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Rientrammo a rivedere le stelle – la mia commedia terrena (scampoli inediti di una trama non tessuta)

Le stelle stavano lì. Tutte. Ad un passo da me. Dove il mio palmo rappresentava la distanza tra l’equilibrio del dolore e l’imperfezione cieca della felicità. Brilla. Brilla tutto in questo momento perfetto. C’è sempre un momento perfetto che sembra arrivare solo per darti la possibilità di poter essere raccontato. Ho speso tutto il mio tempo tempo dietro a concessioni altrui. Un viaggio, il mio, accomunato al destino degli improperi. Sbottante quanto non basta per sfogare una rabbia accumulata da sempre. Fu quindi per caso, tra un gesto inutile l’altro che mi ricordai di questo posto fatto di sale e di sangue.

Come ogni storia questa è la storia di una donna. Bugia. Comincio fin da qui a mascherare la verità. La verità è una coperta troppo corta e i miei piedi sono sempre freddi. In realtà questa è la storia di due donne molto diverse tra loro che io ho amato in maniera diversa. Contemporaneamente. Non so cosa sia l’amore, se la verità è una coperta troppo corta l’amore è una coperta troppo grande, in grado di coprire tutte le bugie, anche quelle più dolorose che diciamo a noi stessi. Due donne agli antipodi con qualcosa in comune, oltre me, un percorso comune di traiettorie differenti. Un matrimonio fallito alle spalle le ha portate da me. Dal primo giorno di primavera all’ultimo giorno dell’anno sono stato lì per loro. Ad aspettarle, a sorreggerle, a condividere questa bugia che abbiamo messo su insieme. Una bugia inzuppata di realtà. Perché anche se sono un eterno indeciso e mi sento sempre perso posso dire che tutto era vero. Tutto è stato vero. Sarà per via del mio mio essere scrittore, situazione che mi ha abituato a manipolare la realtà. Una volta, qualche pagina fa, nella mia immaturità le avrei chiamate con dei soprannomi, ora no, non posso farlo. A arrivò nel primo giorno di primavera, decisa a scappare dalla noia dei banchi di scuola di provincia per incontrare me, il Joker, non quello del Batman, geniale e perverso, quello delle carte da gioco che portano il nome di un recente premio nobel della letteratura o, per meglio dire, il Jolly, il buffone.
C’è un quadro dipinto da Matejko dove uno stanco buffone sta seduto collassato nella penombra, a pensare a ciò che è stato. Alle battute usate, alle risate suscitate. Ebbene sì, se la storia di queste due donne ha un inizio simile. Il mio punto di approdo è decisamente più inverosimile. Un giorno decisi di rientrare a rivedere le stelle. A provare di tornare lì, dove ero stato felice, come nei versi delle poesie di Herbert, in una terra che, dalle parole di un Papa, è di molto lontano.
Qui avevo intuito cos’era l’amore. Anni fa. Una vita fa. Qui mi ero immerso nelle acque sacre delle parole.
Ma col tempo avevo dimenticato tutto. Preso com’ero a traghettare la mia esistenza dal lavoro al divano, tra un telefilm americano e una partita a Batman. Continuando in quel modo potevo solo impazzire. Fermo com’ero nel mio progetto di comprarmi una Ps4 per giocare alle nuove avventure di Batman. Poi l’inaspettato successo di un mio libro fa rimbalzare il mio nome di qua e di là. Qualche premio, un po’ di soldi e via. Che fare? A quel punto le mie scelte potevano essere riassunte dalla canzone dei Clash, Should i Stay or Should i Go. Sì, ho notato anche io che nel descrivere la parte iniziale della mia versione ricorro spesso a citazioni o l’unica spiegazione che, col tempo, mi sono dato è che non aveva una storia davvero mia quindi finivo con l’aggrapparmi alle parole degli altri. Volevo quindi una mia storia, a modo mio, con parole mie.
Accantonai così le nuove strabiliante avventure del Cavaliere Oscuro e indossai il mio costume nuovo. Quello dello scrittore.
Le mie letture erano finite incagliate lì, nella piccola apocalisse di Konwicki, dove l’eredità di un intellettuale è uno shampoo anti forfora.

Il giorno del mio compleanno è uguale a tutti gli altri. 160 messaggi di auguri sul muro di Fb, qualche decina di messaggi privati, sempre su Fb, altrettanti su Whatsapp, 1 su twitter e 3 telefonate di auguri modellano la distanza con il ieri e il domani. Mi concentro su due messaggi. Seguiranno ore interrotte di silenzio che continua fino ad ora.

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Bisogna dire la verità…Non si sa mai

Da giovane amavo le pagine diaristiche di Jack Kerouac, soprattutto quelle dove l’autore di “On The Road” descriveva la condizione dello scrittore tra conti delle spesa minimalistici a dir poco, rendiconti letterari ricchi di solitudine e citazioni di lettura.

Una condizione, la sua, di eremita a metà che mi ha sempre attirato. Così, da un po’ di tempo a questa parte, coltivo il progetto- sogno di dedicare un periodo della mia vita, relativamente breve, a seconda delle mie misere possibilità e ambizioni a questa particolare condizione. Progetto- sogno aiutato anche dalla vincita del Premio di Cava, pensavo quindi di reinvestire su me stesso quello portato a casa finora, continuando il mio tele lavoro a mitigare la frustrazione di un libro che mi fa paura e che forse non uscirà mai.

Mi sono messo così alla ricerca di una stanza, aiutato da amici, ho controllato varie cose e mi sono messo, non si sa mai dovessi partire davvero, a sbrigare pratiche e pratichette varie per non lasciare nulla in attesa o dimenticato.

Chi ha letto o sta leggendo il best seller del momento, cioè “Sottomissione” di Houllebecq ricorderà le frasi dell’autore francese dedicate alla vita burocratica condominiale che, a suo dire, per funzionare necessita di una presenza costante. In pratica se dimentichi qualcosa, la burocrazia ti condanna e resta davvero poco da fare in merito in questo caso.

 

Tra le altre cose mi è venuta la malsana idea di aprire una postepay evolution, giusto per dare una possibilità di clonazione in più a chi ne è capace e per avere una carta di riserva, giusto in caso dovesse succedere qualcosa vivendo sempre all’insegna di quel non si sa mai che mi accompagna in questi giorni.

 

Oggi però è il Blue Monday, cioè il lunedì più triste dell’anno come ci insegnano gli anglofoni, ma è anche vero che non so quanto siano felici di solito i lunedì alla posta. Così aspetto il mio turno tra un’invocazione e l’altra, facendomi l’idea che la divinità venerata in questi uffici sia la Pensione, non a caso con l’iniziale maiuscola, visto che la chiedono tutti ogni 5 minuti da una parte all’altra dello sportello.

L’indicatore luminoso mi ricorda, caso mai me ne fossi dimenticato, di essere un numero e alla fine tocca a me, o meglio al mio numero. Mi affaccio allo sportello:

– Buon giorno, vorrei fare una postepay evolution

– Certo, ha i documenti?
– Carta d’identità e codice fiscale, serve altro?

Ci pensa un attimo e risponde: No.

(porgo i documenti)

Seguono una decina di firme e un intermezzo in cui provano a rifilarmi anche la nuova sim delle poste perché c’è l’offerta è sembra proprio che in Italia un’offerta non si deve proprio rifiutare.

Ma vado all’estero- dico io, pensando tra me e me che “Non si sa mai”.

– Per un mese?- mi incalza l’impiegata.

– Forse di più-
– Con 3 euro al mese paga poi dieci centesimo al minuto il primo minuto costa tot..

– Ma ho skype

??? questi tre punti rappresentano alla perfezione lo sguardo dell’impiegata.

Decido così di tagliare la testa al toro: Lasciamo stare non mi interessa.

Questa risposta non è la risposta ideale, magari funziona al telefono, ma di persona no, così risentita porta avanti la mia pratica: Quanto mettiamo sulla carta?

Mi fermo a guardare il contenuto attuale del mio portafoglio e chiedo: Quant’è di spese?

-10 euro.
-Bene, per ora ne mettiamo 25
-25 più dieci?
– No, no, 25 meno dieci.
– Quindi ne restano 15?
– Sì, esatto.
– Mi lascia un numero di telefono e una mail?

Numero di telefono: XXXXXX. La mia mail ha un prefisso breve, il mio nome di battesimo, l’underscore, cioè questo segno grafico_ ed è gestita da yahoo. Gliela dico lentamente ma noto lo smarrimento e lo sguardo perso sulla tastiera.

-Aspetti

-Aspetto. Dopo qualche attimo rompo il ghiaccio: Facciamo lo spelling?

-Sì

Comincio con le lettere e i nomi di città per arrivare all’acca Helsinki contenuta in yahoo.

-Helsinki come acca?
-. Finisco poi con Otranto, otranto, punto e it.

– Sa com’è hotmail la conoscevo ma iaoo no. Professione?

Bella domanda, ci ho anche scritto un libro (il Nucleo ndr) sul mazzo di carte delle mie insolite professioni. Inizio: Contractor?

– Non esiste

-Traduttore?

– Non esiste

-Scrittore
– Non esiste

L’impiegata, a questo punto seccata dai miei tentativi andati a vuoto di definirmi in questo mondo, mi guarda e dice:- Bisogna dire la verità!

Privo di qualsiasi qualifica, davanti ai suoi occhi decido di tagliare secco: -Metta nullafacente.

-Disoccupato o Altro?

– Se mette altro che succede in quel sistema?

Prova e poi mi dice che: Escono fuori altri campi.

-Metta disoccupato che va bene.

Il nostro feeling si è spento penso dopo la prima fase ma il resto è solo una serie di silenziose firme da mettere dove indicano le sue crocette.

Ci salutiamo in maniera professionale, anche se non so quale sia la mia professione e mentre me ne sto andando urla, alla faccia della privacy, : Ricordi che ha 15 euro sopra!

Torno a casa dove mi metto a spulciare qua e la tra i plichi illeggibili che segnano il rilascio della mia

Spulcio qua e là e controlla la mia mail che per magia è diventata:

le tre lettere del mio prefisso seguite da anderscore (Scritto proprio così)yahoo.it

 

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Recuperando Racconti: Ferdinando Cuor di Libro

Questo è un mio vecchio racconto, già comparso da qualche parte, si intitola Ferdinando Cuor di Libro

Nonostante tutto si trovava ancora un bell’uomo. Riflettendo la sua immagine nello specchio come ogni mattina da quindici a questa parte. Allontanati gli anni delle scuole, Ferdinando, aveva trovato il piacere di uno specchio al mattino e nonostante tutto si trovava ancora gradevole d’aspetto.
Provava ancora soddisfazione a rinverdire parte de “il mito di Narciso” in un ambiente poco consono, profano, ma rituale come il suo bagno.
Ferdinando provava ogni volta a decodificare i miti, i riti, le abitudini e le consuetudini che ormai affollavano il piano dell’esistenza senza essere capite dall’occhio umano della donna qualunque.

L’uomo qualunque è sempre stato rapito da altri sguardi e non navigava più da secoli, se mai nel suo dna avesse ereditato materiale marinaro, ma si sentiva ancora come Ulisse. Odissee su odissee. A che pro farsi la barba se lui ricordava benissimo che nello sceneggiato televisivo della televisione nazionale, Ulisse stesso, l’eroe moderno più antico che si possa trovare nella cultura pop, se Odisseo stesso, Ulisse per i più e Nessuno per i meno, aveva un corollario di barba al suo viso? Ferdinando non si rase quel viso seguendo le indicazioni mitologiche di una televisione distratta o di un regista che era meglio documentato di lui e dopo un azione non fatta, scese nel bar sotto casa. Privo di Telemaco e di una Penelope a cui dar da provvedere una reggia in sua assenza, aveva però conosciuto molti Proci ma Ferdinando non era solito fermarsi a domandare dei gusti sessuali delle persone, nonostante fosse ancora un bell’uomo.

Ogni casa ha sotto un bar, strana combinazione. Domus e tempio, Ferdinando si rammaricava ogni giorno per non aver studiato greco e latino. Inglobato dalle sue scelte precedenti che lo avevano portato a studiare circuiti elettrici e linguaggi macchina che si estinguevano nella società informatica più velocemente del Manx (lingua morta), aveva dedicato la sua gioventù a perdere tempo. Culture lontane nel tempo e nello spazio lo avevano per troppo tempo esiliato nel mondo moderno.
In maturità aveva scoperto uno scrittore perseguitato dalla scarsità di memoria di critica e pubblico e n’aveva ingoiata ogni singola parola, letteralmente. Per sentirlo suo, per avere il potere di quelle parole mangiò tutte le pagine di quel libro capolavoro condito con olio e sale. Cultura sì ma stupido no. Come alcune tribù africane, che lui aveva visto solo in Porky’s quando Pipino Morris usa a scopo educativo il National Geographic, aveva praticato il suo rituale cannibalesco con la prosa magica di un maestro della letteratura. Aveva da sempre voluto scrivere Ferdinando per scappare dalla normalità attiva della vita, aveva capito fin troppo presto che solo l’uso magico della parola avrebbe potuto spostarlo al livello gerarchico della comprensione.
C’è chi è nato per l’azione e chi per la comprensione, questo lo comprendeva benissimo.

Non era però sicuro quale fosse il suo posto o aveva compreso così bene tutto che non doveva più fare nulla o aveva fatto tutto che non c’era nulla più ormai da comprendere. Bibbia? Letta, ma chissà in quale traduzione si domandava. Vangeli? Letti, ma chissà in quale traduzione si poneva domanda. La Divina Commedia? Letta, ma chissà in quale edizione si inquietava. I Promessi Sposi? Letti, ma Manzoni non lo aveva mai annoverato tra i suoi lettori e questo lasciava un retrogusto amaro sulle pagine di quel libro Certo, li aveva letti e mangiati tutti per impossessarsi del verbo. In principio fu il verbo, dopo l’azione e venne dunque la digestione. Gadda, Pirandello e Sciascia avevano quel gusto classico, un po’ di salse francesi con Dumas, Balzac e Sartre. Fish and chips incartati da Shakespeare, zuppe e sapori Yiddish per Singer e così via di menù in un menù per ogni giorno che alimentava la sua conoscenza. Trovava indigesto Eco e lo aveva eliminato dalla sua dieta. Ogni scrittore era figlio dei sapori della sua terra e Ferdinando per impadronirsene univa gli aromi alle prose.

Poteva nella suo appetito discernere libri su libri. Li leggeva, li assoggettava e poi a seconda o meno che gli piacessero, in quanto il suo era un palato fino, decideva se deglutirli conditi o meno. Da buongustaio qual’era si prodigava anche in qualche manicaretto, odi, sonetti che servivano a stuzzicargli l’appetito, subito da lui composti e privati al resto della riluttante umanità. Il capolavoro assoluto aveva deciso che sarebbe sceso nel suo stomaco da solo privo di qualsiasi condimento, ma non lo aveva ancora trovato.

cuore

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Consigli dalla Punk Caverna- Tanta vibrazione per nulla

D’estate, come del maiale, non si butta via niente e così ho ritrovato questo, un racconto di tanto tempo fa. E sì che i White Rubbish sono esistiti, per una settimana e forse meno, come i migliori gruppi punk appunto. Buona lettura

 

Le luci smorte di un locale deserto. Sembra l’ottimo titolo di una brutta canzone, ma questa è solamente una realtà, la mia. Al tavolo siamo solamente in due ma tanto basta a renderci le uniche persone presenti nel locale, barista escluso. Quando o si è mollati è sempre brutto avere tanta gente intorno. Vibra il telefono di Pri Pri, lui è uno dei White Rubbish che vi dicevo prima ed è mio amico dai tempi perduti delle inutili scuole medie dove posso dire che “non” siamo cresciuti insieme, parcheggiati qui, da allora, come relitti nel deserto del nostro destino salentino. Tutto quel vibrare era in realtà un sms. Tanta vibrazione per nulla (questo invece potrebbe essere il titolo di un brutto film porno). La vibrazione è arrivata a smuovere, seppur per poco, l’aria morta di sempre che ci circonda. La fonte di tutto questo vibrante nulla è un’amica di Pri Pri (lui è uno che al contrario mio frequenta tanta altra gente), che, per coincidenza, è stata mollata da poco ed è ancora nella fase deep depression, “tanto che ascolta Zarrillo” mi fa sapere con premura Pri Pri. Deve essere l’autunno, le storie d’amore cadono come capelli. Questa tipa, la fan di Zarrillo, chiede dove siamo e se può raggiungerci. Pri Pri mi guarda, aspettando una mia risposta. Lento come il caffè di questo bar ameno gli rispondo.

– Fai tu. Io tra poco vado a dormire. Sono stanco, erano 5 anni che non giocavamo.

Abbiamo appena giocato a calcetto, sempre ammesso che quello fosse calcetto, gioco o sport. Quando non c’è niente da fare e qualcuno ha qualche problema, da queste parti, si organizza una partita per rinsaldare vecchie amicizie o per alimentare antiche faide familiari.
Stasera abbiamo giocato contro “non so nemmeno chi” (che come nome per una squadra di serie B fa abbastanza schifo). Devo dire che però è stato bello sognare con addosso la contrafattissima maglia della PRL, la Polska Rzeczpospolita Ludowa (già la Repubblica Popolare Polacca) (l’Unione Sovietica con le sue manie di grandezza non mi è mai andata giù) comprata sul mercatino di LODZ in occasione del concerto dei Dezerter. L’incontro, anzi lo scontro, era con un gruppo di figli di papà. Loro sì che avranno altri modi per ottenere rivincite su di noi nel corso della vita ma stasera… Già, stasera Fifa, Sangue e arena mentre il pallone carambolava tra i piedi, in un gioco in grado di mischiare polvere e fatalità come nemmeno in un racconto di Hemingway, guardavo gli altri cercando di riconoscere i visi, le facce. Ma compariva solamente quell’avvocatuccio di Milano difensore dei deboli, pronto a recitare l’albero genealogico dei militari impegnati in Cecenia dall’800 a oggi. Ma lo sapevate che un ceceno nell’ 800 per diventare uomo, come rito di passaggio all’età adulta, doveva uccidere un russo? Non mi ricordo se è attendibile, ma lo lessi da qualche parte mentre in qualche altra parte, su uno spelacchiato campo di calcio del Salento, invisibile perfino ai satelliti di Google Earth, lontani dal mondo ci ho messo tutta la mia rabbia. Dentro quel tiro, su quel campo c’era tutta la mia fottutissima rabbia.Gol.

Urlo. Secco come l’erba del campo. Dopo il gol tutto è finito in rissa.
Non ricordo nemmeno bene perché e per come ma devo aver gridato qualcosa che ha scatenato l’inferno come le legioni romane de “Il gladiatore” solo che al posto di Russel Crowe c’ero io, avvolto in un’acrilica maglia rossa taroccata a menare calci e pugni.
Certo è che anche i ragazzi non vedevano l’ora di menare le mani su quei fighetti. Non so chi fosse il punto di contatto tra noi e loro ma di sicuro è stato un pazzo a organizzare questa partita, ma meglio così perché ho avuto modo di portare la mia forma fisica oltre i suoi limiti, come non mi capitava da qualche tempo. Non sono per niente in forma. E pensare che su uno degli ultimi numeri di Rolling Stones, dimenticato da qualche amica di Pri Pri, c’era scritto che uno come Sting riesce a scopare per sei ore di seguito. Già, uno come lui biondiccio e ben curato, infila e sfila una donna per sei ore mentre io, l’orgoglio punk del Salento, dopo una partita di calcetto e una rissa con dei ragazzini, l’unico liquido che riesco a sputare fuori dal mio corpo è questo sangue rabberciato e avvelenato che si miscela nelle mie vene.
Pri Pri mi guarda ora preoccupato.
– Domani quel tizio dovrà andare per forza dal dentista.
Sorrido, anche se avrei voluto spaccare i denti ad un avvocatino che si fa bello a parole senza essere mai stato in Cecenia o in Salento, invece che a un ragazzotto firmato Bikkembergers che da domani ci penserà due volte a giocare a pallone contro chi non conosce. Cecenia e Salento. Già, due terre che non mai state così lontane e così vicine, unite dal mio odio per il mondo. Pri Pri sta armeggiando con la rumorosa tastiera del suo fottuto cellulare, non lo dice ma ho capito che sta rispondendo alla sua amica. Dopo dieci minuti scarsi arriva la ragazza dell’sms, ma non è sola, la sua solitudine è moltiplicata per tre. Quando si è mollati pensavo che non si volesse tanta gente intorno. Racconta la sua storia un po’ come fanno tutti, che poi è un po’ anche la storia di tutti. Entra in azione il mio contatore che dal sito intertestuale della mia libido sempre connessa mi ricorda che sono troppi mesi che non si combina nulla. Che non combino e che non mi combino con nulla. I miei link non portano da nessuna parte, Il mio landing è sfracellato al suolo e il mio page rank sessuale è pari forse solamente a quello della keyword voglio scoparmi il cadavere di Bin Laden, praticamente uno 0 periodico. Lo sputnik della mia mente è andato, è bastata la vicinanza di una ragazza.

Una ragazza che racconta di come sono usciti insieme un mese, ma è già qui che si lamenta, ride e ogni tanto scherza mentre io ho ancora l’inferno dentro e stavolta non ho nessuna legione da scatenare sennonché quella dei miei denti poco curati, soldati male in arnese che vengono mostrati con malizia a questa smandrella, sperando tra un dramma e l’altro di rimediare una cavalcata. Comincio così a brindare. Ogni Libre un brindisi e la libertà di Cuba mi tormenta l’anima. Buffo come le parole a volte giochino tra loro. Il primo brindisi a mia moglie, anche se non eravamo ufficialmente sposati, pensavamo che il nostro amore fosse eterno e ci chiamavamo marito e moglie; scappata, per dirla alla maniera dei film americani, con il classico rappresentante di cravatte trova la comprensione di tutti. Il secondo bicchiere va alla brezza di settembre che, soffiando leggermente ha mandato in frantumi il muro di un amore costruito in tre fottutissimi anni di turnè d’amore in giro per lo stivale e qui noto qualche sguardo malizioso della smandriella, colpita dal solito stereotipo di punk romanticone. Il terzo, e mi accorgo di cominciare a non connettere provato come sono nel fisico e dallo spirito, l’ho bevuto alla memoria dell’amore nel letto di quel che facevamo e di come lo facevamo, di come l’estrema unione sessuale potesse farci sentire così bene. Qui preciso che non ho mai raggiunto i livelli di Sting, non si sa mai cosa si può aspettare il pubblico, e la smandriella ride che forse comincio a pensare che per sapere sta storia di Sting deve essere una lettrice di Rolling Stones ma se è così, è roba per Pri Pri, e infatti è amica sua, e non per me… e sospiro alle male accoppiate del mondo. Il quarto, in libertà, è volato via assieme all’ultima settimana passata insieme mentre agosto spegne l’estate e tutto sembra ancora andare bene prima dell’estrema solitudine di settembre. E per sentirmi meno solo l’ho abbracciata, l’ho abbracciata e mi ha abbracciato e ho scoperto che è calda, piena di un calore che non sento da tempo e forse posso davvero passarci sopra alla faccenda di Rolling Stones, in fondo io una volta ho letto un quotidiano. Ero alla stazione e c’era la foto di un tizio con il calzino bucato e così la curiosità fregò il mio lato felino. Mi chiedevo chi mai potesse essere sto stronzo finito in prima pagina per un calzino bucato. Il quinto libre ormai è sociale, ridiamo e scherziamo, ho la smandriellata in programma che quasi entro già in tiro adesso. Ho la situazione in pugno e sono su di giri così dico la prima cosa me mi passa per la testa, che in questo momento sembra l’interno di una stazione spaziale sovietica abbandonata, e dedico il libre a quel programma, “Uomini e Donne”, che sta rovinando la nazione con questi finti corteggiamenti tra ricchi che opprimono la classe debole e inferiore. Ah no. Questo no. Vedo le sue labbra che si muovono a due passi dalle mie. Avrei potuto farci entrare di tutto in quelle labbra con un altro giro e con altre parole e invece esce fuori ben altro da quella bocca.

Maria non me la tocchi!

Mentre sto mormorando qualcosa di incomprensibile attraverso la mia bocca impastata, la smandriella si alza e se ne va. La sua coppia di amici segue a ruota ma tornano un attimo indietro per dire a Pri Pri che vista la situazione gliela offrono loro la consumazione.

E io?
E a me?
La mia?
Tanti modi per porre una domanda e conoscere la stessa risposta.
A fanculo.
Ho dentro l’inferno.
Grido:
– Ci sono!

Anche se non è una novità vorrei essere altrove.
A casa, sotto un sasso, dietro alla lavagna.
In un posto dove non mi si possa vedere facilmente.
3 anni, non un mese e non mi vede nessuno.

Invisibile.
Invisibile come i miei 3 anni d’amore spezzatisi sotto la debole brezza di settembre. Non sono invece invisibile per Pino il barista. Figura leggendaria del tacco d’Italia. Dicono che quando era emigrato al Nord, prima di tornare, abbia fatto fortuna nel campo dell’editoria porno. Certo un po’ un porno maniaco con quei baffi e quella pancia lo sembra proprio ma potrebbero solo essere le solite voci di paese.
Fortuna che mi conosce da quando avevo 15 anni e mi prestava le prime sigarette Sigarette che tra l’altro, non gli ho mai ridato.
Hei Pino…gli faccio quando lui mi anticipa; Hey Joe, segno?
Annuisco e faccio per uscire, non c’è mai da aggiungere molto ai debiti.
Poi mi giro: Hei Pino?
-Sì?
– Sai che Sting riesce a scopare per 6 ore?
– No, non lo sapevo ma sai che palle… 6 ore a scopare con la stessa donna, se fosse un’orgia magari.
Ridacchio- Bravo Pino, per questo vengo qui.

-Pensavo che venissi qui perché sono l’unico locale che ti fa credito, oltre che a essere l’unico locale della zona.

– Su questo rifletteremo quando sarò meno sbronzo Pino, tu intanto continua così e mi raccomando, continua a tenerti lontano da Rolling Stones.
Gli offro le spalle e mi giro, uscendo così dal locale che ora è diventato come la mia mente, vuoto cosmico e siderale di un punk slavista precipitato per caso nella piana del Salento, già, questo potrebbe essere un ottimo titolo per un articolo di Rolling Stones o, se ci aggiungo un calzino bucato andrebbe bene anche per un quotidiano.

Questa è un’epoca dove si ascoltano le previsioni del tempo piuttosto che il prossimo e finisco così con il cammino solo per le strade del paese, non una luce, l’illuminazione da queste parti è qualcosa di davvero poco pubblico. Può farti luce un televisore che compare da dietro qualche finestra, il bar in piazza o la luce delle stelle di Puglia.
Per il resto, qui non c’è luce, scordatevela. Mi affretto a rientrare.
La strada è lunga e quando ti ritrovi ad avere più anni sulle spalle che soldi in tasca capisci che qualcosa non va e che quella stronza ha solo toccato qualche nervo scoperto. Non me ne importa nulla. Dei soldi non me n’è mai importato ma sapere che a lei, La Stronza, non basta più il pollo fritto e grasso di Gino, le pittole unte di Maria o il fragrante pane con le olive del forno di Spanu, beh fa male. Sapere che ha scelto le cene nei ristoranti alla moda di Milano e che ha giustiziato il tuo modo di vivere senza appello fa male. Perfino i nazisti al processo di Norimberga hanno avuto modo di difendersi. Io no, in questa storia di merda e amore non ho avuto appello. Mi ha preso il cuore e me l’ha strappato via dal petto, provando a stamparci sopra un codice a barre, rovinando tutto. Sono arrivato a casa, apro la porta e sul mio letto come sempre c’è lei: Silver Shirley, la mia chitarra, davvero unica visto che è doppiamente scordata.

Nel senso che fu dimenticata da un turista tempo fa e nel senso che da allora non è mai stata accordata. Sinceramente penso che prima o poi qualcuno dimenticherà un accordatore. Ogni tanto mi tradisce anche lei e spezza le sue corde, ma in linea di massima devo dire che mi è fedele. La poso. Argentata e dolente come è, contro il muro, in un contrasto di miseria e nobiltà. Non c’è nessuno. Sono tutti fuori i ragazzi, persi dietro ad altre avventure. Così come sono perso dietro a questa avventura finita. Non riesco ancora pensare ad altro. Il mondo è la fuori che va a rotoli: inquinamento, corruzione, politici, economia mentre Lady Gaga, Britney Spears, Justin Bieber e Ligabue, i quattro cavalieri dell’apocalisse musicale stanno cavalcando vero la fine del mondo musicale. Aspettando l’Anticristo (chi peggio di loro?), prendo il portatile e mi connetto. Vampiro della rete, nuova razza di parassita tecnologico. Cerco qualche sua traccia su internet ma non c’è niente di nuovo a parte che le piace un quadro, un quadro che doveva essere in casa nostra dopo il nostro matrimonio. Beh il matrimonio è saltato, le resta sempre il quadro mentre il quadro della mia situazione è desolante. Domenica sera, guardo un video di Leonard Cohen su You Tube e già so che i dadi sono truccati ed è inutile incrociare le dita, la guerra è finita e i poveri come sempre hanno perso mentre il ricco è ancora più schifosamente ricco, che poi chi ha coniato questa espressione non deve mai aver provato la povertà. Essere schifosamente poveri è decisamente peggio. Cerco quel che c’è nel reparto medicine, i sonniferi americani comprati su e-bay non sono ancora scaduti. Li vorrei prendere tutti e mandare a fanculo il mondo.
La sogno ancora, tutte le notti.

Un po’ come quando a scuola si sogna sempre di essere impreparato, di non essere all’altezza. Non sono stato alla sua altezza, non sono mai all’altezza di nulla. E nei sogni questo torna La Stronza non torna mai sola. Torna sempre con qualcun altro a tradirmi e mi sa che qualcuno mi ha gratuitamente abbonato al canale degli incubi. La sincerità del punk, brutta cosa visto il risultato. Avrei voluta tradirla io e scoparmi qualsiasi cosa fosse passata nella zona di caccia del mio tiro ma non ce l’ho mai fatta. Ero sincero. Ero suo. Certo che deve essere divertente trovarsi a giocare con un bambolotto punk che ti dedica le sue canzoni così come la sua vita a riff veloci e a depressione ascesa. Meglio che giocare con quel frocio di Big Jim che spacca una tavoletta già spaccata, prima delusione della vita… Non ce la faccio e guardo alla chimica. La soluzione finale, nella storia dell’uomo, è sempre qualcosa di legato alla chimica. Una ragazza israeliana che mi sono scopato anni fa aveva provato a insegnarmi l’ebraico. Era venuta in Italia a studiare l’arte e la cultura. Lei che arrivava da una cultura più antica della nostra si accorse presto che, a parte il barocco di Lecce, da queste parti come cultura non c’era molto e che alla fine del suo viaggio, arrivato dopo la notte della Taranta, aveva scambiato sabbia per sabbia. Si era appassionata ai “White Rubbish” dopo una nostra esibizione lampo, a tal punto che voleva addirittura portarmi a vivere in un kibbutz ma la strada del giusto destino è come una buona canzone punk, corta e veloce. Oltre alla sua abilità orale, cosa che mi faceva impazzire, si dedicò nell’impegnarsi a insegnarmi la traslitterazione di due lettere ebraiche:

la r e la k.
Come mi spiegò brevemente, gli ebrei avevano fretta nel deserto e per questo motivo oggi si ritrovano con un alfabeto quadrato senza troppe rotondità e curve, davvero molto punk. Ora che ricordo nemmeno lei, Natalie, aveva molte curve. Rak Kar, lo specchio simmetrico in ebraico della mia situazione. Rak Kar, soltanto freddo. Potrei farmelo tatuare.
Rak Kar. Questa è la frase che da giorni campeggia sul mio messenger ma nessuno mi ha mai chiesto che significa.
O sanno tutti l’ebraico o Natalie in Italia deve essersi passata tutti i miei contatti messenger. Ma pensare al sesso degli altri è qualcosa che in questo momento che non mi conviene. Mi uccide. Mi uccide perché non mi tira. Mi faccio pena, nel senso di pietà. Lo stomaco è a pezzi e si contorce come una bestia senza controllo. Da messenger nessuna notizia. Mi loggo fuori in fretta. Sono un coglione anche solo ad aspettare chi non vuole essere aspettato. Me lo han detto tutti.
Non è da me. Non so più cosa sia da me o meno. L’occhio cade ancora sui sonniferi. Tutti no, ma voglio un sonno senza sogni. Così come la mia vita da sempre. Senza sogni. Non mi posso permettere il lusso di sognare. Sono sul fondo di uno stagno, dove secondo la pizzica ci stanno le ranocchiole a cantare. Le ranocchiole, nomignoli affettuosi del cazzo. Nella mia mente le ammazzo tutte. Una ad una.
In modo sadico. Come in quel vecchio videogioco che ci giocavo da piccolo, Frog, dove dovevi aiutare una rana quadrata ad attraversare la strada in un mondo quadrato, in quella specie di borghese romanzo zen di formazione virtuale spacciato per videogioco.
Ora le aiuto a morire dolorosamente.
Scoppiano.
Sanguinano.
Si scorticano.
Implodono.
Tutte cose che vivo quotidianamente da tempo.
Che vadano a gracidare d’amore altrove penso mentre ingoio una pastiglia e guardo l’etichetta.
La notte è lunga e non mi fa paura.
Mi vengono allora in mente le parole del testo della canzone che cercavo ieri pomeriggio.
Benedetti siano i Sonic Youth e il loro cultural punk!

You’re it No, you’re it
Hey, you’re really it
You’re it No I mean it, you’re it
Say it Don’t spray it Spirit desire (face me) Spirit desire (don’t displace me)
Spirit desire We will fall
Miss me
Don’t dismiss me
Spirit desire Spirit desire
We will fall Spirit desire
We will fall Spirit desire We will fall Spirit desire We will fall
Everybody’s talking ‘bout the stormy weather
And what’s a man do to but work out whether it’s true?

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Lamento di un malinconico Oplite Genovese

Le finestre mi sono sempre piaciute. Le finestre genovesi in particolar modo. Ho sempre guardato fuori dalla finestra quando mi trovo a Genova. Genova è per me la città dietro alla finestra.L’ho sempre scoperta così, arrivando dal treno, dietro ai finestrini, il grigio contro l’azzurro e il marrone a riscaldare.E’ tutto verde fino a Masone, Genova no, lei cambia colore. Oggi avevo una finestra nuova, vicino a porta dei Vacca. Sullo sfondo dormiva il porto antico citato a memoria e una via che viveva là sotto.

Oggi sono tornato a Genova. Dopo mesi. Dopo mesi che mi sembrano anni. Quest’estate da un cellulare di Londra mi arrivò un sms da una ragazza polacca a cui avevo insegnato italiano: Mi Manca Genova, c’era scritto. Proprio così con quelle maiuscole, io non ho cambiato nulla. E’ anche vero che io non cambio mai nulla. A qualcuno che è nato in Polonia, che vive a Londra , mancava Genova….com’era possibile?

Questo mi chiedevo fino a ieri…Oggi l’ho capito, il senso della magia…Quella Genova che io ho vissuto con quella gente che non tornerà più. Potrei citarli tutti ma così dimenticherei i loro visi nel ricordarne il nome. A Genova, poi …quando ero triste, quando ero allegro, quando il Napoli perdeva, quando la Samp in B,quando si facevano le colazioni,quando toccava andare a lezione, quando pioveva, quando a via Balbi c’era l’auletta occupata, quando ero innamorato, quando c’era la Salernitana di Zeman e alla macchinetta del the al limone potevi trovare Carlo Giuliani, quando abbiamo pianto Faber,quando ci hanno fatto piangere al G8, quando si era a qualsiasi ora alla stazione Principe, quando dietro alle vetrine dei bar di via Balbi, quando c’erano esami da dare e si studiava per non andare militare. Io feci l’obiettore, fu quello davvero a tenermi lontano da Genova.

 

Praticamente l’unica scelta che avevo fatto fino ad allora in vita mia. Oggi, e solo oggi, vi sono tornato. Acqui, Visone, Prasco, Molare, Ovada, Rossiglione, Campo Ligure, Masone, Acquasanta, Granara, Costa di Sestri, Borzoli, Sampierdarena…sono una linea del mio cuore. Oggi sono stato alla finestra a Genova e poi, finalmente l’ho riaperta e Genova, belin, è entrata.

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