato per tutta la mattina.

Prendo un caffè al bar dell’albergo, accreditandolo sul conto spese della camera e chiedo alla receptionist come posso raggiungere il mercato.

Linea 9, sei fermate, sceso giro a destra.

Questo è quanto. Il resto della mattinata passa tra calcoli matematici applicati alla verdura per andare poi ad esprimersi in politichese.

Rientro in albergo che sono le tre…sbrigo due o tre cose su internet e mi accorgo che sono le sei,
Accendo la televisione per la partita del mondiale.

Alla fine del primo tempo mi accorgo che la sto aspettando ma nessuno ha ancora bussato alla mia porta.

Vado a controllare gli asciugamani e amaramente scopro che sono già stati cambiati.

Finisco così di vedere la partita, finita con uno squallido zero a zero e mi avventuro per le strade di questa città tutta da scoprire.
Dopo un kebab poco locale decido di andare in un pub consigliato da una guida scritta da un italiano che qui ci ha vissuto cinque anni quindi, penso che anche lui un mondiale di calcio deve averlo visto qui visto che il torneo si effettua ogni 4 anni.
Oddio, ecco comincio a calcolare a caso e mi porto il lavoro al pub, meglio smettere di pensare.
Tra gli avventori etilisti sgamo subito un finlandese che cerca di ordinare una Koskenkorva con non troppa fortuna, rispolvero il mio finlandese (del perché parlo un po’ di finlandese, beh questa è un’altra storia che magari vi racconterò in occasione degli europei di calcio che si terranno in Polonia nel 2012).
Alla nostra nuova amicizia internazionale si aggregano altri confini: un inglese e la sua amica francese; insieme decidiamo di dedicare la serata al “cane pazzo” (vodka, tabasco e succo di fragola) ma il barista ci caccia via che sono le quattro del mattino e non riesco a ricordarmi i versi della poesia della Szymborska, di questa serata rimarrà giusto un mal di testa e le foto taggate su facebook.

Il risveglio dell’hang over è sempre traumatico.
Oggi mi tocca controllare la grande distribuzione, chiamo il numero e in qualche modo mi metto d’accordo.
Siccome il magazzino è fuori città, niente da fare, mi tocca prendere un taxi che ovviamente metto in conto all’agenzia.

Una delle poche cose che ho imparato sui taxisti polacchi e mai fargli sapere quanto non capisci. Per questo compro una copia della “Gazeta Wyborcza”, un quotidiano locale e dopo aver detto all’autista la via, mi metto a leggere il giornale o ci provo.
Starò capendo il 40% dei titoli e non ho tanta voglia di mettermi a seguire le beghe locali o il gossip di attrici e cantanti che manco so chi siano.
Mi soffermo sulle pagine sportive dove il mondiale è seguito a tratti.
Articolo sulla partite di ieri, presentazione delle gare di oggi  trafiletto su quelle di domani. Se riesco a tornare in tempo dalla campagna polacca potrei vedere la partita altrimenti, nulla.

Il taxi attraversa campagne su campagne dove ogni tanto appare qualche cappelletta o qualche crocifisso ma per il resto a parte la presenza divina qui non c’è nessuno fino a questo immenso capannone, cemento a vista, piantato nel nulla.
Un chiodo di modernità che trafigge il doloroso suolo di questa nazione.

– Musie czekac?

– Czekaj, czekaj… Ripeto di aspettarmi in un imperativo sgrammatico perché se mi abbandona qui non saprei proprio come fare a tornare.

All’interno mostro il tesserino dell’agenzia europea a un guardiano che deve aver ricevuto ordini dall’alto per il mio annunciato arrivo.
Mi porta a fare un giro guidato di tutta la struttura e insiste per offrirmi una grappa da lui distillata.

Per educazione, qui in Polonia non si rifiuta mai un invito a bere.
Il guardiano vuole brindare all’Italia; scopro che segue il calcio italiano e brindiamo all’euro-gol di Maggio.

Penso che sia di patate mentre butto giù quest’intruglio.
Mi dedico quindi, con un sapore di patata in bocca, a effettuare le misure regolamentari sul carciofo della Pomorskie quando il tipo mi fa cenno di seguirlo.
Mi porta alla sua televisione perché, capisco, comincia la partita delle sei.

Ed ecco che entra il tassista che mi doveva aspettare, in mezzo al silenzioso nulla ha sentito gli inni nazionali e mi chiede se può aspettarmi guardando la partita. Un cenno d’intesa con il guardiano e ci mettiamo a seguire l’incontro bevendo vodka di patate.

Finita la gara finisco velocemente i miei calcoli e  il magazziniere chiude le quattro pesanti serrature e ci chiede un passaggio visto che la prossima autolinea passerà tra circa un’ora di campagna.
Ma che volete, basta una partita di calcio e dell’alcool per far nascere un’amicizia tra uomini e così finiamo in un altro locale di Danzica a passare la serata.
Il magazziniere, Marcin, è uno studente di ingegneria informatica che lavora per pagarsi gli studi mentre il tassista, Marek, si è appena divorziato perché la moglie l’ha lasciato per un avvocato di Cracovia.
Il mondo, in diversi luoghi, presenta sempre le solite storie.
Finiamo a cantare le canzoni dei “Nirvana” con delle bocche impastate che nemmeno Kurt Cobain, per non parlare dei nostri sguardi non troppo intelligenti.
Tra tutto ciò mi trovo per un attimo a pensare se mi avrà cambiato gli asciugami.

Parte III

Nulla da fare

Oggi gioca l’Italia e puoi lamentarti quanto vuoi di questo cavolo di paese ma quando gioca l’Italia e sei all’estero, beh ti senti più italiano che mai.

Ho organizzato la giornata in modo da poter essere alle sei in camera.

Tutto scorre liscio, secondo programma e speriamo che anche la partita degli azzurri vada tranquillamente in porto, non voglio lontanamente pensare ad un altro pareggio.

Attacchiamo da subito e passiamo la prima mezz’ora nella metà campo avversaria, siamo fritti penso, perché a quelle temperature spendere tante energie senza segnare è solo un dispendio inutile.

Mancano quattro minuti alla fine di un primo tempo tirato che ecco bussare alla porta.
– Kto Tam?
– Towel.

Sobbalzo è lei.

Mi sorride quando le apro la porta e mi chiede come va.

Non devo avere una gran bella cera dopo due notti alcoliche e lo stress della partita che continua a scorrere in sottofondo.

Gli azzurri attaccano ma niente da fare.

Mi chiede se può guardare la partita con me visto che con la mia camera ha finito.
Non sto a farmi troppe domande, la faccio accomodare e le offro qualcosa da bere.

Comincia poi il secondo tempo e la sofferenza sul mio viso deve essere evidente visto che le parole si diradano e guardiamo in silenzio l’ondata azzurra infrangersi vanamente contro la difesa avversaria.

– Nulla da fare- le dico -non va.

Sorride senza capire l’italiano, forse per gentilezza o che, poi l’inaspettato: Lippi butta dentro Masaniello Quagliarella,il capopolo del San Paolo, come si affretta a spiegare il cronista tifoso, e sussulto.

Ho avuto sempre un debole per le giocate pazzesche e Quagliarella è un mio idolo, da quando veste la casacca del Napoli poi…

La partita procede a scatti, paghiamo il caldo e l’assalto iniziale, tant’è che becchiamo pure il classico gol in contropiede.

Siamo sotto uno a zero e nella stanza siamo in tre: io, Monika e la disperazione.

Mi viene vicino forse per consolarmi, ma sul mio volto sembra ormai che siano passati tutti e cinque i cavalieri dell’apocalisse, i quattro classici della bibbia più l’integrazione  moderna: Sfiga.

Due minuti di tempo supplementare ed ecco la magia.

Quagliarella inventa un gol, uno dei suoi da trentacinque metri.

Esplodo!

La partita finisce, uno a uno.

Arrivano i messaggi sul cellulare ma io sono già abbracciato a Monika e senza essermene accorto ci guardiamo per un istante e finiamo per volerci bene in maniera fisica.
Sarà lo stress, la partita o che altro ma sento che questa ragazza mi piace davvero. Sento che tutto sta per finire troppo in fretta e devo pensare ad altro, cazzo, ma non ho voglia di pensare a qualcosa di triste in un momento così bello.
Cerco con la coda dell’occhio qualcosa su cui concentrarmi nella stanza mentre cerco di mantenere costante il ritmo della nostra unione e Zac:
Eureka, la tapparella!

Penso alla tapparella come tracolla per basso, come soletta per le scarpe e come ritardante sessuale.
Nell’enfasi del momento mi scappa anche ad alta voce: Tapparella!

Tanto che poi dopo mentre siamo abbracciati a letto me lo chiede:

– Chi è sta tapparella?

Mi sento come uno yankee alla corte di re Artù, Mark Twain, nell’occasione del “pronto centralino” ma per evitare complicazioni le assicuro che invece di Tapparella ho detto Quagliarella, l’autore del gol del pareggio.

Mi guarda in un modo strano ma sono troppo emozionato per comprendere.

L’adrenalina della partita mischiata alla passione.

Parte IV

Dissolvenza

Il mattino dopo lei deve andare che tra poco comincia il turno.

In realtà se ne va abbastanza di fretta con un piccolo bacio sulle labbra e un sorriso ma nulla più.

Solo adesso che lascia la stanza mi accorgo di aver fatto una cazzata.

Sto facendo l’amore con una ragazza bellissima e le sono andato a dire che nel momento dell’amplesso stavo pensando all’attaccante del Napoli!

Ma come cazzo mi è venuto in mente?

Era meglio la realtà: la tapparella.
Mi avrebbe preso per pazzo ma non per depravato.

In realtà non ho più dati da prendere, certo devo ancora buttare giù il report e trasmetterlo ma è una cosa che posso fare tranquillamente senza fretta.

Di conseguenza mi trovo qui a Danzica senza aver nulla da fare, a parte risolvere la situazione con Monika.

Che fare?

iMi vengono in mente Marek e Marcin, il tassista e il magazziniere, li chiamo e ci mettiamo d’accordo per guardare la partita pomeridiana delle sei.

Ci troviamo al pub dell’altra volta, che in occasione del mondiale ha aperto  prima per far aumentare il suo giro di affari vista anche la presenza di diversi turisti europei.

Marek è più allegro dell’altra volta, la distanza dalla moglie sicuramente gli ha giovato e ci racconta di come ora si sia messo a frequentare un trans conosciuto durante il suo turno notte. Una cosa così non l’aveva mai provata confessa e ci chiede di non giudicarlo male ma aveva voglia di dirlo a qualcuno e così si è confidato con noi che siamo gli unici, secondo lui, in grado di capirlo. Capiamo, poco ma capiamo, e il primo giro di birra scorre per lui e la sua nuova vita.

Poi a confidarsi è Marcin ma dopo  l’uscita di Marek penso che ci sia poco ormai in grado di sorprendermi. Marek ci confessa di aver tentato il suicidio per colpa di una ragazza con cui ha convissuto 3 anni e che all’improvviso è scappata con un venditore di cravatte, tradendolo e umiliandolo anche sessualmente. Ora, ci dice, va meglio, la felicità è un’altra cosa ed è per questo che ha accettato il lavoro al magazzino,dice, per tenere la mente prigioniera.

Marcin scrive poesie, ha anche pubblicato qualcosa, su alcune riviste che a detta di Marek sono prestigiose. Ma non ne ha voglia di leggerle, ce le farà avere.

Brindiamo, con un secondo giro, al cambiamento delle cose che è già il mio turno di confidarmi.

Allora racconto del mio lavoro coi carciofi, della mia non vita in Italia, sballottato tra tre mesi di qua e quattro mesi di nulla prima di andare di là, racconto del mondiale, di come mi trovo a Danzica ma quel che mi preme raccontare è Monika, della nostra storia, della tapparella e di Quagliarella.

Appena finito di raccontare, scoppiano a ridere.

-Wloch- dicono, già italiano e ridono

Un tassista innamorato di un trans e uno studente poeta magazziniere aspirante suicida mi ridono in faccia ma va bene così perché c’è l’Argentina di Maradona che infila a passo di Tango una difesa europea…sono sul 4 a 0 e brindiamo a Maradona.

Parte V

Life is Life

Oggi è l’ultima partita del girone di qualificazione dell’Italia che se non vince è quasi fuori.

Come da calendario si presenta Monika in camera mia.

E’ ancora più bella di quanto la ricordassi.

Ha preso il giorno libero per poter guardare la partita decisiva degli azzurri con me.

Posa la sua borsa nell’angolo opposto alla televisione e viene a baciarmi, un bacio lento, morbido, senza approfondire ma carico di tutto quello che deve esserci in un bacio.

Ha anche portato una torta al formaggio con cannella fatta da lei che fa impazzire la mia gola. Pensando alla Bibbia sul comodino aggiungo anche questo peccato.

Parte l’inno di Mameli dalla televisione e mi chiede cosa significhino le parole.

Mi parla dell’inno polacco e mi accenna il passo di Dambrowki che dovrebbe marciare dalla Polonia all’Italia.
Già per la nostra e la vostra libertà.

Siamo nell’inno nazionale di un altro paese ma penso che a volte non ce lo meritiamo, non riusciamo nemmeno a riconoscerci come nazione, ma queste sono altre storie che andranno poi raccontate tra altre pareti.

L’Italia o meglio, la nazionale, è uno strazio continuo..reduce da due pareggi sembra destinata  al terzo..

Paraguay, Honduras e Slovacchia, non abbiamo fatto torti a nessuno, pareggiando con tutti e penso che potrebbe andare meglio ma le cose tendono al peggio.

Il ct di Viareggio nel tentare di agguantare la vittoria e di passare il turno che fa?

Mi rovina la vita, buttando dentro un’altra punta e fin lì niente di male, solo che l’attaccante in questione è il Masaniello azzurro, il capopopolo del San Paolo, già, Fabio nientepocodimenoche Quagliarella.

-Quagliarella? Czy to jest Quagliarella? Mi chiede Monika.

-Sì,è proprio lui, Quagliarella…

La partita diventa un doppio supplizio, in campo e fuori, con gli azzurri che non sfondano e con lei che mi esamina da quando in campo c’è l’altro vertice di quello che per lei è un triangolo.

Che la patria non me ne voglia ma che non segni Quagliarella!

Detto fatto, palla da venti metri all’incrocio dei pali.

Come non esultare?

In 3 o 4 nanosecondi netti sono già alzato coi pugni serrati e in una smorfia a tratti disumani grido: GOOOOOOL.

Nella foga non penso a nulla se non che ad abbracciarla.

Per il resto della partita ci troviamo a saltellare come dannati nel peggiore dei gironi infernali fino a quando finisce la partita; uno a zero.
L’Italia sale a quota cinque e passa il turno.

Apro un bottiglia di vino senza sapere nemmeno quale, la prima che trovo nel frigo bar.

Ce la scoliamo e mi getto nel letto, sfinito, manco avessi giocato io. e lei che mi fa cenno di aspettare; prende la sua borsa e se ne va in bagno.

Aspetto, almeno mi riposo, non so cosa ma aspetto.

Ed eccola che qualche minuto dopo torna.

NOOOOOOOOOOOOO.

Ha indosso solamente la maglietta azzurra del Napoli, con tanto di numero 27 e nome, inutile dirlo: Quagliarella.

– Sorpresa! Dice in italiano.

Non so se ridere o piangere.

Non so se mi ha scambiato per un omosessuale latente o per chissà cosa ma alla fine sembra che le vada bene così. Life is life.

Sarà l’Italia, sarà il vino, sarà la sua sorpresa, o sarà chissà che altro ma mi sto davvero innamorando di questa ragazza…ma quello che accade da qui in poi tra queste pareti è qualcosa che in questo modo, in questa maniera, non mi era mai capitato prima d’ora e non devo nemmeno più pensare alla tapparella.

Parte VI

Danzica, giorno della mia partenza.

L’Italia continua il suo cammino mondiale, le partite d’ora in poi saranno a eliminazione diretta, e quelle che restano me le guarderò in Italia.

I carciofi della pomorskie sono stati misurati come da programma e l’agenzia europea mi ha fissato il biglietto di ritorno in patria oggi.
Partenza alle 18:00  dall’aeroporto Lech Walesa e arrivo alle ore 20:00 a Bergamo, Orio al Serio.

Finisco di mettere la roba nella valigia, separando i vestiti sporchi da quelli puliti. Fascio attentamente con le pagine della  “Gazeta Wyborcza” (che usai per ingannare Marcin quando andammo al magazzino da Marek), le immancabili bottiglie di vodka da portare agli amici.

Esco dall’albergo e trovo già il taxi di Marcin che si è offerto per portarmi all’aeroporto.

Per strada ci dobbiamo fermiamo a tirare su Marek che vuole accompagnarci e salutarmi.

Manca Monika, di Monika nessuna notizia dopo il nostro incontro.

Ho provata a chiamarla sul cellulare ma sembra sparita.

Siamo arrivati al piccolo aeroporto dominata dall’insegna a W che  nella mente dell’architetto che lo ha progettato dovrebbe ricordare gli storici baffi dell’elettricista che sfidò il regime.

Parcheggiamo e andiamo al bar, manca più di un’ora alla partenza e il momento dei saluti è sempre triste che è tutto un non perdiamo i contatti, torna quando vuoi, etc…Le solite cose che si dicono in queste occasioni.

Sono lì con loro ma è come se non ci fossi, la mia testa è a Monika.

Arriva un messaggio.
E’ lei che mi dice che sta arrivando.

Arriva e in polacco mi dice:

-Non puoi partire

-E perché?

Silenziosamente tira fuori una piccola maglietta azzurra, di quelle con le ventose che i tifosi attaccano alle automobili.
Dove abbia trovato in così poco tempo tutte ste cose del Napoli è una cosa che le devo chiedere prima o poi.

– Che vuol dire?

Si tocca la pancia e senza dire nulla capisco.

Ma è passato così poco tempo, impossibile saperlo.

Ma io sono uno che le cose non sempre le capisce.

– Voglio un figlio da te e se vuoi possiamo anche chiamarlo Quagliarella- mi dice in un italiano stentato e improvvisato.

Marcin e Marek allora brindano:

Quagliarella!

Quagliarella!

Quagliarella!

Ci guarda tutto il bar dell’aeroporto, il solito italiano con una donna, il solito latin lover.
No! mi verrebbe da dire a tutti contento come sono,  un latin lower che si è perso per il mondo, grazie a un mondiale, ad un carciofo e ad una tapparella.

Fabio Izzo ha visto giocare dal vivo squadre di mezzo mondo: dal Ruch Chorzów al Tampere United, passando per il Racing Club de Avellaneda fino all’Avellino ed è stato un candidato ufficiale per la panchina della nazionale del Camerun nel 2007.
Ha visto indossare in uno stadio il numero 10 del Napoli prima  a Maradona e Asanovic poi ed è convinto che non si possa vincere con un gol di Ametrano.

Da autore ha raccontato il calcio minore in alcune pagine del suo “Eco a Perdere” (edizioni il foglio) e il calcio come ragione di vita sociale in “Balla Juary”(sempre per il Foglio)

Please follow and like us:
20

Al Gallo nero d’Alba

racconto dedicato a Uri Grossman, a Cesare Pavese, a Oriana Fallacci.

Contro le insensatezze delle guerre.

Un tavolino di legno dorme, adagiato nella  penombra del locale poco soleggiato.
Assieme a lui riposano un libro, appoggiatovi sopra, mentre una finestra taglia la stanza da fianco a fianco  attraverso un debole raggio di sole.

In sottofondo gracchia una vecchia canzone italiana.

Se ne sta seduto e  guarda verso la finestra, poi torna  assorto alla sua trascrizione.
La pesante insegna di legno proietta una lunga ombra tremula e danzante sui profili.

Il vento delle colline dirige l’orchestra di questo lento e legnoso ballo ammirato a tratti dall’unico avventore del locale.
Dovete sapere che il caffè, qui,  al “Gallo Nero d’Alba” è un modo poco cortese per tenere lontani i clienti.

Il sapore è forte, estremo nel gusto e amaro nella discesa in corpo.

– Tutto è relativamente nulla e allo stesso tempo universalmente inutile.
Ne sono consapevole quanto è vero che mi chiamo Nenio.

Come quando ho perso mio padre,  portato via da queste colline mentre il vento fischiava e  i tedeschi urlavano.
Erano i tempi della guerra, un’epoca in cui esistevano nemici silenziosi, che senza dire nulla di più, protetti dall’anonimato di una divisa,  lo lasciarono morire in qualche campo poco lontano, smarrendolo nelle tracce della memoria riaperta solo da altre guerre.

L’unico vero errore di mio padre, l’unica colpa a lui imputata, era  quella di essere nato in un’epoca sbagliato e con una lettera di troppo: una erre.
Mio padre, il padre di Nenio di questo uomo battuto che sono ora ,è morto per una erre.
L’importanza di una lettera.
Una erre, la sedicesima lettera di un alfabeto italiano che nulla valeva in tempo di guerra,  protetto com’era da un esercito allo sbando.
E non che ora valga molto.

Mio padre era un panettiere  e per assicurare la vostra esistenza da uomini liberi, o meglio di uomini tranquilli in un paese tranquillo, si fece carico della erre e la sua esistenza divenne resistenza.
Trapassò per questo, ul ulteriore metamorfosi.
E voi che avete dimenticato il peso delle parole, figurarci quello delle lettere.

Apre il giornale e legge i titoli ad alta voce.

“Medio oriente in conflitto”

“Zona di guerra Gerusalamme”

“Kamikaze”

“Il conflitto  israelo-palestinese”

La morte di un ragazzo tra tanti.

Nenio prende poi a scrivere ma non sul libro, libera le parole  su un tovagliolo bianco, una profana bandiera della pace  ripiegata su se stessa per essere invisibile al pubblico del locale.
forse sarà letto anche dal prossimo cliente…
ma chi viene più al Gallo nero d’Alba?
Il paese, questo paese è morto…non ha pià senso resistere qui, figurarsi esistire.

Chinandosi scrive e legge ad alta voce, recitando le sue parti tra se e se.

“Il sole annunciava calma, ci avrebbero poi pensato gli uomini a tradirlo.
Uri se ne stava l’, sotto il solleone, appesantito dalla divisa, a guardare  le carte degli obiettivi: ospedali, scuole, acquedotti, industrie, asili.
Secondo la  maligna magia dell’uomo, tutto quello che una volta era altro, utile o bello, ora è solamente  un obbiettivo.
Così pensava Uri mentre il suo dito  scorreva su puntini segnati con antichi nomi di località da lui mai visitate e si trovava a riflettere sulla condizione innaturale di una città in tempo di guerra.
Nemmeno i bambini sfuggono da tutto ciòe finiscono nell’assedio:
o crescono troppo in fretta, rimanendo lontani dall’innazarsi, privati e costretti da un loro Dio incostante o…o c’è sempre l’altra ipotesi, quella inevitabile e tragica.

La volontà di vivere del mondo si era piegata sotto un altro peso.
Attimi  per Uri.
Uri, figlio di suo padre e ricordo di madre, alzò lo sguardo al cielo.

A questo punti gli uomini tradirono ancora una volta il sole e qui, ma solo qui,  la calma si fece assoluta”.

Nenio ha ormai riempito il tovagliolo e lo prende su con sè uscendo.
Una volta fuori  lo appende sopra l’ombra dell’insegna del “Gallo Nero d’Alba”.

Ed ecci che qualcuno grida:

– Nenio, Nenio ma dove vai?

Nenio:

– Parto.

Continua a urlare quel qualcuno di prima:

– E dove vai? Perché parti? Non sei mai stato mai da nessuna parte

Nenio:
– In Germania, a lavorare. E non farò altro in nessun altro racconto.

Please follow and like us:
20