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A che serve avere inediti a Natale se non che per regalarli

Il giardino dell’Amarcord fa spesso sbocciare nella memoria ricordi che non sempre corrispondono al vero, ma che alla luce della disperazione dell’oggi sono ancora i più belli a cui possiamo aggrapparci.

La prima volta che la mia Polonia fece timidamente capolino nella sua vita era una sera di un lontano novembre del 1999. I numeri sono importanti, sopratutto quando cambiano i millenni e muoiono vecchie paure per dare vita a nuove speranze.

La lavatrice condominiale del palazzo finlandese l’aveva costretto a uscire. La mia Polonia gli si presentò davanti vestita di nero, quasi in lutto per essere appena stata mollata dal suo ragazzo. Cominciò a parlare con l’unica persona che in quel determinato momento, in quel locale finlandese, non stava parlando con nessuno: lui.

Di solito l’aspirante scrittore non era uno di molte parole. Taciturno, sentiva il suo destino cambiare. Piccole magie stavano avvenendo un po’ ovunque davanti ai suoi occhi. A quel pensiero irrazionale se ne contrappose uno molto più terra terra: avere ancora addosso dei vestiti troppo indossati stava tenendo lontano le persone da lui.

La mia Polonia appena mollata. Era stata abituata a ben altro nella sua storia ricca di eventi che lui, no, lui non conosceva affatto come accade a ogni uomo medio occidentale. Lei gli si presentò così, con la sua storia e il suo vestito nero. Ricorda ancora che all’inizio la confuse con la Repubblica Ceca che, qualche giorno prima di imbarcarsi per la sua avventura finlandese, aveva visto in una reclame per un torpedone turistico di mezz’età su qualche televisione locale piemontese. Non era uno che aveva viaggiato molto prima di quell’anno e il suo “provincialesimo”, altro termine che lui amava usare a mo’ di vezzo, si manifestò in tutta la sua interezza. Forse fu proprio il coraggio dell’essere provinciale a dar vita a tutto quel che venne dopo. Fu in quell’attimo esatto che si videro che tutto ebbe inizio. Un inizio per due finali diversi.

È difficile a dirsi se in cuor loro, o nel più remoto anfratto delle loro menti, potessero immaginare cosa sarebbe successo dopo. Lui. Lei. Loro. Noi. L’ineluttabilità degli eventi, in fondo, è così.
Qualcuno ti mette al mondo e non saprai mai perché. Fu così anche per me. Ancora oggi nei miei momenti di solitudine mi chiedo il perché delle cose. Un perché che ho provato a inseguire raccontando la loro storia. “La Pologne? La Pologne? Dev’esserci un freddo terribile, vero?”  aveva detto la Szymborska in un verso che lui scoprirà solo molto tempo dopo. Non sa come, ma mentre era seduto a un tavolino blu, illuminato dalla luce danzante di una candela che doveva ancora bruciarsi per metà, se ne uscì con una frase del tipo: – Ah, la Polonia, avete molti castelli!

La Polonia, lì per lì strabuzzò gli occhi cercando di capire cosa volesse dire. In proporzione, col senno di poi, di potrebbe dire che la Polonia ha tanti castelli quanti il Piemonte, anche se nessun ufficio turistico sabaudo si sognerebbe mai di usare i castelli come richiamo.

– Ah sì, forse il barbakan a Cracow e Warsaw.

Il barbakan? Cosa poteva mai essere? Il barba giuan o la barba di un cane? No, che andava a pensare. Doveva trattarsi per forza di qualche fortificazione che associò per ignoranza al Barbarossa, visto il suffisso che la contraddistingue, ma che nell’etimologia non gli diceva proprio niente. così cercò di giocarsi nel migliore dei modi possibili l’improbabile occasione che gli era capitata.

– L’ho visto in tv prima di partire!

– Guardi molta televisione?

All’epoca guardava molta più televisione di adesso, a dire il vero, ma non ricorda bene come proseguì il dialogo. La memoria, la sua amata e fallibile memoria, ha ricostruito un percorso tutto suo, basato principalmente sullo sguardo. Era perso, ma quello, a dire il vero lo era sempre stato. Era incredulo, e forse, per la prima volta in vita sua, ottimista… cioè poteva sperare in qualcosa di meglio! Cominciava a credere che qualcosa, qualcos’altro, anche solo temporaneamente, fosse addirittura possibile.

A volte prova ancora a ricostruire l’atmosfera di quella sera, ma l’atmosfera, almeno in parte, la fanno le persone. Così non gli resta che  ricordare la liquidità dell’aria, assottigliata nel movimento ipnotico delle onde che correvano da lui a lei e che tornavano lentamente, come una marea d’anima.

Anche lei, come lui, era vestita in nero. Anche lei, come lui, era triste, ma per altri motivi. No, non sapeva ancora il perché. Anche lei, come lui, amava il cinema, anche se preferiva quello francese e non conosceva quello italiano. Anche lei, come lui, si sentiva in sovrappeso. E forse anche lei aveva visto almeno una volta i castelli polacchi.

Ma come in ogni favola contemporanea che si rispetti, a mezzanotte scatta il coprifuoco, perché a quell’ora passa l’ultimo autobus della sera e no, non si hanno in tasca i soldi per un taxi. Quello sono da conservare per un gioco per cui vale davvero la pena.

Prima di andare lei chiese a lui, tu da dove vieni?

– Genova.

– Genova?

– La città di Cristoforo Colombo.

– Ah, già, quello della scoperta dell’America. Uno che comunque si è perso.

Tornarono a casa e dormirono. Poco e male o comunque troppo. Ci pensarono e si ripensarono. Senza sapere che l’inarrivabile è l’unica motivazione possibile dei nostri tempi (questa io la lascerei aperta così)  si incontrarono per non stare insieme ma per imparare l’uno dall’altra l’irrazionalità della bellezza del mondo. Questo è stato il loro primo incontro, o almeno è così che lo ricorda mentre rilegge da un foglio stropicciato e logoro quella che fu la loro prima mail.

L’indomani lui gettò quel messaggio nel mare aperto della lista pubblica. Tutti lo lessero, anche lei, senza capirne l’importanza che quelle parole avrebbero poi avuto nella sua vita. Importanza che ora la porta a piangere e a uscire fuori dalla mia stanza ogni volta che ci ripensa.

Lui le scrive una lettera. La prima di molte. Lei risponderà a tutte, o quasi.  Entrambi ne conserveranno ogni copia, riposte per bene, una a una, in una scatola, come foglie destinate a conservare immagini e profumi di questo loro viaggio che da singolare è diventato plurale. La prima lettera scritta per lei è questa.

 

“Se stai leggendo queste parole vuol solo dire che ho avuto due volte coraggio, anzi tre: il primo a scriverle, il secondo a mandartele e il terzo… lo scoprirai leggendole.

È successo. È successo che ho incontrato una persona. Non so come, quando e perché. Non ero pronto, non lo volevo, non me l’aspettavo, ma ero lì in quel momento, quando lei iniziò a parlare. Disse una cosa semplice e mi meravigliai, mi meravigliai della sua semplicità. Risposi in modo stupido. Finisco sempre con dire un sacco di cose stupide in sua presenza. Lei parlava, e parola dopo parola mi accorgevo che l’unica che volessi realmente sentire era quella che mi avrebbe fatto continuare quella conversazione per tutta la vita, restando sempre nel mezzo, così stupidamente felice.

Ora vuoi sentire la buona notizia? Ecco, la persona che ho incontrato sei tu, sempre che questa possa essere considerata una buona notizia. Quella cattiva è che non so assolutamente come stare con te e tutto ciò mi spaventa da morire.

Questo qua fuori è un brutto mondo, in cui le persone spariscono e si perdono, in cui è facilissimo perdere l’attimo che cambierà le nostre vite perché siamo troppo spaventati. Non so se riusciremo a vincere tutte le nostre paure o almeno parti di essere, ma solo così potremo sentire l’uno nell’altra i profumi di casa, la flagranza di felicità, i ricordi, il caffè solubile bevuto alle tre del mattino che per magia sembra buono.

Le tue linee morbide risaltano mentre  ti addormenti e pennellano i confini della mia mente.

Non so se questo voglia dire qualcosa. Forse sì, e nella mia paura procedo a tentoni circondato dalle tue immagini. Forse no, e ciò che sento è solo la semplice necessità che ho di te.

Se vuoi, sai come trovarmi. Sarò qui, tra queste parole, ad aspettarti.”

 

Poco fa, dopo l’ennesima rilettura della prima mail che l’aspirante scrittore italiano di provincia le mandò, mi ha lasciata sola. Conosce fin troppo bene quanto pesa la solitudine in questi casi.

Concentro il mio sguardo, mi fisso nell’enorme specchio tra una dimensione e l’altra, senza nessuna meraviglia. L’epoca della magia è finita da tempo.

Mi sforzo di riprendere le distanze dal dolore altrui. Il suo dolore è immenso, svuotata com’è. L’intensità delle sue emozioni ci ha legate fin dal primo nostro incontro. Lei comincia a sentire la mia presenza. Non è una, anche se è sola. Sono due, anzi tre. Come i tempi. Passato, futuro e presente. Eppure nulla è così semplice come sembra. Nemmeno darle un nome è qualcosa di facile, e al momento non riesco ad andare oltre la cortina dei suoi ricordi.

Il suo futuro mi è ancora precluso, non è ancora deciso, può ancora essere letto e riletto. È però troppo legata al passata per lasciare qualche spiraglio al presente. Lei è come un oceano in tempesta che viene casualmente cullato dalla forza di milioni di no e perturbata a cadenza giornaliera solo da qualche sì. Lampi di lucidità che, intemperanze a parte, le mostrano un altro mondo, un altro possibile mondo tra incalcolabili possibilità di verifica. O forse, a perdere qualche minuto di pensiero, si potrebbe credere che ad attenderla ci sono solo altri mondi impensabili.

Lei è fuori da quella porta e ha ancora tutta una storia da raccontarmi e da farmi vivere.

 

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Divorare gli dei. Un’interpretazione della tragedia greca di Jan Kott

Famoso per lo più, per il suo Shakespeare nostro contemporaneo, l’ottimo Jan Kott merita ancora oggi di essere letto e riletto, sopratutto in questa sua raccolta di saggi dedicata all’immortale teatro greco, dove il celebre studioso polacco scompone la mediazione tra sacro e teatrale in una personalissima mediazione maturata dopo anni di studio e di osservazione sull’immediato e sul sociale circondante.

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Dalle pagine dei giornali moderni al coro greco il passo è più breve di quel che si possa pensare perché se è vero che l’uomo è mortale le sue tragedie, anche in senso lato, restano immortali. Vi consiglio così questa originale e suggestiva interpretazione dei capolavori del teatro greco, effettuata da parte di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, Kott, che, armato delle conoscenze derivanti all’epoca da sociologia, psicologia, antropologia, storia delle religioni, decide di accompagnare il lettore in questo viaggio sul destino dell’uomo attraverso il tempo.

Gli accostamenti si succedono densi e vertiginosi: Prometeo, Beckett, le Baccanti, Lévi-Strauss, Sofocle, il teatro dell’assurdo in una serie di arbitrarietà apparenti, il cui valore d’uso si dimostra immediato. Dietro il grande canovaccio di regia c’è tutto il vasto sapere di Jan Kott,; c’è Kott polacco che ha alle spalle incubi e tragedie figlie di un contesto storico dominato dall’ingombrante presenza di un potere imperscrutabile, ma c’è soprattutto l’uomo di teatro portato a trasferire sulla scena i suggerimenti della pagina scritta e a lasciarsi guidare dalle sollecitazioni visive che la sua penetrante immaginazione gli suggerisce.

In questo suo preziosissimo studio viene sviluppata un’ analisi intelligente non solo teatrale, infatti Kott esplora più campi delle scienze umane dimostrando di trovarsi a suo agio in tutte, ma anche antropologica del teatro e della società greca, per chiudere poi il circolo di Prometeo ne i Giorni felici di Beckett. Si deve po segnalare un pregio dell’autore, abile sarto capace non solo di tessere ma di reggere caparbiamente i pericolosi fili dell’analogia.

Può essere vero che la società greca, da cui deriviamo, è stata sopraffatta della storia, ma il suo influsso resta ancora enorme, basti pensare ad una marca di detersivo come Ajax (vi siete mai chiesto perché si chiama così? Semplice è nome ereditato dal mito di Aiace).Personalmente ho trovato splendido il capitolo dedicato al semidio Ercole, lontanissimo dalle sue recenti versioni televisive e cinematografiche, scomposto com’è nelle sue due realtà coincidenti e contrastanti umano e divino. Si può credere solo in dei che non si vedono e si può concepire solo quello che è assurdo. Da ripescare o da scoprire questo testo si dimostra essere uno strumento di vita utilissimo per capire e comprender più di quel che è stato, è e sarà scritto nel mondo.

Jan Kott fu un saggista e critico teatrale polacco naturalizzato statunitense. Si oppose culturalmente al regime comunista instaurato nel suo paese già dal 1956. Nel 1961 pubblicò Szice o Szekspire (Shakespeare nostro contemporaneo,) riproponendo il leggendario bardo inglese in chiave contemporanea. Nel 1966 fu costretto a emigrare negli USA, dove insegnò in varie università. In seguito, nel 1970, riprovò con successo un’operazione simile, come abbiamo appena visto con The eating of Gods (Divorare gli Dei, opera che venne tradotta per la prima volta nel nostro paese nel 1977), un’originale e aggiornata interpretazione della tragedia greca.

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Piccola Apocalisse: il valore di un intellettuale oggi

Una volta il cyber spazio era sì uno spazio divertente perché ancora sconosciuto, ricordo ancora simpaticamente quel blog genuino di quel maestro di scuola guida che raccontava le sue conquiste amorose romane, mentre oggi è tutta una vetrina che dura  1 minuto e 55, stima media necessaria per celebrità su You Tube, che deve poi però essere ripresa e amplificata dal nulla dei media della nonna… e così tra una partita di pallone e dopo diverse pagine lette da me ma scritte da illustri personaggi della letteratura mondiale, Gombrowicz e Kerouac su tutti, eccomi qui a scrivere e a rileggere.

La mia ri-lettura preferita è un libro dimentico, abbandonato  com’è tra la polvere in qualche scaffale o sperduto nei meandri dei magazzini dai più, perché erroneamente ritenuto politico.

Il problema della politica attuale è quello di puntare sempre e solo sull’immediato, soffrendo di una sorte di Sindrome di Cassandra, appositamente legiferata mentre  dovrebbe invece essere pronta e capace a inserirsi con effetti immediati nel presente. Dovrebbe già, perché poi per motivi grettamente suoi, cioè personali, non può che diventare immediata o al limite cercare di riparare danni fatti nel passato, finendo così inevitabilmente a dimenticare il terzo tempo: il futuro.

In qualche modo l’attuale censura politica ha colpito anche questo libro che rileggo sempre con piacere, Piccola Apocalisse, caricandolo eccessivamente di un valore politico. Indiscutibilmente è  pervaso di una forte valenza politica, soprattutto se giustamente contestualizzato, ma in fondo questo libretto non è altro che una guida universale per l’intellettuale moderno e/o contemporaneo.

In un mondo che sta morendo, non so perché ma il mondo è sempre destinato a morire, ogni giorno sembra offrire qualcosa in meno qui a occidente. Dicevo, in un mondo che andava morendo l’intelligencja resistente clandestina polacca decide che uno scrittore deve sacrificarsi per riscattare i propri peccati originali e attirare l’attenzione mondiale sulla causa dimenticata di un paese satellite.

Siamo tutti satelliti di qualcosa, e non sfugge a questa regola l’editoria di oggi, che si ostina testardamente a cercare la storiella immediata o il personaggio pubblico con le sue memorie brevi, non curandosi più del messaggio. Non c’è messaggio, ma solo media in questa dissoluzione moderna del sovra esposto formulato di Mc Luhan.

Infatti perché il mondo delle favole stia in piede non ci deve  proprio essere nessun messaggio, è sempre l’araldo se ricordate a interrompere le feste in ogni dove, ma solo intrattenimento.

A questo punto, spesso e volentieri mi domando: che classe di scrittori può svilupparsi su con questo sistema? La risposta è: Non lo so.

Konwicki Tadeusz, autore di Piccola Apocalisse, si dimostra ancora una volta ottimo profeta. Quella Polonia, quella del suo libro, sta scomparendo mentre l’occidente e i suoi valori stanno comprando ogni mondo, ma in quel contesto, o per meglio dire, in ogni contesto, qual è il valore dell’intellettuale? Quale deve essere il suo lascito?

Se io non lo so, Konwicki lo sa bene e piazza la sua risposta a questo quesito quasi a metà romanzo, inserendo una ricetta contro la forfora.

Una ricetta contro la forfora? Sì, avete letto bene, tutto quel che può lasciare al mondo, a questo mondo, uno scrittore vero è  una ricetta contro la forfora perché l’attuale mondo si preoccupa davvero troppo dell’immediato dell’apparenza e di poche altre cose…

Peccato davvero, perché un annetto fa volevo creare uno spettacolo, un reading accompagnato da musica per questo testo, ma lo stesso musicista, traviato dalle valenze moderne  parlando di questa idea si limitò a descrivere il libro come la fine dell’intellettuale socialista, senza averlo mai letto, basandosi su qualche scritto intercettato fugacemente on line.  Peccato che al giorno d’oggi  la prima riga letta tramite Google, messaggero ma non messaggio, valga più di un intero volume, in pratica è quasi a voler significare che la forfora vale più di una persona…

TADEUSZ KONWICKI – “Piccola apocalisse” , Traduzione di Pietro Marchesani, ed. Feltrinelli: “Sono affamato di uomini. Di veri uomini dotati di senso dell’onore, di dignità. Riservati, virili, ascetici, cavallereschi. Ed eccoci intorno dappertutto piccole donnette in calzoni. Donnette maschio coi capelli lunghi, gorgerine e scollaturine. Befane avide, ingorde, svergognate , coi pene nascosti nelle mutande di trina. Sono rimasto solo con fraschette, donnicciole, puttanelle e perisco perchè tutto mi è contro. Tutto mi schiaffeggia, mi offende, mi sbatte fuori a calci dalla vita.”

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Piccolo ritratto di Hanna Krall

Hanna Krall è nata il 20 maggio 1934 a Varsavia ed è considerata una delle migliori scrittrici polacche contemporanee. Di origine ebraica i suoi libri sono attualmente tradotti in venti lingue.

La giovane Hanna riuscì a sopravvivere alla guerra perché nascosta, in clandestinità, mentre diversi membri della sua famiglia perirono.

Dopo aver portato a termine i suoi studi in giornalismo cominciò nel 1955 a lavorare presso il giornale locale La Vita di Varsavia (Życie Warszawy) fino al 1966 quando lasciò il giornale per entrare nella redazione di Politica,  noto rotocalco nazionale (Polityka) che abbandonò in seguito alla legge marziale dichiarata da Wojciech Jaruzelski, allora primo ministro della Polska Rzeczpospolita Ludowa, PRL, Repubblica popolare polacca.

Dopo l’abbandono di Politica comincerà a lavorare, qualche tempo dopo, per la “Gazeta Wyborcza”1.

Il suo primo libro viene pubblicato al tempo della sua collaborazione con Politica, correva l’anno 1972 quando fu dato alle stampe il volume intitolato “Na wschód od Arbatu” ( Ad est di Arbat, inedito in Italia) scritto dopo aver trascorso diversi anni come corrispondente da Mosca; in queste pagine viene raccontata la vita quotidiana della capitale sovietica negli anni 60, osservata dal punto di vista “privilegiato” di una straniera.

Il successo editoriale e commerciale arriverà però in seguito con la pubblicazione de  IL GHETTO DI VARSAVIA, memoria e storia dell’insurrezione2 (titolo originale Zdążyć przed Panem Bogiem ) e pubblicato qui da noi, correggetemi se sbaglio, in una traduzione dal francese..

Il libro si basa sul racconto della vita del cardiologo Marek Edelman ebreo polacco e socialista, fondatore della Żydowska Organizacja Bojowa3 (Organizzazione ebraica di combattimento).

All’epoca della pubblicazione del libro Edelman era l’unico leader ancora in vita dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia.

 

Possiamo tranquillamente dire che quest’opera rappresenta la prima pietra miliare del percorso letterario a  seguire della Krall: qui troviamo per la prima volta tutte le tematiche destinate a diventare centrali nelle sue future opere, come ad esempio le relazioni tra ebrei, polacchi e tedeschi durante l’olocausto e le conseguenze, le reazioni negli anni a seguire.

Ma la Krall è autrice votata da sempre alla ricerca della sua propria vera identità, tema comune alla famiglia degli intellettuali ebreo polacchi che per secoli ne ha dibattuto in diverse sedi nazionali, e il suo lavoro letterario è pervaso  dai dettagli delle piccole storie di persone comuni perché, a suo dire,  solo da loro, da queste ricostruzioni, e dalla forza intrinseca si può ricostruire il mondo, nella sua forma letteraria più pura.

 

Un esempio molto indicativo della sua profondità tematica lo possiamo trovare nel  Dybbuk 4 dove Adam S., nato in America, dopo la Guerra, è tormento dallo spirito di suo fratello, che non ha mai conosciuto, rimasto ucciso nel ghetto di Varsavia all’età di 6 anni. La Krall qui riesce a mantenersi continuamente in bilico, in un delicato gioco di equilibri narrativi dove non affonda mai il colpo ad effetto, rifuggendo da escamotage letterari, per permette al suo lettore una doppia interpretazione,  infatti non è chiaro se a tormentare il protagonista è uno spirito maligno o un profondo senso di colpa, da sopravvissuto, ma alla fine il risultato dimostra apertamente come il passato  continui a contaminare, influendo in maniera importante sul presente e non sempre possiamo ignorarlo, anzi per riuscire nell’ esorcismo supremo dobbiamo arrivare alla verità più profonda.

Un secondo tema particolarmente caro alla scrittrice, sviluppato ne La Linea della vita (titolo originale Wyjątkowo Długa Linia” 5), è il complicato destino delle genti polacche nella storia e l’influenza del passato sulle loro esistenze nel presente.

Come curiosità, in conclusione, possiamo aggiungere che è stata molto amica del famoso regista  Krzysztof Kieślowski e di Krzysztof Piesiewicz, infatti fu proprio il suo personaggio a ispirare l’ottavo episodio del  Decalogo  dove  troviamo una sopravvissuta all’Olocausto impegnata ad affrontare una professoressa di etica, Mari Kościałowska, che una volta si rifiutò di aiutarla…

 

In Italia sono stati pubblicati da Giuntina:
Ipnosi e altre storie (1993),
La festa non è la vostra (1995),
Il dibbuk e altre storie(1997)
e La linea della vita (2006).

 

1Gazeta Wyborcza è un importante quotidiano polacco, diretto e fondato da Adam Michnik, ex dirigente del movimento Solidarność

 

2 Marek Edelman, Hanna Krall, “Il ghetto di Varsavia – Memoria e storia dell’insurrezione”, Città Nuova Editrice, Roma, 1985. Traduzione di Meriem Meghnagi.

Titolo originale: Mémoires du ghettes de Varsovie – Un dirigeant de l’insurrection reconte, Édition du Scribe, Paris, 1983.

 

3 Organizzazione ebraica di combattimento; in yiddish: יידישע קאמף ארגאניזאציע

4Il dybbuk, nella tradizione ebraica, è uno spirito maligno in grado di possedere gli esseri viventi. Si ritiene che sia lo spirito disincarnato di una persona morta, un’anima alla quale è stato vietato l’ingresso al mondo dei morti.

5Traduzione di Claudio e Maria Madonia

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Adam Mickiewicz, come i grandi profeti…

Come presentare oggi al pubblico italiano Adam Mickiewicz è una domanda che non trova semplici risposte.

Poeta classico in un mondo editoriale dove la poesia gode di residuo spazio tra gli scaffali, nonostante la recente scoperta nel nostro paese dell’ars poetica di Wisława Szymborska, Mickiewicz è una figura che non ha epigoni all’interno del nostro panorama culturale.

Adam Mickiewicz è un Mazzini, un Garibaldi, un Dante; tutti raccolti all’interno dell’esistenza di una persona.

Fondamentale, per meglio capire l’arte e la vita di questo autore, è il concetto di Messianesimo polacco (1), secondo cui la Polonia sarebbe il Cristo delle Nazioni, infatti dalla sua sofferenza e dalla sua schiavitù nascerà una nuovo mondo, redento appunto dai sacrifici dei pellegrini polacchi che all’epoca combattevano “per la nostra e la vostra libertà” anche sul disunito suolo italiano. Mickiewicz stesso si impegnò in prima persona, dall’Italia alla Crimea, formando e motivando legioni polacche nel nome del suo credo messianico.

Mickiewciz, poeta e profeta impregnato di spirito messianico, si adoperò durante la sua vita in prima persona alla “religiosa” quanto astratta causa polacca in attesa della terza finale caduta di Varsavia, segnale di una Parusia nazionale prossima a venire. Lui che compose il poema nazionale di una nazione senza corpo, fece del Pan Tadeusz una sindone geografica riconoscibile dai pellegrini dannati sia dell’est che dell’ovest di questa terra.

Terminò la sua lunga esistenza in Crimea dove stava infatti cercando di formare delle legioni ebraiche già legione composte dai suoi fratelli maggiori raccolte sotto il vessillo di una messianica libertà perché profeticamente aveva capito che il destino della sua terra era legato a quella dei suoi abitanti di origini ebraica e che quindi andavano sì accolti come fratelli ma non solo, nella sua visione infatti dovevano diventare protagonisti del loro destino: polacchi, ebrei due popoli e un destino,  le sventure di questi popoli hanno trovato in Adam Mickiewicz un grande interprete, un poeta dotato della visione di un profeta, come i grandi profeti di Israele (2).

La parola di Mickiewicz, pur ispirandosi a fatti temporali, non scadette mai nel profano, fu sempre rivolta all’uomo, al suo popolo o ai popoli sapeva di religioso, ad ogni conquista, Adam Mickiewicz diede un carattere di spiritualità ed eticità. Anche  le conquiste sociali e delle libertà nazionali avevano il carattere di un concretizzarsi di un disegno di Dio, nelle sue parole.

“ Signore, Dio onnipotente! Da tutte le parti del mondo i figli di una nazione guerriera levano a Te le mani inermi. ti invocano dal profondo delle miniere siberiane e dalle nevi del Camciatka, dalle steppe algerine e dalla terra straniera di Francia. Ma nella nostra Patria, nella Polonia fedele a Te, non è premesso pregarti, e i nostri vecchi, le donne, i fanciulli, Ti pregano in segreto, piangendo. Dio degli Jagelloni, Dio dei Sobieski, dei Kosciuszko! Abbi pietà della nostra Patria e di noi. Dacci di pregarti nuovamente secondo il costume dei padri sul campo di battaglia con l’armi in pugno, dinnanzi ad un altare di tamburi e cannoni, sotto un baldacchino fatto con le aquile e le nostre bandiere, e dai alle nostre famiglie  di pregarti nelle Chiese della nostra città e dei vostri villaggi, e ai nostri figlie di pregare sulle nostre tombe. Ma tuttavia che la tua e non la nostra volontà sia fatta (3)”

La nazione per Mickiewicz non è entità geografica o territoriale ma un principio etico. La Nazione è connessione tra l’individuo è l’umanità, ha un valore religioso perché è termine intermedio, voluto da Dio, per il bene dell’uomo. Anche la Famiglia è un termine intermedio, ma tra l’individuo e la Nazione, Patria e Famiglia sono come due circoli, segnati dentro un circolo maggiore che li contiene.

“E la nazione polacca fu uccisa e deposta nel sepolcro e i re gridarono: Abbiamo ucciso e seppellito la libertà. Ma stolto era il loro grido, poiché commesso il più  grande dei delitti, avevano colmato la misura della loro iniquità, e la loro potenza finì proprio quando più se ne compiacevano. Poiché la nazione polacca non è morta; il suo corpo giace nel sepolcro, ma la sua anima ha lasciato la terra per il Limbo, ossia la vita pubblica per la vita privata dei popoli che soffrono la schiavitù nel loro paese, e fuori, per vedere le loro sofferenze. Ma il te giorno l’anima ritornerà nel corpo e la nazione risorgerà e libererà tutti i popoli d’Europa dalla schiavitù. Sono passati ormai due giorni, il primo è finito  con la prima caduta di Varsavia, e il secondo con la seconda e il terzo giorno verrà ma non finirà. e come da resurrezione del Cristo cessarono sulla terra i sacrifici cruenti, così alla risurrezione della nazione polacca cesseranno le guerre nella cristianità”

Per Mickiewicz il pellegrinaggio del popolo d’Israele dall’Egitto verso la Terra Promessa, è il pellegrinaggio di tutti i popoli che, con coraggio e perseveranza, lottano per aver un nome nel mondo. I popoli di ieri, di oggi e di sempre. In ogni popolo che cerca unità, che vuol scrollare la schiavitù, che vuol cancellare dalla sua fronte il segno di Caino in esso vi è Israele.“Voi siete nel vostro pellegrinaggio in terra straniera come il popolo di dio nel Deserto”.

Popolo è l’uomo che soffre, che anela, è l’uomo libero di spirito che non arriva con i piccoli sistemi fatti. “La chiesa aveva falsato l’ideale del Cristo le nazioni gridavano alla Chiesa di accogliere lo spirito nuovo”.

Qualcuno di voi magari ricorderà l’espressione usata da Papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla da Cracovia, che, parlando degli ebrei li indicò come “i nostri fratelli maggiori”. Parole importanti di fratellanza vero ma che nascono dalla penna di Adamo Witkiewicz, fu lui infatti a coniare questa espressione in riferimento agli israeliti. Mi piace sottolineare il fatto che un Papa abbia citato uno scrittore in un mondo, quello moderno, dove un ministro italiano non molto tempo fa osava affermare che con Dante non si mangia, o qualcosa del genere…

(1) Il messianesimo polacco aveva per oggetto una profonda trasformazione degli individui e delle nazioni, sotto la guida di una nazione, la Polonia, che doveva fare per le altre quel che il Cristo ha compiuto per l’Umanità. offrire loro un modello di vita nazionale, soffrire la persecuzione e la morte politica, risorgere per provare l’immortalità dello spirito nazionale.

(2)“La parola di un poeta, potrebbe dire qualcuno. la parola di un poeta, perché anche la poesia ci offre una scintilla di verità Ma Mickiewicz è più che un poeta, egli è un grande profeta, come i grandi profeti di Israele con i quali ha tanti punti di rassomiglianza” (G. Mazzini A. Mickiewicz, in The Polish Monthly Magazine, Londra 1838)

(3)A. Mickiewicz, Gli Slavi, a cura i Marina Bersano Bergey, Utet, Torino 1947,pp.88

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