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“Anche Whatsapp ha più emozioni di me”

Tempo fa su Facebook avevo inaugurato una rubrica intitolata “il mio cellulare ha una vita sociale io no” dove riportavo “amabilmente” i messaggi improbabili ricevuti dalle mie ex. Il titolo, in realtà,  è presto spiegato: tendiamo a comunicare troppo in maniera digitale e poco dal vivo. Ora per una variante di questa rubrica “Anche Whatsapp ha più emozioni di me” riporto un messaggio ricevuto a proposito di Balla Juary :

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“Madonna la zia giallorossa e il nonno abbonato in tribuna. Quel capitolo non lo ricordavo così bene….ci sono dei passaggi spettacolari che riletti oggi li trovo ancora più efficaci:) Terrone per i nordici, polentone per i meridionali… la partita con gli amici immaginari mi ha strappato un sorrisone alle 2 di notte”

 

Tutto ciò potrebbe, forse, diventare altro…

 

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Klaus è il suo nome

Capitolo 1: Klaus è il suo nome

 

Fa caldo, la birra è calda e non c’è ombra per chilometri.

Questo è il suo unico pensiero mentre si asciuga la fronte grondante con le mani.

Mani solide, tozze. Mani nate per questo mestiere. Muratore.
Costruire un muro richiede tempo. Lui lo fa tutta la sua vita. Klaus è il suo nome. Vita da terra di confine. La Polonia di là. La Germania qui e l’altra Germania di là. Di là, oltre, c’è poi il resto del mondo, quello sconosciuto. Vive all’interno di un mondo piccolo e non sa cosa c’è al di fuori, si sente sì forte come Ercole ma non ha nessuna intenzione di passare al di là delle colonne. A lui non interessa la politica. Vuole costruire. Costruire è vita. Mattone dopo mattone. Muro dopo muro.

Quattro mura fanno una casa. Una logica elementare che aveva imparato in fretta. La politica, invece no. La politica da queste parti è anche morte. Conseguenza di vita che aveva imparato ancora più in fretta. Guardò la birra. Calda. Anzi, caldissima che sembrava piscio. Eppure ne sentì il richiamo. Un goccio non farà male e poi qui è tutta campagna tedesco orientale, se serve del concime farà il suo dovere in cinque meritati minuti di pausa. Mandò giù una golata. Sudò freddo poi posò la bottiglia nell’unico mezzo metro quadrato di ombra esistente, creato da lui, dal suo lavoro non ancora portato a termine ma rispettante della tabella di marcia. Klaus era un tipo preciso, poco fantasioso, ma curante dei dettagli, quasi maniacale. Per questo i suoi lavori erano apprezzati. Solidi manufatti di edilizia socialista, senza fronzoli ma capaci di resistere nel tempo, come l’ideologia di partita. Stava lavorando su un muro di cinta esterno che avrebbe protetto la casa dei signor Reilly. Protetto per modo di dire perché qui tutto era già al sicuro. Nessuno voleva entrare e nessuno voleva uscire.

– Klaus!
Gli sembrò di udire che qualcuno da lontano stesse urlando il suo nome.

– Klaus!

No, c’era davvero qualcuno che stava urlando il suo nome. Si guardò in giro e vide Franz venirgli incontro in bicicletta.

– Posa lì Klaus!
– Che succede? Astrid?

Non poteva che essere Astrid il motivo che aveva spinto Franz a lasciare il lavoro per venirlo a cercare. Astrid era il nome di sua moglie, incinta.

– Sta bene?

– Sì, tutto bene ma vieni via. Andiamo, che è ora!

– Ora?

Nonostante la sorpresa, conosceva già la risposta: suo figlio stava arrivando, stava per venire al mondo con una settimana d’anticipo. I dottori dell’ospedale avevano calcolato male, no, avevano calcolato troppo. Sì, i dottori dell’ospedale dell’Oder Spree erano stati generosi nei suoi confronti e gli avevano voluto dare più tempo. Era la natura ad aver accelerato. Suo figlio sentiva il richiamo della natura e voleva venire al mondo prima. Aveva fretta di vivere e questa si chiama gioia. Il nuovo arrivato porterà tanta gioia alla sua famiglia e al mondo. Questi erano stati i suoi ultimi pensieri prima di rivolgersi nuovamente a Franz:

– Andiamo.

Poi posa gli attrezzi attentamente in modo che non si rovinino e li lascia lì all’aperto, sicuro che domani saranno ancora lì, questo è un paese sicuro, nessuno vuole più di quel che ha. Inforca quindi la bicicletta.
– Fai strada andiamo
Dopo due pedalate si ferma
– Aspetta.
– Che succede?
– La birra!
– Di quella non ce n’è mai abbastanza.

Prese la bottiglia e la scolò tutto.

C’era da festeggiare.

– Ora possiamo andare.

Pedalarono per 10 minuti sotto il sole di agosto che taglia e affligge il vigore tedesco. Ansimanti e sudati arrivarono al cortiletto della casa. Scese dalla bicicletta di corsa. Non si preoccupò nemmeno di appoggiare il veicolo al muro, tanto che lo . lanciò nell’aria, facendolo cadere rovinosamente a terra. L’impatto del metallo pesante con la terra fu il primo suono, diverso dal rumore della cigolante catena della bicicletta, sentito in quella parte di mondo da dieci minuti a questa parte. Il telaio si ammaccò.
L’insieme delle azione di questo preciso momento fu come un gong mistico e universale. Il destino aveva suonato. Ora e qui. Klaus sembrò risvegliarsi dal torpore della birra e irruppe nuovamente sulla scena:

– Astrid! Astrid!

Nulla in casa c’era solo silenzio.

Nell’androne d’ingresso non c’era nessuno.

Non aveva nemmeno tempo o pensieri per togliersi e pulirsi le scarpe.

Entrò di corsa portando terra tedesco orientale proveniente dall’esterno in casa sua.

Si affrettò a salire le scale. Fece gli scalini due a due per fare prima, con slanci di gioventù che pensava di non aver più.

– UE

Un pianto di un bambino creò un altro mondo.

– Ue UE

Un mondo che si era già raddoppiato. Si affacciò alla porta e vide la moglie a letto. L’ostetrica stava tenendo qualcosa in mano. La moglie si accorge del suo arrivo e subito dopo sorride.

– Femmina- dice l’ostetrica.

– Femmina- ripete lui.

Il mondo avrà di che gioire

– Della vergine.

– Un ottimo segno.

– C’è bisogno di ottimi segni nella nostra nazione.

– Guarda che bella-

– Sì

– Che musino dolce

– Sembra un topolino.

– Già

– Come la chiamerete?

Astrid dorme, sfinita. Questa è una decisione che ora spetta solo a lui. Non ci ha voluto pensare per mesi, convinto che dare un nome a qualcuno che non c’è porti sfortuna ma ora lo sa. Ora sa il nome che ha sempre voluto dargli.

-Marienetta.
Marienetta come il nome del suo primo amore.

– Marienetta è un ottimo nome

C’è bisogno di ottimi nomi, fa eco il suo pensiero nella mente.

– Marienetta che sembra un topolino.

Marienetta Michi Jirkowsky

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Un post natalizio

Vedrai, vedrai, vedrete, vedrete.

Si sta per chiudere un 2014 fatto di alti e bassi, tutt’altro che noioso. Ho avuto modo di viaggiare, grazie a To Jest, tra il sud e la Polonia, da Cava de’ Tirreni a Cracovia, passando per Morbello, Molare, Imperia, Pisa e Torino,

To Jest avrà forse degli strascichi anche nel 2015, se succederà lo verrete sicuramente a sapere, mentre altre avventure letterarie all’estero stanno per avverarsi, nel frattempo sto aggiustando il tiro su quello che sarà il mio prossimo romanzo. Eccovi una breve anteprima:

Eilen.
Chi è oggi Eilen?
Eilen è un paradosso.
Eilen non potrebbe esistere oggi.
Io sono un venditore di sogni e oggi mi voglio vendere il sogno più bello.
Eilen non era la persona giusta nel momento giusto nel luogo giusto, lei era semplicemente la cosa migliore che potrebbe accadere nella vita di tutti
Eilen era bella, bella come la gioventù sa essere.
Eilen era affascinante, affascinante come solo l’esotico sa apparire agli occhi dei provinciali.
Eilen era la scoperta del mondo.
Un altro mondo, con lei, non solo era possibile, ma addirittura esisteva
Eilen era un sorriso in un giorno di pioggia e neve quando dimentichi l’ombrello alla fermata del bus, Eilen era un gruppo di pile che non si scaricava mai, Eilen era un pianto lungo una notte, una messa in un’altra lingua, un semplice sabato pomeriggio pomeriggio passato a lavare i piatti mentre tutto è accompagnato da Getting Better dei Beatles.
Eilen era questo e molto altro. Eilen non potrebbe essere oggi. Eilen in finlandese, perché questa storia è nata sotto i cieli immensi del Nord Europa, vuol dire “Ieri”, come la Yesterday dei Beatles. Per questo motivo Eilen non potrebbe esistere oggi e sì, forse è il più grande rimpianto della mia vita, tanto che la sogno ancora in diversi notti e, quasi clandestinamente, l’ho sognata anche in altri letti con altre lei. Eilen oggi ha un’altra vita e un’altra storia, ma sono felice, felicissimo di poterla raccontare oggi a voi e di sapere che sì, c’è stata e non è stata solo un sogno….

 

In Finlandia, durante le feste di Natale, si usa mettere delle luci alle finestre per far sapere al viandante, al viaggiatore sperso che lì, in quella casa, c’è qualcuno disposto a condividere cibo, calore, auguri e umanità. Potete quindi guardare questo post così, come una luce accesa, un regalo natalizio, un augurio intermittente. Sono tante, tantissime le persone da ringraziare. Chiunque passi di qui è il benvenuto. Buon Natale.

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Dio ci odia tutti

Niente paura, il titolo è solo la traduzione di God Hates Us All, il best seller di Hank Moody. Hank, per chi non lo sapesse, è lo scrittore fittizio, protagonista della serie tv Showtime, Californication, la cui visione mi sta impegnando in questo periodo sconclusionato della mia esistenza. Sono alla sesta stagione, me ne manca una e poi finirò a chiedermi come sarà la mia vita senza Hank.

Non ho amato True Detective, banalità confezionata alla perfezione, e Breaking Bad mi ha entusiasmato a fasi alterne, de gustibus, ma Californication era, è, e resterà tutta un’altra storia. Forse è l’unica serie per scrittori realmente sulla piazza. Ok, non ho la Porsche, non ho i soldi, non ho Karen, non ho Becca e non ho nemmeno uno schifo di agente come Runkle, ma ho le sue emozioni e i suoi picchi di vita. Ho una storia, ho le situazioni, ho i dialoghi e dovrò solo avere il coraggio di dare al mondo qualcosa di infinitamente bello quanto triste. Questo post, a dire il vero, è più utile a me, che a voi. Lo scrivo per ricordarmi, nel tempo, quel che sto facendo mentre il mio telefono continua a ricevere messaggi da TraffResiduo 404 aspirando a una ricarica. Cerco di concentrarmi su quello che, sulla carta, dovrebbe essere il mio prossimo libro.

Una storia d’amore o meglio, la mia storia d’amore. Forse è davvero arrivato il momento di misurarmici, sapendo già come andrà a finire. Forse è davvero arrivato il momento di osare quello che mai avevo osato finora. Si tratta di aprire porte su porte ormai chiuse a chiave a doppia mandata. Ma tutti sanno essere cinici, un’altra cosa è osare, direbbe un personaggio chiamato Faith

Don’t you owe me an hug.

Respiro. So cosa vuol dire abbraccio. Mi manca il verbo prima. Lei nota lo sguardo perso nel vuoto a cercare verbi regolari e irregolari.

What?

Cosa…ehmm non ho capito.

Don’t you think you owe me an hug.

Un abbraccio.

Certo.

E l’abbraccio. Questo è il nostro primo abbraccio. La sciarpa di mia madre tocca il suo maglione grigio a collo alto. Tanti mondi si incontrano e si scambiano sensazioni per un tempo limitato, limitatissimo, tanto che l’imbarazzo ci sommerge.

Che stai facendo.

Leggevo.

Leggi sempre.

Già, vero.

Hai lezione?

Sì, tra un quarto d’ora.

Hai tempo per un caffè

Sì, andiamo all’Attila

Attila è la caffetteria al piano di sotto, che fortunatamente ha prezzi da universitari.

Prendiamo due caffè, non offro.

Non posso.

Non ho i soldi e non ho la confidenza necessaria, potrei offenderla, potrebbe voler dire qualcosa che non so, me ne sto sulle mie, arroccato nei miei dubbi.

Com’è andata a Stoccolma.

Bene, bella città

Sì, noi ci siamo già stati.

Avevano partecipato al primo giro di visite, io invece, come sempre, mi ero perso quello e molto altro, grazie alla perfetta burocrazia elefantiaca italiana che fino all’ultimo è riuscita a non fornirmi tutte le carte utili, ma qui basterà solo qualche mail per risolvere tutto. Mentre bevo il caffè di tipo americano lei mi chiede:

– Sei stato con gli italiani?

Gli italiani. Facciamo sempre gruppo e siamo invisi agli occhi degli altri. La nostra fama, nel bene e nel male ci supera. Noto sempre del disprezzo in queste circostanze, anche nella sua domanda. Sicuramente accomuna la mia militanza nel gruppetto composto da viterbesi, genovesi, romani e beneventani, a una caccia alla donna. Se sono in mezzo a loro devo comportarmi come loro, è quello che sta pensando.

– Sì, sono stato con loro.
– E che avete fatto?
– Girato, fatto foto
– Quelle poi le voglio vedere.
– Certo, appena le sviluppo.

Certo, appena ho i soldi per svilupparle, vorrei dirle, ma svicolo tutto a mancina e mi getto su:

-Ho anche parlato svedese.
– Sì?

-Sì

In realtà ho chiesto informazioni per raggiungere la casa museo di Strindberg, ho comprato una videocasetta di Lucas Moodinson, Tylsammans, che prima o poi guarderò, e ho comprato qualche Kiosk en Corv. Sono sopravvissuto e la popolazione svedese è stata così gentile da non correggermi in caso di errore.

– Devo andare a lezione.

– Ah ok, io non ne ho, ci vediamo.

-Certo

-Buona lezione.

-Mi sei mancato.

-Grazie.

Si alza, prende la sua giacca e se ne va. Non si volterà. Non ora. Non oggi. Non stasera. Il suo cammino è ancora distante dal mio. Mi sei mancato. Un martello di sillabe straniere comincia a battermi in testa. La mia anima è l’incudine, scossa a ogni schianto. La cadenza è irregolare. Scuoto la testa per svegliarmi. Il caffè è finito ma ho ancora qualcosa da fare. Salgo dalla caffetteria al secondo piano. Cerco Ste che come tutti gli italiani è in sala computer a “ceccare” email e a passare il tempo. Internet è una novità per noi. Internet gratuito è un dramma nazionale. La nostra produttività è calata di colpo. Perdiamo tempo, saltiamo lezioni e non studiamo, ipnotizzati da queste sirene digitali. Il grande Nord è già un crocevia di razze e di destini. Il dj arriva dall’Africa, la ragazza beccata da M… vive ad Helsinki ma è asiatica, di qualche paese che io accomuno solo a Risiko nella mia conoscenza geografica, ma no, non è un la Kamchatka

Ste è lì. Che scarica e stampa testi. La formula tutto gratis a noi che arriviamo da un paese di dispendi è sacrifici giovanili è sconvolgente.

Vestito di nero è lì davanti allo schermo.

– Che fai?

– Surf

I giochi di parole si sprecano. Lui è un fan dei Beach Boys e a dire il vero è finito in Finlandia per colpa dei Beach Boys, ma questa è un’altra storia; quando invece può fare giochi di parole non perde l’occasione e così navigare, surfare, surf, surfing, surfing safari, diventano codici amichevoli.

– Hai un minuto?

Chiedere un minuto a un ritardatario come lui è come chiedergli un pezzo della sua vita.

– Quanto è importante?

– Non è importante ma lo è, insomma

– Lei?

– Lei

– Ok, dimmi

– Mi ha detto una frase che non ho capito

– Donne e chi sei tu per volerle capire?

– Ma no, non intendevo quello, in inglese.

– Inglese, chi sei tu per volerli capire?

– Nessuno, ma se magari mi dai una mano

– Che ti ha detto..

– Qualcosa su un abbraccio hug

– E fin qui, cosa c’è di strano?

– Aspetta, mi ha detto Don’t you owe me an hug?

– Ah, buono

– E che vuol dire?

– L’hai abbracciata?

-Sì.

– Bravo

– Sì, ma ok

– Aspetta

Lui è molto più prosaico di me, da peso al suo tempo e non alle parole degli altri, o almeno così sembra mentre ticchetta sulla tastiera cinque lettere e uno spazio

To owe

– Leggi qua

Leggo

– Essere in debito, dovere qualcosa a qualcuno

Don’u owe me an hug quindi voleva dire Non mi devi un abbraccio?

 

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La poca comprensione del compressore napoletano

Nella vicenda di Napoli c’è qualcosa che non quadra. Già non quadra perché se un ragazzino di 14 viene insultato e ridotto in pericolo di vita solo per essere “rotondo”, grasso, sovrappeso, con le ossa grosse o obeso (come meglio preferite), dovremmo tutti cominciare ad interrogarci.

La nostra società non è nemmeno più basata sull’immagine, ma è trascesa oltre e si fonda, o per meglio dire “affonda”, sull’apparenza.

Viviamo in epoche veloci dove un’immagine può essere vista simultaneamente in tutto il mondo, quindi il fattore tempo è ormai marginale per quel che riguarda la comprensione visiva e, ahimè, non.

Non si ha tempo per concedere una seconda possibilità, figuriamoci se qualcuno vuol concedervi un secondo sguardo. A tal proposito trovo emblematico, in tal senso, l’esposizione odierna, da parte di un quotidiano nazionale che, dovendo proporre ai suoi lettori una notizia americana di morte assistita, in prima pagina ha deciso di ricorrere all’ utilizzo della foto meglio riuscita della protagonista corredando l’articolo interno con un’immagine meno perfetta e decisamente più reale, nascondendo così i chili in più della donna.

Insegnano forse questo ai giornalisti? Non so. Sta di fatto che il grasso, oggi giorno, è bandito dai media ed è una battaglia culturale persa. Culturale poi? Se parliamo di salute è tutto un altro discorso ma la rappresentazione di un modello distante dalla realtà può essere questo definito cultura? Una società basata sull’apparenza non può che produrre mostri dentro. Chiudo il mio post con una frase
della scrittrice Amélie Nothomb, proposta in Italia da Voland: “Gli obesi mi affascinano: si scontrano con il diktat della società di dover essere magri”.

Compressore

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