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Monferrato, neve e cappuccini

Da Mompracemradio riporto questo mio vecchio inedito che parla di Monferrato, neve e cappuccini

Hildebrando Aristolakis.
E’ la sua storia, la sua incredulità di fronte al mondo. Hildebrando sapeva.
Aveva visto che la neve legava la terra al cielo,
la rendeva simile ad una nuvola e copriva tutto lo spazio tra cielo e terra cadendo giù.
Hildebrando Aristolakis aveva avuto una vita semplice.
Come semplice erano i suoi pensieri.
Una laurea che era arrivata ad un posto di lavoro temporaneo, che lo lasciava sempre in sospeso, come un bambino sul tetto del mondo a guardare in giù.
Non si meravigliava più, in fondo il suo nome l’aveva abituato allo stupore.
Era uno stupore riscontrare tutte le volte che si presentava o che veniva introdotto a qualche nuovo conoscente come fosse facile risalire alle sue origini.
Hildebrando Aristolakis? Lei deve essere del Monferrato , giusto?
Giustissimo.
Il Monferrato è quel tipo di territorio che rigetta al mondo persone come Hildebrando Aristolakis e poi le tiene strette a se tra colline, vini e nebbia.
Hildebrando Aristolakis ricorda ancora quando in un viaggio scolastico delle scuole medie superiori, all’epoca erano ancora chiamate gite , e diceva che ricorda ancora quella scoperta di Roma, quella scoperta del mondo e di conseguenza , come il mondo scoprì lui.
Avvenne tutto con noncuranza in una sera di maggio sotto un ponentino che non aveva mai più riassaporato ma che rimase indissolubilmente legato al ricordo sonoro del suo nome così pronunciato:
Hildebrà Aristolà.
Seguì il solito ovvio: “ Il signore deve essere per forza del Monferrato”
Ma oggi nevicava e Hildebrando Aristolakis pensava a tutto ciò sotto la neve.
La guardava scendere giù e un desiderio nasceva in lui.
Avrebbe voluto chiedere ad ogni fiocco se anche lui o lei… oggi Hildebrando Aristolakis si poneva dubbi anche sulla sessualità dei fiocchi di neve e sulle cose tutte, quasi come se non si sentisse originario del Monferrato e quasi come avesse un aristoqualcosa nel cognome.

Era un altro giorno e si era ritrovato a scrivere un tema per il fratello della sue ex eterna fiamma.
Un tema da liceo e Hildebrando signor Aristolakis sapeva benissimo che le sue parole mal si sposavano con ambienti classici.
Da giovane il nostro aveva pure avuto una mezza idea di continuare la sua carriera di scrittore, ma poi aveva realizzato in cuor suo la differenza tra letteratura e libri spazzatura.
I libri di letteratura aulica sono quei libri nelle cui pagine giace l’autobiografia malnascosta dello scrittore assieme a un continuo citare di autori e opere sconosciuti ai più.
Il resto , tutto il resto, esulava dalla letteratura contemporanea.
Scoperto questo Mr. Aristolakis continuò a scrivere cose sue, si proclamò poeta e divenne salariodipendente.
Ovviamente tutto ciò nelle sue poesie venne sempre taciuto e le sue opere letterarie di bassa qualità contemporanea parlavano di un discendente della stirpe monferrina degli Aristolakis ribattezzato come Hildebrando che amava leggere romanzetti da poco e perdere tempo racchiuso nei suoi pensieri davvero incomprensibili ai più, a volte non ci capiva nulla nemmeno lui e attribuiva quindi questi pensieri incomprensibili a qualche contaminazione da letteratura aulica.

Si potevano inventare molte cose al mondo, tutto era riempibile di fantasia e Hildebrando lo sapeva bene.
Molte volte avrebbe voluto inventarsi un’altra vita, una vita non sua, una vita differente da romanzo economico o da soap televisiva, una vita dove non ci fosse un attimo di tregua e dove i pensieri venissero compressi da azione e donne mozzafiato, ma a mozzare il fiato monferrino era solo la noia e quella casa che si chiama nebbia tra le colline.
Si potevano inventare vite intere, riempire curriculum vitae di fantasia e raggiungere il successo.
Si poteva usare la fantasia, ma alla fine si doveva mentire.
Mentire? Un Aristolakis di certo non lo fa, gente umile ma integerrima.
Il credo di famiglia era: Un Aristolakis non mente, subisce.
Non c’erano bugie o menzogne nella famiglia e quindi di conseguenza mancavano blasoni, stemmi, stendardi ,icone , santi, emblemi e ricchezza nella famiglia.

Rifletteva aspettando il treno.
Rifletteva riflessi di luce propria.
Era perso in quel paesaggio troppo russo da non essere italiano, perso nel bianco caduto precedentemente.
Si inventava quindi un personaggio russo, un Nicolaj Rossi.
Gli dava un nome, un età, un aspetto indefinito e arrivava a percepirne l’esistenza.
Nicolaj Rossi a Mosca ora esisteva in un paesaggio troppo italiano da non essere russo.
Nikolaj Rossi poteva percepire Hildebrando Aristolakis e riflettere di luce propria.

Un altro giorno e si sentiva perso, sentiva perso il suo ruolo nel universo, aveva perso la renitenza, perso il significato del peccare.
Un alone di perdita avvolgeva il suo mondo conosciuto, quello sconosciuto, lo aveva perso da tempo nelle ricerche di mattine ancestrali dentro un cappuccino privo di identità.

La radio macinava tempo e acqua di anime nella lenta mistura di una canzone che parlava di un amore troppo lontano nel tempo.
Di un amore finito quando al tuo debole nome di Hildebrando lei preferì un tizio che si faceva chiamare Barracuda.
Una delle prime delusione , forse la prima, perché in lei aveva investito più che in chiunque altro il povero ragazzo del Monferrato?
Pensava di essere amato, di essere accarezzato, di vivere ogni attimo come se tutto questo fosse per lui, destinato a lui e mai, ma poi mai, in una mente che si era persa ben prima dei bastioni di Orione era stata concepito un barlume, un aborto di pensiero disastroso schiantatosi nell’amore.
Contro Barracuda invece, era probabile che ogni storia di amore
finisse e che lui invece finisse a scrivere temi sul Petrarca per un ragazzino viziato che aveva il solo merito di essere il fratello della ragazza che scelse Barracuda al posto dell’amore.
Amore?
Ma era amore?

Hildebrando non lo sa e questi sono pensieri che naufragano alle nove del mattino nella schiuma calda di una bevanda calda in un mattino tiepido di un mite inverno in una testa calda dalle mani fredde.

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Bianche Maledizioni

Queste terre sono piene di morti, sono terre concimate, nutrite del dolore e del pianto di secoli di un’umanità sconfitta.  Sono terre calpestate dai piedi dei miei diretti antenati in uno schifoso passato non molto diverso dal mio futuro attuale.

Quella che segue è una storia qualunque di un relitto colpito e affondato nella battaglia degli eventi sociali, all’ombra delle più redditizie cronache mondane. Questa storia spero che piombi sulle vostre interiora coscienti, sui profili delle vostre identità clandestine come una degenerata nebulosa inquinata dai suoi vizi astratti e nei difetti diretti e fin troppo ereditari. Ben troppo presto però si rivelerà a voi nel suo non essere, non essendo, non so dirvi bene cosa non sia e non sta a me dirvelo, confessione a parte di quel che è.

La mia storia è la peculiare storia di un’univoca impossibilità esplicativa di fronte al vostro mondo.  Di quella stessa impossibilità intrinseca che esplode diventando arroganza nella chiara e arretrata mentalità metafisica europea.

Sapete che non lo avete mai saputo e ve ne fregate sapendo che il successo si ottiene in altri modi e quando leggete, sempre ammesso che voi ne siate ancora in grado visto che siamo una specie a parte relegata negli angoli delle pagine, pensate ad altre menti, seguite stereotipati modelli a clichè mediatico d’informazione da terza classe.

Ho appreso che è impossibile spiegarvi la particolarità di una terra che la neve lega al cielo rendendola schiava, vittima del suo volere candido quanto dispotico. Per voi è un estremo fastidio se nevica o è solamente l’occasione per indossare quel paio di anfibi o di stivali griffati e contro firmati che avete pagato una cifra immensa e, che  per forza, ora di fronte al cospetto di una coscienza consumistica a rate, ne giustificare l’acquisto.

La neve bombarda le città rendendo  il paesaggio un’unica spianata dove lo spazio tra cielo e terra è unito nel cadere giù.  Ero lasciato per colpa vostra sempre in sospeso e per vendetta o per ripicca ero solito lasciare sempre in sospeso tutto a guardare in giù tra tanto bianco.
Il Monferrato è quel tipo di territorio che rigetta al mondo persone come me e poi le tiene strette a sé, prigioniere tra colline a forma di capezzoli descritti nelle pagine di Pavese. Ma oggi nevica, neve del cazzo, anche se da queste parti ogni tanto vista la vicinanza e la conseguente sfera di influenza si dice belin, e penso a tutto ciò sotto la neve che diventa un macilento fango bianco legante la terra al cielo in una serie eterea di ricordi evanescenti.  Fitta neve degli eterni inverni di qui, nelle terre effimere di racconti precedentemente già ascoltati.

La neve…la guardo scendere giù e sento un desiderio nascere in questo mio me. Avrei voluto chiedere a ogni fiocco se anche lui o lei…calando giù nel valzer androgino dei fiocchi di neve….ma cosa cazzo volete che se ne importi a un fiocco di neve, o a chi l’ha creato, di tutte le divisioni superficiali che ci scambiamo qui tra noi  nell’inferno celeste che è il nostro piano esistenziale.
Altro che Swedenborg e se non avete capito, prendete un diavolo di libro in mano ogni tanto oppure fermatevi ad aspettare davanti alla tv sperando che sua emittenza Gerry Scotti faccia qualche domanda al riguardo nella sua gara a tappe dei peccati capitali. Da piccolo avevo pure avuto una mezza idea di continuare la mia carriera di scrittore ma avevo realizzato fin da subito la differenza tra letteratura e libricesso, termine che potete pure leggere tuttattaccato creando un neologismo neo realista.

 

 

No, non era invidia, non è sinonimo di invidia, al massimo di sconforto quello sì, di quello sconforto che assale tutti le persone disarmate di fronte alla vastità del mondo e di fronte a quell’egoismo disarmante dell’uomo, a suo dire civilizzato, dai grandi saperi dell’occidente economico: fottere tutto e tutti sempre.

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