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Ma davvero l’Europa sta cercando di fermare il fenomeno dell’emigrazione?

Quintuplicato in soli cinque anni. Stiamo parlando del numero di cittadini ucraini che ha scelto di lasciare il paese natale per trasferirsi in Polonia. Infatti a partire dal 2014 ad oggi si è passati dai 300000 ai 1,5 milioni di cittadini ruteni che hanno deciso di andare a vivere e di registrarsi ufficialmente al di là della sponda occidentale del fiume Bug.

Di questo passo l’Ucraina vedrà ridotta la sua popolazione del 18 % ma già adesso il paese è costretto ad affrontare i primi problemi di spopolamento. Nel municipio di Mostyska, a 15 chilometri dal confine con l’Unione Europea, non si trovano più operai ed è diventato impossibile effettuare i lavori di riparazione del comune. Gran parte della popolazione locale vive da “frontaliera” e sono molte le autolinee che quotidianamente fanno spola da una parte all’altra. Attualmente a Varsavia, Cracovia e nelle principali città polacche campeggiano cartelloni pubblicitari con slogan in cirillico. Il marketing locale della telefonia mobile e della Western Union è molto attento a  intercettare l’interesse e le esigenze di una nuova clientela che, numericamente, cresce giorno dopo giorno.

 

“L’Ucraina vive da tempo una situazione difficile e delicata, da oltre cinque anni è ferita da un conflitto che molti chiamano ‘ibrido’, composto com’è da azioni di guerra dove i responsabili si mimetizzano; un conflitto dove i più deboli e i più piccoli pagano il prezzo più alto, un conflitto aggravato da falsificazioni propagandistiche e da manipolazioni di vario tipo, anche dal tentativo di coinvolgere l’aspetto religioso”. Così ha descritto la situazione ucraina Papa Bergoglio nel recente incontro tenutosi in Vaticano con i membri della Chiesa greco-cattolica.

 

A Kiev la situazione resta incerta, la quotidianità appare poco rassicurante e i suoi cittadini si riversano nell’Unione Europea, entrando  proprio dalle porte dei “duri e puri” di Visegrad . La politica polacca, da sempre contraria nell’aprire a quote di accoglienza per i rifugiati siriani, ha fatto del suo NO  all’immigrazione uno dei punti caldi delle recenti campagne elettorale, insieme all’antisemitismo e alla discriminazione LGBT. Nonostante questa grande paura dell’altro il governo di Varsavia si è sempre decisamente impegnato ad agevolare il flusso migratorio ucraino. L’economia nazionale viaggia a gonfie vele ma i giovani preferiscono abbandonare le campagne per andare a cercare fortuna nelle metropoli dell’ Europa Occidentale, creando un gap di forza lavoro. Così a rimpiazzare i vari Tomek e Marcin che hanno abbandonato le periferie di Lublin e Sczesczin, sono arrivati gli immigrati bianchi e cattolici, sotto l’inflessibile occhio vigile di Berlino. La rivoluzione del Maidan ha affossato l’economia e un’intera generazione di ucraini ha scelto, più o meno liberamente, di andare a vivere in Polonia. La maggior parte di loro è impiegata nel settore edile, nei trasporti, nell’agricoltura, nei servizi e nelle fabbriche ma, secondo un rapporto del consolato ucraino di Varsavia, esiste anche una percentuale, seppur esigua di ucraini impiegati nel settore del’ IT, nel terziario e nella medicina.

 

Generalmente, salvo qualche sporadico episodio di violenza, la convivenza tra i due popoli resta calma, anche se non si può ancora parlare di “integrazione”.  Per cultura, lingua  e religione i due popoli  sono simili, ma non uguali. Continua però ad aumentare  nei sondaggi il numero di polacchi che accusa il proprio  governo di voler creare problemi accogliendo così tanti ukraiński . Per i partiti nazionalisti di Varsavia, questa politica salva economia è un palliativo a breve termine destinato solamente a creare problemi in futuro.

Non esistono ghetti ucraini nelle città polacche, ma si inizia a parlare di una ghettizzazione orizzontale perché gli ucraini vivono nella loro comunità, negli spazi sociali duramente conquistati, così l’immigrato non frequenta attività commerciali gestite da locali ma sceglie di andare in bar, saloni per le unghie e fruttivendoli di connazionali.

 

Diversi ucraini sono sotto pagati o lavorano in nero. Basta leggere la cronaca locale dove si trovano sempre più notizie simili a quella di Nowy Tomyśl, città della Polonia occidentale, nel Voivodato della Grande Polonia. Qui, un’imprenditrice è stata condannata a 5 anni di reclusione per avere abbandonato nella foresta il corpo senza vita di un suo dipendente ucraino. Secondo il rapporto della polizia il lavoratore ha perso i sensi durante il turno lavorativo. I colleghi presenti hanno avvisato la proprietaria che, una volta appresa la notizia, ha proibito ogni richiesta di soccorso, mandando tutti a casa. Lei stessa ha poi provveduto ad abbandonare il cadavere del suo dipendente nel bosco. Sembra invece uscire dalle pagine de “Gli amanti dell’orsa maggiore” di Piasecki, la seconda notizia di cronaca riguardante il contrabbando, in questo caso di sigarette, commercio ancora in salute tra i due paesi. La guardia di frontiera ucraina nei pressi di Volyn, località nota per lo storico massacro, ha fermato un veicolo trasportante 194 scatole, 97,000 pacchetti di sigarette, tutti sprovvisti dell’etichetta del monopolio. I controlli ci sono, ma è necessario un maggiore impegno dell’UE nel salvaguardare i propri confini orientali.

 

A Leopoli, città dell’Ucraina occidentale, si trovano cartelloni pubblicitari dedicati a chi cerca lavoro in Europa, ma anche su Facebook, cresce il numero dei gruppi tematici dedicati,come ad esempio Работа в Польше | Praca Polska | Виза в Польшу | Вакансии в Польше (lavorare in Polonia) . La generazione che ha abbandonato l’Ucraina è russofona, ma ha il vantaggio di poter imparare il polacco, passando dalla lingua rutena, idioma slavo molto simile alla lingua polacca.

 

I rapporti tra i due paesi non sono sempre amichevoli. Restano vive le discussioni riguardanti i fatti di Volyn del 1943-44. Nel 2016 il sejm, il parlamento polacco, ha adottato una risoluzione riconoscente come genocidio l’omicidio di massa dei suoi cittadini da parte dei nazionalisti ucraini dell’UPA. Questo massacro è stato cruentemente rivisitato nei cinema polacchi, ma “il nemico del mio nemico è mio amico”. Così, vista la vicinanza con l’ingombrante Russia, si può ben capire il perché di questa nuova amicizia forzata. La politica estera polacca si dimostra imprevedibile quanto schizofrenica, stretta com’è tra disparate alleanze internazionali che Varsavia crea e disfa a seconda delle necessità del momento. Dialoga con tutti quando c’è da chiedere e si nega quando c’è da dare, vedi i temi ambientali europei. Ulteriore esempio di questa sua tendenza schizoide è la lettera scritta insieme a Israele e inviata ufficialmente al sindaco della città di Ivano-Frankisvsk,. Una protesta ufficiale contro il monumento eretto a Roman Shukhevych. Notoriamente i due paesi parlano di raro un linguaggio comune ma stavolta hanno deciso di fare fronte comune contro l’Ucraina. La lettera scritta in inglese secondo Vyatorovych, avvocato e storico ucraino dell’Upa, è formalmente russa. A suo dire Polonia e Israele si sono alleate contro Kiev, mettendosi al servizio della propaganda russa.

 

Recentemente la Germania, nazione che quando viene interpellata in merito a navi, porti e sbarchi nel Mediterraneo, spesso e volentieri, rimanda tutto le decisioni all’UE,  ha  cambiato le regole del suo mercato interno del lavoro. Le nuove modifiche facilitano notevolmente i rapporti  con l’ Ucraina, agevolando burocraticamente l’arrivo dei lavoratori provenienti dal paese ex sovietico. Secondo l’osservatore finanziario della banca centrale polacca, potrebbe esserci un drenaggio di lavoratori ucraini in Germania pari al 20-25%,  percentuale che equivale allo 0,9% del prodotto interno lordo.

Varsavia teme che i “suoi” ucraini” preferiscano Berlino per via dei salari più alti e delle migliori condizioni lavorative  ma per ora tra Lublino, città della Polonia orientale, e la capitale ucraina, si svolgono 17 corse giornaliere di autolinee. Flix Bus, azienda tedesca specializzata in viaggi low cost in autobus, ha già assorbito Polski bus e ora si sta rapidamente espandendo a Est, al di là dei confini dell’UE. L’azienda a capitale tedesco ha da poco aperto un ufficio a Kiev e ha annunciato collegamenti da e per Colonia, Rostock, Karslruhe, Stoccarda e Vienna, ma molto presto altre città come Kharkiv, Dnipro, Odessa e Lviv saranno interessate. Lo sradicamento e lo spostamento di persone sembra essere un business che funziona sempre al di là delle frontiere interessate.

 

 

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C’è del gas in Danimarca, Trump marcia in Polonia e a Copenaghen

C’è un paese che inculca subito il principio del dubbio, parliamo ovviamente della Danimarca.
Perché il presidente americano, novello Amleto, ma senza teschio ha deciso di andare a visitare il piccolo stato nord europeo? Visita tra l’altro che va ad aggiungersi a quella già in programma a Varsavia, per le prossime celebrazioni dell’anniversario del tragico scoppio della IIGM. Qual è il vero motivo che si cela dietro questi due viaggi? Mister Donald  arriverà in Europa per cercare di dare scacco alla Russia sul mercato del gas. L’amministrazione Trump e il Congresso degli Stati Uniti stanno cercando di bloccare il progetto North Stream 2 temendo che la sua realizzazione possa rendere gli alleati della NATO e gli altri paesi europei troppo dipendenti dall’energia russa. Il secondo North Stream è un imponente gasdotto lungo 1.220 chilometri che parte da Leningrado e arriva Lubmin, nella Germania settentrionale ed è destinato a raddoppiare le importazioni tedesche di gas naturale russo. Secondo il governo americano questo progetto porterà la Germania a essere “ostaggio” della Russia. Lo ha dichiarato lo stesso Trump nella riunione tenutasi lo scorso 12 giugno a Washington con Andrzej Duda, presidente polacco. Gli Stati Uniti hanno inoltre avvertito le aziende che aiutano Gazprom a costruire il gasdotto che potrebbero essere soggette a sanzioni. In passato già due amministrazioni a stelle e strisce, quelle di Kennedy e di Reagan, avevano provato senza riuscirci a intralciare la costruzione da parte del Cremlino dei gasdotti Druzhba e Bratsvo. Trump inizierà questo suo tour europeo visitando la Polonia dal 31 agosto al 2 settembre e poi si recherà in Danimarca, il cui governo non ha ancora autorizzato la Russia a costruire la tratta dell’oleodotto che attraverso le acque di sua competenza. Mosca spera di completare il progetto entro l’anno, ma tale tempistica dipende dalle future decisioni danesi. La Danimarca potrebbe però andare incontro a eventuali sanzioni statunitensi. L’interesse degli Stati Uniti nei confronti della Groenlandia va letta seguendo le intenzioni di questo piano di disturbo nei confronti delle mosse di Putin. Il governo di Washington è da sempre molto interessato alle risorse naturali groenlandesi, ma non disdegna nemmeno la posizione strategica che questo distaccamento danese andrà ad assumere in futuro nello scacchiere della geopolitica mondiale. A causa dello scioglimento dei ghiacciai si sono qui rese accessibili zone che in passato non erano vantaggioso sfruttare economicamente. Diversi studiosi ritengono  poi che in questa area dell’oceano Artico si trovino le maggiori riserve inviolate di petrolio e di gas naturale. Inoltre il riscaldamento globale ha fatto sì che il ghiaccio da queste parti non rappresenti più un ostacolo insuperabile per il passaggio dei cargo lungo le rotte polari. Fino a qualche anno fa queste rotte erano aperte solo in estate, ma oggi non è più così.  Il controllo del “Passaggio a Nord-ovest” si trova  quindi ora al centro degli interessi della grandi potenze mondiali. La Russia, vista la sua posizione, ne controlla una buona parte e l’America non vuole assolutamente essere tagliata fuori. Trump incontrerà a Copenhagen il primo ministro Mette Frederiksen e parteciperà a una cena di stato della regina Margrethe ii il 2-3 settembre. L’incontro, molto probabilmente, avrà l”’affare” Groenlandia  come protagonista, territorio dove gli Stati Uniti hanno costruito diverse basi militari e stazioni meteorologiche a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Attualmente questo distaccamento grava sul bilancio annuale del governo danese per circa 457 milioni di euro. L’idea della compravendita groenlandese non è però niente di nuovo, già nel 1946 Henry Truman cercò di impostare una compravendita tra le due nazioni sulla base di circa 100 milioni di dollari. Storicamente c’è poi da segnalare che gli Stati Uniti acquistarono proprio dalla Russia l’attuale stato dell’Alaska. Era il 30 marzo 1867 e Trump vorrebbe entrare nella storia del suo Paese come il presidente che ha aggiunto una stella alle 50 già presenti sulla bandiera americana.

La visita in Polonia

Il conflitto tra Iran e Stati Uniti ha notevolmente peggiorato la situazione della sicurezza sulla principale rotta commerciale attraverso lo stretto di Hormuz. Il governo di Varsavia che da tempo sta rafforzando la propria partnership con Wahsington, si è detto pronto a sostenere la missione militare guidata dagli Stati Uniti per proteggere le spedizioni nel Golfo Persico. “Sappiamo che la situazione richiede una risposta”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Jacek Czaputowicz in una recente intervista. Nello scorso giugno Duda, il presidente polacco, si è recato in visita negli Stati Uniti e durante il suo viaggio ha incontrato a Houston Rick Perry, segretario all’Energia, e i dirigenti delle più grandi compagnie petrolifere e del gas americane. La Polonia ha già iniziato a importare GNL (gas naturale) dagli Stati Uniti per ridurre la sua dipendenza dall’energia russa. Il governo polacco ha firmato un contratto da 8 miliardi di dollari per l’acquisto del GNL americano. Lo scorso anno Varsavia ha tagliato le importazioni di gas da Gazprom del 6 percento, ma attualmente la società statale russa copre ancora i due terzi del fabbisogno energetico polacco. Il contratto tra la Polonia e Gazprom terminerà nel 2022. Questa prossima scadenza permette quindi l’apertura polacca a rifornimenti energetici alternativi a quello attuale russo. Varsavia si è quindi decisamente unita a Washington nel tentativo di impedire a Gazprom di costruire il Nord Stream 2, il nuovo gasdotto che rafforzerebbe la presa del Cremlino sui mercati europei del gas.

Niente Germania

Dopo la Francia, dove è in calendario il prossimo summit del G7, la Polonia e la Danimarca, c’è da notare come non sia prevista nessuna visita ufficiale del presidente americano a Berlino. Mancanza che potremmo definire insolita. Al momento nessun alleato riceve più critiche della Germania da parte dell’amministrazione Trump, vedi anche la recente minaccia di spostare le truppe americane presenti sul territorio tedesco in Polonia. Trump ha già consigliato alla Germania di acquistare il GNL invece del gas russo. Il governo di Washington è molto critico nei confronti di Berlino che, a suo dire,  paga alla Russia miliardi di euro per le forniture di gas e allo stesso tempo si affida alla protezione militare degli Stati Uniti. In aggiunta la politica  tedesca ha severamente condannato la missione militare statunitense per proteggere le navi mercantili nel Golfo Persico. Ma gli Usa e  la Germania si scontrano politicamente anche su altri tavoli, come quello della protezione ambientale, degli accordi nucleari e sull’Iran. La differenza di vedute tra i due alleati è più grande che mai dal dopoguerra ad oggi, come dimostrano i prossimi viaggi diplomatici organizzati dalla Casa Bianca in Polonia e Danimarca, paesi che al momento dimostrano di essere maggiormente in sintonia con la visione politica di Trump. Infatti la Polonia raggiunge l’obiettivo prefissato del due per cento della NATO ed è considerata l’amica più fedele di Trump all’interno dell’UE. Varsavia si è dimostrata, non solo a parole, ma anche con i fatti  contraria allo sviluppo del Nord Stream 2 firmando contratti commerciali per il GNL. “Stiamo proteggendo la Germania dalla Russia e Putin sta ottenendo miliardi e miliardi di dollari dalla Germania “. Queste sono  le dichiarazioni rilasciate lo scorso 12 giugno dal 45º presidente degli Stati Uniti, in occasione del vertice polacco-americano. Il governo statunitense sta cercando in tutti i modi di bloccare lo sviluppo di Nords Stream 2, per privare la Russia di un reddito che potrebbe sovvenzionare le spese militari del Cremlino. Mosca, da parte sua, non è affatto contenta di questa opposizione americana. Igor Sechin, amministratore del gruppo petrolifero statale Rosneft e confidente di Putin, ha accusato gli Stati Uniti di  voler imporre sanzioni ai paesi produttori di energia, come Russia e Iran, per cercare di fare spazio alla sua crescente produzione di petrolio e gas.

 

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A che serve avere inediti a Natale se non che per regalarli

Il giardino dell’Amarcord fa spesso sbocciare nella memoria ricordi che non sempre corrispondono al vero, ma che alla luce della disperazione dell’oggi sono ancora i più belli a cui possiamo aggrapparci.

La prima volta che la mia Polonia fece timidamente capolino nella sua vita era una sera di un lontano novembre del 1999. I numeri sono importanti, sopratutto quando cambiano i millenni e muoiono vecchie paure per dare vita a nuove speranze.

La lavatrice condominiale del palazzo finlandese l’aveva costretto a uscire. La mia Polonia gli si presentò davanti vestita di nero, quasi in lutto per essere appena stata mollata dal suo ragazzo. Cominciò a parlare con l’unica persona che in quel determinato momento, in quel locale finlandese, non stava parlando con nessuno: lui.

Di solito l’aspirante scrittore non era uno di molte parole. Taciturno, sentiva il suo destino cambiare. Piccole magie stavano avvenendo un po’ ovunque davanti ai suoi occhi. A quel pensiero irrazionale se ne contrappose uno molto più terra terra: avere ancora addosso dei vestiti troppo indossati stava tenendo lontano le persone da lui.

La mia Polonia appena mollata. Era stata abituata a ben altro nella sua storia ricca di eventi che lui, no, lui non conosceva affatto come accade a ogni uomo medio occidentale. Lei gli si presentò così, con la sua storia e il suo vestito nero. Ricorda ancora che all’inizio la confuse con la Repubblica Ceca che, qualche giorno prima di imbarcarsi per la sua avventura finlandese, aveva visto in una reclame per un torpedone turistico di mezz’età su qualche televisione locale piemontese. Non era uno che aveva viaggiato molto prima di quell’anno e il suo “provincialesimo”, altro termine che lui amava usare a mo’ di vezzo, si manifestò in tutta la sua interezza. Forse fu proprio il coraggio dell’essere provinciale a dar vita a tutto quel che venne dopo. Fu in quell’attimo esatto che si videro che tutto ebbe inizio. Un inizio per due finali diversi.

È difficile a dirsi se in cuor loro, o nel più remoto anfratto delle loro menti, potessero immaginare cosa sarebbe successo dopo. Lui. Lei. Loro. Noi. L’ineluttabilità degli eventi, in fondo, è così.
Qualcuno ti mette al mondo e non saprai mai perché. Fu così anche per me. Ancora oggi nei miei momenti di solitudine mi chiedo il perché delle cose. Un perché che ho provato a inseguire raccontando la loro storia. “La Pologne? La Pologne? Dev’esserci un freddo terribile, vero?”  aveva detto la Szymborska in un verso che lui scoprirà solo molto tempo dopo. Non sa come, ma mentre era seduto a un tavolino blu, illuminato dalla luce danzante di una candela che doveva ancora bruciarsi per metà, se ne uscì con una frase del tipo: – Ah, la Polonia, avete molti castelli!

La Polonia, lì per lì strabuzzò gli occhi cercando di capire cosa volesse dire. In proporzione, col senno di poi, di potrebbe dire che la Polonia ha tanti castelli quanti il Piemonte, anche se nessun ufficio turistico sabaudo si sognerebbe mai di usare i castelli come richiamo.

– Ah sì, forse il barbakan a Cracow e Warsaw.

Il barbakan? Cosa poteva mai essere? Il barba giuan o la barba di un cane? No, che andava a pensare. Doveva trattarsi per forza di qualche fortificazione che associò per ignoranza al Barbarossa, visto il suffisso che la contraddistingue, ma che nell’etimologia non gli diceva proprio niente. così cercò di giocarsi nel migliore dei modi possibili l’improbabile occasione che gli era capitata.

– L’ho visto in tv prima di partire!

– Guardi molta televisione?

All’epoca guardava molta più televisione di adesso, a dire il vero, ma non ricorda bene come proseguì il dialogo. La memoria, la sua amata e fallibile memoria, ha ricostruito un percorso tutto suo, basato principalmente sullo sguardo. Era perso, ma quello, a dire il vero lo era sempre stato. Era incredulo, e forse, per la prima volta in vita sua, ottimista… cioè poteva sperare in qualcosa di meglio! Cominciava a credere che qualcosa, qualcos’altro, anche solo temporaneamente, fosse addirittura possibile.

A volte prova ancora a ricostruire l’atmosfera di quella sera, ma l’atmosfera, almeno in parte, la fanno le persone. Così non gli resta che  ricordare la liquidità dell’aria, assottigliata nel movimento ipnotico delle onde che correvano da lui a lei e che tornavano lentamente, come una marea d’anima.

Anche lei, come lui, era vestita in nero. Anche lei, come lui, era triste, ma per altri motivi. No, non sapeva ancora il perché. Anche lei, come lui, amava il cinema, anche se preferiva quello francese e non conosceva quello italiano. Anche lei, come lui, si sentiva in sovrappeso. E forse anche lei aveva visto almeno una volta i castelli polacchi.

Ma come in ogni favola contemporanea che si rispetti, a mezzanotte scatta il coprifuoco, perché a quell’ora passa l’ultimo autobus della sera e no, non si hanno in tasca i soldi per un taxi. Quello sono da conservare per un gioco per cui vale davvero la pena.

Prima di andare lei chiese a lui, tu da dove vieni?

– Genova.

– Genova?

– La città di Cristoforo Colombo.

– Ah, già, quello della scoperta dell’America. Uno che comunque si è perso.

Tornarono a casa e dormirono. Poco e male o comunque troppo. Ci pensarono e si ripensarono. Senza sapere che l’inarrivabile è l’unica motivazione possibile dei nostri tempi (questa io la lascerei aperta così)  si incontrarono per non stare insieme ma per imparare l’uno dall’altra l’irrazionalità della bellezza del mondo. Questo è stato il loro primo incontro, o almeno è così che lo ricorda mentre rilegge da un foglio stropicciato e logoro quella che fu la loro prima mail.

L’indomani lui gettò quel messaggio nel mare aperto della lista pubblica. Tutti lo lessero, anche lei, senza capirne l’importanza che quelle parole avrebbero poi avuto nella sua vita. Importanza che ora la porta a piangere e a uscire fuori dalla mia stanza ogni volta che ci ripensa.

Lui le scrive una lettera. La prima di molte. Lei risponderà a tutte, o quasi.  Entrambi ne conserveranno ogni copia, riposte per bene, una a una, in una scatola, come foglie destinate a conservare immagini e profumi di questo loro viaggio che da singolare è diventato plurale. La prima lettera scritta per lei è questa.

 

“Se stai leggendo queste parole vuol solo dire che ho avuto due volte coraggio, anzi tre: il primo a scriverle, il secondo a mandartele e il terzo… lo scoprirai leggendole.

È successo. È successo che ho incontrato una persona. Non so come, quando e perché. Non ero pronto, non lo volevo, non me l’aspettavo, ma ero lì in quel momento, quando lei iniziò a parlare. Disse una cosa semplice e mi meravigliai, mi meravigliai della sua semplicità. Risposi in modo stupido. Finisco sempre con dire un sacco di cose stupide in sua presenza. Lei parlava, e parola dopo parola mi accorgevo che l’unica che volessi realmente sentire era quella che mi avrebbe fatto continuare quella conversazione per tutta la vita, restando sempre nel mezzo, così stupidamente felice.

Ora vuoi sentire la buona notizia? Ecco, la persona che ho incontrato sei tu, sempre che questa possa essere considerata una buona notizia. Quella cattiva è che non so assolutamente come stare con te e tutto ciò mi spaventa da morire.

Questo qua fuori è un brutto mondo, in cui le persone spariscono e si perdono, in cui è facilissimo perdere l’attimo che cambierà le nostre vite perché siamo troppo spaventati. Non so se riusciremo a vincere tutte le nostre paure o almeno parti di essere, ma solo così potremo sentire l’uno nell’altra i profumi di casa, la flagranza di felicità, i ricordi, il caffè solubile bevuto alle tre del mattino che per magia sembra buono.

Le tue linee morbide risaltano mentre  ti addormenti e pennellano i confini della mia mente.

Non so se questo voglia dire qualcosa. Forse sì, e nella mia paura procedo a tentoni circondato dalle tue immagini. Forse no, e ciò che sento è solo la semplice necessità che ho di te.

Se vuoi, sai come trovarmi. Sarò qui, tra queste parole, ad aspettarti.”

 

Poco fa, dopo l’ennesima rilettura della prima mail che l’aspirante scrittore italiano di provincia le mandò, mi ha lasciata sola. Conosce fin troppo bene quanto pesa la solitudine in questi casi.

Concentro il mio sguardo, mi fisso nell’enorme specchio tra una dimensione e l’altra, senza nessuna meraviglia. L’epoca della magia è finita da tempo.

Mi sforzo di riprendere le distanze dal dolore altrui. Il suo dolore è immenso, svuotata com’è. L’intensità delle sue emozioni ci ha legate fin dal primo nostro incontro. Lei comincia a sentire la mia presenza. Non è una, anche se è sola. Sono due, anzi tre. Come i tempi. Passato, futuro e presente. Eppure nulla è così semplice come sembra. Nemmeno darle un nome è qualcosa di facile, e al momento non riesco ad andare oltre la cortina dei suoi ricordi.

Il suo futuro mi è ancora precluso, non è ancora deciso, può ancora essere letto e riletto. È però troppo legata al passata per lasciare qualche spiraglio al presente. Lei è come un oceano in tempesta che viene casualmente cullato dalla forza di milioni di no e perturbata a cadenza giornaliera solo da qualche sì. Lampi di lucidità che, intemperanze a parte, le mostrano un altro mondo, un altro possibile mondo tra incalcolabili possibilità di verifica. O forse, a perdere qualche minuto di pensiero, si potrebbe credere che ad attenderla ci sono solo altri mondi impensabili.

Lei è fuori da quella porta e ha ancora tutta una storia da raccontarmi e da farmi vivere.

 

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Divorare gli dei. Un’interpretazione della tragedia greca di Jan Kott

Famoso per lo più, per il suo Shakespeare nostro contemporaneo, l’ottimo Jan Kott merita ancora oggi di essere letto e riletto, sopratutto in questa sua raccolta di saggi dedicata all’immortale teatro greco, dove il celebre studioso polacco scompone la mediazione tra sacro e teatrale in una personalissima mediazione maturata dopo anni di studio e di osservazione sull’immediato e sul sociale circondante.

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Dalle pagine dei giornali moderni al coro greco il passo è più breve di quel che si possa pensare perché se è vero che l’uomo è mortale le sue tragedie, anche in senso lato, restano immortali. Vi consiglio così questa originale e suggestiva interpretazione dei capolavori del teatro greco, effettuata da parte di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, Kott, che, armato delle conoscenze derivanti all’epoca da sociologia, psicologia, antropologia, storia delle religioni, decide di accompagnare il lettore in questo viaggio sul destino dell’uomo attraverso il tempo.

Gli accostamenti si succedono densi e vertiginosi: Prometeo, Beckett, le Baccanti, Lévi-Strauss, Sofocle, il teatro dell’assurdo in una serie di arbitrarietà apparenti, il cui valore d’uso si dimostra immediato. Dietro il grande canovaccio di regia c’è tutto il vasto sapere di Jan Kott,; c’è Kott polacco che ha alle spalle incubi e tragedie figlie di un contesto storico dominato dall’ingombrante presenza di un potere imperscrutabile, ma c’è soprattutto l’uomo di teatro portato a trasferire sulla scena i suggerimenti della pagina scritta e a lasciarsi guidare dalle sollecitazioni visive che la sua penetrante immaginazione gli suggerisce.

In questo suo preziosissimo studio viene sviluppata un’ analisi intelligente non solo teatrale, infatti Kott esplora più campi delle scienze umane dimostrando di trovarsi a suo agio in tutte, ma anche antropologica del teatro e della società greca, per chiudere poi il circolo di Prometeo ne i Giorni felici di Beckett. Si deve po segnalare un pregio dell’autore, abile sarto capace non solo di tessere ma di reggere caparbiamente i pericolosi fili dell’analogia.

Può essere vero che la società greca, da cui deriviamo, è stata sopraffatta della storia, ma il suo influsso resta ancora enorme, basti pensare ad una marca di detersivo come Ajax (vi siete mai chiesto perché si chiama così? Semplice è nome ereditato dal mito di Aiace).Personalmente ho trovato splendido il capitolo dedicato al semidio Ercole, lontanissimo dalle sue recenti versioni televisive e cinematografiche, scomposto com’è nelle sue due realtà coincidenti e contrastanti umano e divino. Si può credere solo in dei che non si vedono e si può concepire solo quello che è assurdo. Da ripescare o da scoprire questo testo si dimostra essere uno strumento di vita utilissimo per capire e comprender più di quel che è stato, è e sarà scritto nel mondo.

Jan Kott fu un saggista e critico teatrale polacco naturalizzato statunitense. Si oppose culturalmente al regime comunista instaurato nel suo paese già dal 1956. Nel 1961 pubblicò Szice o Szekspire (Shakespeare nostro contemporaneo,) riproponendo il leggendario bardo inglese in chiave contemporanea. Nel 1966 fu costretto a emigrare negli USA, dove insegnò in varie università. In seguito, nel 1970, riprovò con successo un’operazione simile, come abbiamo appena visto con The eating of Gods (Divorare gli Dei, opera che venne tradotta per la prima volta nel nostro paese nel 1977), un’originale e aggiornata interpretazione della tragedia greca.

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Piccola Apocalisse: il valore di un intellettuale oggi

Una volta il cyber spazio era sì uno spazio divertente perché ancora sconosciuto, ricordo ancora simpaticamente quel blog genuino di quel maestro di scuola guida che raccontava le sue conquiste amorose romane, mentre oggi è tutta una vetrina che dura  1 minuto e 55, stima media necessaria per celebrità su You Tube, che deve poi però essere ripresa e amplificata dal nulla dei media della nonna… e così tra una partita di pallone e dopo diverse pagine lette da me ma scritte da illustri personaggi della letteratura mondiale, Gombrowicz e Kerouac su tutti, eccomi qui a scrivere e a rileggere.

La mia ri-lettura preferita è un libro dimentico, abbandonato  com’è tra la polvere in qualche scaffale o sperduto nei meandri dei magazzini dai più, perché erroneamente ritenuto politico.

Il problema della politica attuale è quello di puntare sempre e solo sull’immediato, soffrendo di una sorte di Sindrome di Cassandra, appositamente legiferata mentre  dovrebbe invece essere pronta e capace a inserirsi con effetti immediati nel presente. Dovrebbe già, perché poi per motivi grettamente suoi, cioè personali, non può che diventare immediata o al limite cercare di riparare danni fatti nel passato, finendo così inevitabilmente a dimenticare il terzo tempo: il futuro.

In qualche modo l’attuale censura politica ha colpito anche questo libro che rileggo sempre con piacere, Piccola Apocalisse, caricandolo eccessivamente di un valore politico. Indiscutibilmente è  pervaso di una forte valenza politica, soprattutto se giustamente contestualizzato, ma in fondo questo libretto non è altro che una guida universale per l’intellettuale moderno e/o contemporaneo.

In un mondo che sta morendo, non so perché ma il mondo è sempre destinato a morire, ogni giorno sembra offrire qualcosa in meno qui a occidente. Dicevo, in un mondo che andava morendo l’intelligencja resistente clandestina polacca decide che uno scrittore deve sacrificarsi per riscattare i propri peccati originali e attirare l’attenzione mondiale sulla causa dimenticata di un paese satellite.

Siamo tutti satelliti di qualcosa, e non sfugge a questa regola l’editoria di oggi, che si ostina testardamente a cercare la storiella immediata o il personaggio pubblico con le sue memorie brevi, non curandosi più del messaggio. Non c’è messaggio, ma solo media in questa dissoluzione moderna del sovra esposto formulato di Mc Luhan.

Infatti perché il mondo delle favole stia in piede non ci deve  proprio essere nessun messaggio, è sempre l’araldo se ricordate a interrompere le feste in ogni dove, ma solo intrattenimento.

A questo punto, spesso e volentieri mi domando: che classe di scrittori può svilupparsi su con questo sistema? La risposta è: Non lo so.

Konwicki Tadeusz, autore di Piccola Apocalisse, si dimostra ancora una volta ottimo profeta. Quella Polonia, quella del suo libro, sta scomparendo mentre l’occidente e i suoi valori stanno comprando ogni mondo, ma in quel contesto, o per meglio dire, in ogni contesto, qual è il valore dell’intellettuale? Quale deve essere il suo lascito?

Se io non lo so, Konwicki lo sa bene e piazza la sua risposta a questo quesito quasi a metà romanzo, inserendo una ricetta contro la forfora.

Una ricetta contro la forfora? Sì, avete letto bene, tutto quel che può lasciare al mondo, a questo mondo, uno scrittore vero è  una ricetta contro la forfora perché l’attuale mondo si preoccupa davvero troppo dell’immediato dell’apparenza e di poche altre cose…

Peccato davvero, perché un annetto fa volevo creare uno spettacolo, un reading accompagnato da musica per questo testo, ma lo stesso musicista, traviato dalle valenze moderne  parlando di questa idea si limitò a descrivere il libro come la fine dell’intellettuale socialista, senza averlo mai letto, basandosi su qualche scritto intercettato fugacemente on line.  Peccato che al giorno d’oggi  la prima riga letta tramite Google, messaggero ma non messaggio, valga più di un intero volume, in pratica è quasi a voler significare che la forfora vale più di una persona…

TADEUSZ KONWICKI – “Piccola apocalisse” , Traduzione di Pietro Marchesani, ed. Feltrinelli: “Sono affamato di uomini. Di veri uomini dotati di senso dell’onore, di dignità. Riservati, virili, ascetici, cavallereschi. Ed eccoci intorno dappertutto piccole donnette in calzoni. Donnette maschio coi capelli lunghi, gorgerine e scollaturine. Befane avide, ingorde, svergognate , coi pene nascosti nelle mutande di trina. Sono rimasto solo con fraschette, donnicciole, puttanelle e perisco perchè tutto mi è contro. Tutto mi schiaffeggia, mi offende, mi sbatte fuori a calci dalla vita.”

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