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Karmansky l’altro poeta & Shoah: “Atti di necessaria conoscenza sulla mancanza e sulla memoria” di Giusi Meister e Fabio Izzo.


Karmansky l’altro poeta è stato invece pubblicato su Eco a Perdere, Fabio Izzo, Edizioni il Foglio Letterario.

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La Shoah è qualcosa che compare nelle nostre vite un giorno all’anno. O almeno per molti di noi, la Shoah è inevitabilmente collegata alle sue commemorazioni. Ma quello che più ci preme è cercare di tessere, senza alcuna pretesa, una trama che leghi i termini memoria e mancanza alla Shoah. Se è vero che milioni sono le pagine scritte su ciò che è avvenuto è altrettanto vero che milioni sono le pagine che non si sono potute scrivere su quello che è avvenuto. Un paradosso forse, ma pura verità.

è stato detto tanto, tutto

io volevo solo, nel mio infinitamente piccol, ricordare  attraverso le parole di Karmasnky, l’altro poeta.

Ricorda Karmansky quando c’erano quelli come lui, ricorda la luce solare, quel manto di pulviscolo giallo che abbracciava i suoi ricordi spenti al limite del loro cordone ombelicale con la vita, quella stessa luce che falcidiava i campi dei miei pensieri inerti. Di Karmansky, una volta, la gente chiedeva di continuo, di quel tipo strano che non dava fastidio a nessuno, perennemente rinchiuso nel suo pastrano, che fossero esse accese o spente le stufe di Chelm. Karmansky, quelle volte, era solito aspettare, osservare la vita della cittadina defluire sotto i suoi occhi spenti di dinamismo. Così come la cittadina rovesciava su di lui le sue attenzioni avendolo eletto, nella sua mitologia provinciale, a personaggio di curiosità speciale, a fianco di nomi come Piotr il basettone, Pawel l’argentino, Stagione Fallimentare, Terremoto e molti altri ancora.
Karmansky stesso aveva steso un bestiario su quelle leggende contemporanee.
Dalla sua opera sono prese in prestito le seguenti righe, illustranti la civiltà mitologica sua contemporanea.

Piotr il basettone, persona generosa nella sua stupidità contenuta in una testa tanto grossa da poter contenere due persone stupide attaccate alle basette, qui, edere mitologiche attaccate alla stupidità. Pawel l’argentino, di natali sudamericani e di pasque di pazzie. Pawel risulta strano nella sua lingua, nel suo vestire, nel suo sguardo sempre perso e lontano a guardare altri oceani persi come il suo.Non ha compagni di giochi e di scuola, tiene in particolare modo ai saluti, essendoseli guadagnati con il sudore sul campo di battaglia delle conoscenze ieratiche, conquiste sue gratificanti le strette di mano e i gesti al vento. Solito girare su di una bicicletta, in maniera confusa e vivace, a dir poco sudamericana, perso in un tango triste e solitario contro tutte le restrizioni stradali. Riverente e ricco d’omaggi anche alla guida del suo trabiccolo, non osserva la strada ma cerca il saluto, anche voltando la testa in direzione opposta al suo moto. Provoca il riso della gente ma forse in lui quel guardare altrove è rivolto ai suoi oceani lontani.

Stagione Fallimentare. SF le sue iniziali, come sfigato perché il calcio è così consolidato nell’animo locale che in lui è ormai mania. Impulsivo, sconclusionato sul campo come assennato e ponderato fuori. Bramoso di vittorie è sinistro mietitore di drammi agonistici che raccoglie a giugno a piene mani.

Terremoto, epicentro del caos sociale. Rumoroso ad ogni suo spostamento, voleva creare della sua vita leggenda. Leggendario è divenuta la sua figura nelle sagre confinanti a terremoto prima del suo arrivo.

Appunto sparso di Karmansky: l’amore di Piotr per le ciambelle appena sfornata, quando estasiato guardava quella montagna uscita dal forno pronta per essere scalata da quell’amore inebriato dal profumo caldo e solare, rassicurante delle ciambelle sfornate da Maria, l’amore traslato da Maria alle ciambelle da Piotr alle ciambelle e da Piotr a Maria, ogni morso alla pasta era un bacio mandato a Maria e il mattino radioso con l’oro che splendeva profumato di pasta calda e zucchero al seno di Maria che era tutta inondata da amorevoli chiazze d’impasto e di zucchero, coi capelli legati e un grembiule in uniforme d’amore. Qualche parola scritta su Karmansky giaceva nel bestiario.
Da lì continuiamo a citare ciò che vi era depositato.

Karmansky, l’altro poeta. Dal vestiario misero e dalle mani grosse ma non rozze. Ai limiti della notte la sua poesia è messa in ombra da OMISSIS, i suoi versi timidi si vergognano ad uscire dalla crisalide.
Karmansky, l’altro poeta. L’altro Poeta. Non era l’unico poeta, quanti segreti ancora tutt’oggi, la vita modesta di Karmansky che non se ne volle andare a cercare fortuna altrove.

Le strade contengono ancora la presenza di Karmansky, in quell’occhio d’oro di luoghi e d’idee, si era spesa l’arcadia del suo passato.

Karmansky vive.
Il suo sguardo da terza persona impersonale è vita.
Non è così per tutto quello che ha lasciato.
Lui vive perché altri sono morti, ma morti davvero.
Lui è l’altro poeta, poeta di una lingua sepolta.
Oggi Karmansky si è risvegliato con uno sguardo sul mondo.
E’ un mondo nuovo e non vi sono più gli odori, i colori e i sapori dello Shtetl.
Ed è un’altra la legge che vi domina.
L’occhio d’oro nel cuore della notte si è spento.
Ora l’oro è dappertutto.
Il potere, lo sfarzo economico, tutto è già oltre l’oro.
Karmansky, discendente di vita, ricorda quando con l’oro potevi comprarti una vita, ma era altri tempi quelli, tempi di disperazione, dove si affogava solo per non venir risucchiati dalla storia.
Lui, il poeta, era affogato sepolto in un cunicolo, nel ventre di madre terra, dentro una vagina di cloaca.
Da quel pertugio aveva visto il mondo impazzire.
Incendi che illuminavano la notte, voci che chiedevano perdono, lingue che andavano al loro funerale e l’oro del mondo corrotto dall’uomo.
Ora Karmansky ha da molto lasciato questo alla sue spalle.
Se mai è possibile dimenticare, Karmansky non l’ha fatto.
Ha continuato la sua esistenza di naufrago umano, per aiutare il naufragio di altri. Non ha mai provato a capire, non c’era nulla da capire se non il rumore del vento e il pianto delle stelle.
Era un poeta ma non era più riuscito toccare l’amore.
Aveva visto amare così tante cose Karmansky che il significato dell’amore non lo aveva più toccato.

Il significato dell’amore espresso in una lingua sepolta.

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Shoah: “Atti di necessaria conoscenza sulla mancanza e sulla memoria” di Giusi Meister e Fabio Izzo

Il seguente articolo è pubblicato nella sezione ‘Approfondimenti’ del portale di notizie e condivisione letteraria ‘Imieilibri.it’:
http://www.imieilibri.it/?p=5687
e su Biblioteca d’Israele

 

Perché la Shoah raffigura una drammatica perdita in campo letterario (e non solo ovviamente).

Come ci viene descritto nel saggio “Shtetl” di Eva Hoffman (pubblicato da Einaudi) esisteva un mondo davvero unico e irripetibile che viveva all’interno di migliaia di piccoli villaggi dell’Europa dell’Est. Eva Hoffman si è concentrata su un paesino di nome Bransk, nella campagna polacca ai confini con l’attuale Bielorussia,che prima della guerra contava circa 4600 abitanti, equamente divisi fra ebrei e cristiani. Oggi non ci sono più ebrei a Bransk. Soltanto tracce ed echi che risuonano di tristezza, rabbia, senso di colpa e, a volte, negazione del passato. In Polonia continuano a vivere alcune migliaia di ebrei, ma la loro cultura, le loro comunità sono scomparse con la Seconda guerra mondiale. I villaggi ci sono ancora, ma il mondo che vi pulsava, i negozi, il suono dello yiddish e dell’ebraico, non ci sono più. E dire che proprio nello shtetl – diminutivo di shtot, in yiddish «città» – nel corso dei secoli si era realizzata un’esperienza multietnica, caratterizzata dalla compresenza di due società povere, gli ebrei ortodossi e un mondo contadino premoderno; lo shtetl era diventato una realtà sociale insolita, ma dotata di straordinarie risorse. È questa realtà sociale che Eva Hoffman, attraverso l’indagine scientifica e la ricerca sul campo, indaga con minuzia e passione: nel tentativo di spiegare perché nello shtetl gli ebrei furono oggetto della più incontrollata crudeltà da parte dei vicini, ma anche della più spontanea generosità; e nella speranza che una ricostruzione storica obiettiva sia anche un messaggio di tolleranza.

Un mondo, quello dello Sthtel, raccontato malinconicamente negli ultimi suoi giorni di vita, nel romanzo “La distruzione” di Piotr Szcef (pubblicato in Italia da Lindau), dove l’autore racconta con una prosa densa quanto nostalgica le ultime incosciente ore di vita di un villaggio che ancora non sa a cosa sta andando incontro.

Qualcosa di simile è raccontato anche in “Ogni cosa è illuminata”.

Parlavamo di mancanza, di pagine non scritte, di quello che ci è stato tolto, portato via, rubato, strappato con violenza. E a questo punto non possiamo non parlare di Bruno Schulz, l’autore de “Le botteghe color cannella”, scrittore diventato un vero e proprio mito letterario.

Lo stesso David Grossman nel suo “Vedi alla Voce Amore” si immagina la metamorfosi dello scrittore polacco che rifugge da tutto, precipitando nel gorgo della storia, mutandosi in un salmone.

Per un crudele gioco del destino il modello del piccolo villaggio, quasi isolato (anche se è un luogo troppo comune) dal mondo, venne riprodotto a forza nei ghetti istituiti dell’industria dell’orrore nazista, che troviamo nelle pagine di Mary Berg e di Dawid Sierakowiak, testimonianze entrambe presenti nel catalogo Einaudi.

Compresso dagli orrori di quel mondo, privato della sua magia, il ghetto non poteva che esplodere come ci viene raccontato nel Yossl Rakover si rivolge a Dio (edizioni Adelphi):

“Nel settembre 1946 una rivista di Buenos Aires in lingua yiddish pubblicava questo libro presentandolo come l’ultimo messaggio scritto da un combattente del ghetto di Varsavia mentre il cerchio della morte si stringeva intorno a lui. Pochi conoscevano allora con precisione la storia della rivolta ebraica a Varsavia e della atroce tragedia che con essa si consumò, ma subito il testo dell’ignoto combattente, che, simile a un nuovo Giobbe, chiama in causa il Signore e il suo silenzio di fronte al trionfo dell’orrore, cominciò una lunga e singolare peregrinazione per il mondo, giungendo in Israele e in Germania. Quando il vero autore si fece vivo presentandosi come ebreo lituano emigrato in Palestina allo scoppio della guerra, iniziarono grandi dispute”.

Altra diaristica da menzionare è quella di Elie Wiesel, scrittore rumeno, premio Nobel per la pace nel 1986, autore de “La notte” (Giuntina, 2007)

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte al campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherà quel silenzio notturno che mi ha tolto per tutta l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso.
Mai.

Si discute ancora oggi sulla Shoah, ma non è questo che vogliamo fare oggi. Non ora e non qui.

Come ogni materia di discussione, anche la Shoah ha un suo linguaggio.

Il linguaggio è la cifra, la relazione, il filtro.

Lo strumento con cui l’individuo entra nel mondo.

Qui non parleremo del linguaggio culturale, ovvero di quello che codifica e decodifica un popolo, la sua storia, la sua identità e il cammino, bensì ci concentreremo sul linguaggio individuale.

Un linguaggio che l’individuo costruisce dentro di sé per affrontare il mondo e la storia, per non lasciarsene schiacciare. Badate che dopo la Shoah vi è stato il silenzio da parte di molti sopravvissuti.

Un silenzio che alcuni sono riusciti a superare ritrovando dentro di sé il significato e il senso. Se non della Catastrofe, almeno della propria Vita. Un ritorno doloroso a quel deserto anche per raccontarlo, per trasmettere a chi non c’era se non comprensione, almeno conoscenza.

E’ per tutto questo che, qui di seguito, abbiamo pensato di restituirvi pensieri e discorsi sulla Shoah nella loro purezza, così come sono nati da chi l’ha vissuta in prima persona, o rivissuta attraverso un membro della propria famiglia.

Ogni sinossi sarebbe una cesoia del senso ultimo.

Dove è necessario, saranno brevemente illustrate la vita dell’autore o le tematiche principali dell’opera, per una migliore comprensione del testo.

Stessa nazione di Wiesel, Aharon Appelfeld è l’autore di “Paesaggio con bambina’’ (Guanda, 2009). Egli, infatti, nasce nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, da una famiglia di origine ebraica. Fu deportato insieme al padre dopo che i nazisti ne avevano ucciso la madre. A soli otto anni fuggì , e trascorse i successivi tre anni vagando in completa solitudine per i boschi. Nella storia di Tsili Kraus, la bambina del titolo, ultimogenita di una famiglia di bottegai ebrei dell’est, Appelfeld ripercorre la fuga dallo sterminio attraverso un viaggio erratico nei boschi e nelle campagne. Quello che si trovò lui stesso ad affrontare. ‘’Paesaggio con bambina’’ è uno sguardo trasparente in cui si impigliano i frammenti taglienti di un intero mondo.

Dice Appelfeld: “Ogni cosa ti succede nella vita dovrebbe avere alla base una domanda fondamentale: Quanto significato attribuisco alla mia esistenza?’. Si dovrebbe sempre cercare di trasformare le cose negative in positive, nella vita. Inoltre, per quel che concerne la Shoah, se i tuoi genitori sono stati torturati perché ebrei, tu dovresti cominciare a chiederti se essere ebreo è davvero una cosa tanto sbagliata da far meritare, a coloro che lo sono, di essere torturati e uccisi solo per questo.

Ecco, se inizi a far questo, se inizi a studiare cos’è l’ebraismo, avrai iniziato a trasformare una cosa cattiva in buona. Iniziare a comprendere cos’è la Bibbia, cos’è la religione e cosa il giudaismo, trasformerà una mostruosità in un qualcosa capace di generare in te la ferma volontà di comprendere il mondo’’.

Il linguaggio, così come l’uomo, finisce con lo spostarsi, trovando nuove sponde di memoria in altre terre. Inevitabile quindi che la sponda ultima, per ora, di questa immensa ondata tragica della storia finisca in Israele.

David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua sono i traghettatori ideali in questo viaggio dalle mille complessità ed implicazioni. Umane e storiche.

David Grossman con il suo “Vedi alla voce: Amore” (Mondadori, 1998) ci porta in “Quel paese là”. Un paese che ha visitato, suo malgrado, la zia Itka, il cui numero tatuato sul braccio sarà per sempre muto testimone del campo di sterminio in cui venne imprigionata.

Ricorda Grossman: “Quando mi sono sposato con Ruth, zia Itka venne alle nozze e sul braccio si era messa un cerotto. Aveva nascosto così il numero tatuato sul braccio perché non voleva turbare l’allegria della festa. E io, il cuore mi si spezzava dalla pena e dalla pietà che provavo per lei. Per tutta la sera non riuscii a distogliere lo sguardo dal braccio. Sentivo come se lì, sotto quel cerottino pulito, zia Itka avesse un abisso molto profondo che ci aspirava, ci risucchiava tutti, gli ospiti, l’allegria”.

Amos Oz nel suo “Una storia di amore di di tenebra” (Feltrinelli, 2005) ci parla della propria famiglia. Poliglotta, colta, europea. Strana la storia e strana la vita, a volte. Gli ebrei, spesso più affettivamente e culturalmente europei degli altri europei, furono estromessi a forza da un’idea e da un sentimento. Quante famiglie con le stesse caratteristiche di quella di Oz si rifiutarono, spesso ostinatamente, di allontanarsi dalla loro Europa, nonostante i primi inquietanti segnali della Catastrofe che si stava per abbattere su tutti.

Eppure, nonostante la violenza del distacco, chi sopravvisse, portò poi con sé, come un doloroso souvenir, quell’idea e quel sentimento in una terra, Israele, tutta in costruzione. Un terra che aveva appena iniziato ad uscire dal tempo del mito per entrare in quello della storia. Amos Oz ce lo racconta così: “Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij erano in sintonia con la loro anima russa, tuttavia credo che -malgrado Hitler- considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia; e la Francia ancor più della Germania. L’Inghilterra era persino più su della Francia. Quanto all’America – la loro convinzione qui s’incrinava: laggiù, in fondo, si sparava agli indiani, si svaligiavano diligenze, si depredavano l’oro l’oro e le fanciulle. L’Europa era la loro terra promessa proibita, landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli”.

Abraham Yehoshua ne “Il signor Mani” (Einaudi, 2005) ci racconta come la Shoah abbia lavorato come un’ascia sulla memoria e l’identità. Un taglio dai margini incerti che ha costretto intere generazioni a riflettere sulla costruzione sia collettiva che individuale di questi due concetti. Concetti di carne, però, non già evanescenti parole. Un libro molto denso, molto complesso e molto ebraico, e quindi, anche molto universale:

Perciò sono corso da quel Mani, sapevo che molti dei nomi della lista si apprestavano a fuggire e a sparpagliarsi ovunque, e ho preso con me un altro soldato, per poter conservare la chiarezza di spirito, e ho fatto bene a correre perché dietro casa sua era ancora legato quel mulo. L’ho colto pallido, confuso, e gli ho detto: signor Mani, sono venuto a dirle che lei non ha nulla da temere, non ha alcun bisogno di fuggire, perché lei si è già completamente annullato, no? Adesso lei è soltanto un uomo, un puro e semplice homo sapiens, che vive a Crosso fra le rovine di una civiltà che perfino se avesse voluto non avrebbe potuto conoscere l’ebreo, perché a quei tempi l’Ebreo non aveva inventato ancora se stesso”.

Infine, terminiamo con Lizzie Doron e il suo “Perché non sei venuta prima della guerra?’’ (Giuntina, 2008). Helena, la madre della scrittrice, fu una reduce da Buchenwald rifugiatasi poi in Israele.

Un passato e una verità di cui Helena non parlò mai. Una frattura che, coloro che non avevano vissuto personalmente la tragedia della Shoah, potevano solo intuire scontrandosi con le apparenti pazzie e la bizzarria dei comportamenti inspiegabili di Helèna, una donna che non trovò mai le parole, se non queste:

“Al mondo ci sono persone buone, persone cattive e persone che sono state ad Auschwitz”.

 

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A proposito di nick

A proposito di nick

Nicole è una vertigine, un senso di appartenenza, un ritorno.
E’ facile perdersi per lei, non con lei, lei ti terrà sempre distante, sempre. Nicole è stata la mia seconda storia d’amore, la prima di dolore.

Se dovessi scrivere di tutti i miei amori non avrei molto da dire.
Sono stati quattro.
Forse tre.
Importanti?
Nessuno è sopravvissuto fino a qui.
Dolorosi? Tre o due su quattro.
Uno, l’unico, il terzo, numero perfetto, ha avuto il suo corso naturale, ora quella lei non più mia ma è mamma.
Nicole, dicevamo.

Mi capitò in quell’età quando il mondo è ancora piccolo e si ha la pretesa di poterlo tenere controllo facilmente.
Quando la politica infiamma gli animi, il calcio è un interesse serio e l’unica cosa che interessa il sesso.
Quando in fondo, in presenza di quel trittico, abbiamo sentito tutti la mancanza di Pasolini.
Mancanza, si, vero, Nicole è stata anche un’ insieme di mancanze.
Molte.

La conobbi per caso, in un passato che appare molto più remoto alla mia anima di quel che effettivamente è scorso.
Io leggevo Keroauc, scrivevo racconti e opere teatrali, ne ho scritte due, poi la mia gioventù si è ammalata e ha dimenticato il teatro ai suo albori. Frequentavo l’Università e avevo già speso l’anno più bello della mia vita in Erasmus; i problemi quelli veri erano cose lontane a venire.
Ero fortunato forse avevo pensato che in quel mondo io ero fortunato.

Ricordo che era il mio compleanno.
A Palazzo Ducale, giù a Genova, c’era una mostra su Kandinskij.
Io di arte non ne ho mai capita molto ma davvero.
Letteratura si, la summa di tutte le arti, qualcosa ci ho capito e spero di capirci ancora.
Arti figurative, non so, non erano il mio forte.
All’epoca, davo ripetizioni di Italiano a una ragazza polacca di Stettino in Erasmus,  stavolta toccava a loro, giù a Genova.

Leonarda si chiama e ora con quel nome poco polacco vive a Londra. Leonarda era diventata mia amica, forse a forza di non capirci in nessuna lingua.
Così il sei dicembre di quell’anno ci tenne a farmi un regalo.
Mi regalò un biglietto per la mostra di Kandinskij.
Della mostra ricordo poco, molto poco, se non che era due giorni prima del mio compleanno e che c’era tutta una serie di quadri…il biglietto forse ce l’ho ancora da qualche parte assieme a quello del concerto di Springsteen a Marassi e a qualche biglietto delle salite del Napoli al Luigi Ferraris.
Poi dicono che gli uomini non sono romantici.

Comunque in quel tiepido dicembre dell’anno che fu, Leonarda mi portò incontro alla mia ignoranza: gironzolando a vuoto, ammirato, a volte annoiato, incompreso ma mai indifferente, persi per le stanze dell’esposizione la mia accompagnatrice. Così mi fermai.

La prima cosa che ti insegnano negli scout se ti perdi in un bosco è? Abbracciare un albero.

Per evitare di girare in tondo penso, per stare fermi e per amare la natura, non so…io negli scout non sono mai andato e l’unica altra cosa che mi ricordo sugli scout è: gli scout sono dei bambini vestiti da cretini e i capi scout sono dei cretini vestiti da bambini, povero Baden Powell…

Mi ero perso nel museo…come manco ne “Il pendolo di Focault”…io mi ero perso davvero, anche se la sala non era tonda e sapevo benissimo dov’era l’uscita…mi ero perso comunque e non volevo abbracciare nessun quadro.
Di fronte a dei video che avevano a che fare con “Sciopero” di Eizenstejin, questo lo ricordo bene… anche se non ricordo perché quei video fossero lì…di fronte ai miei ricordi c’era lei.
Indossava gli stivali quando gli stivali non erano di moda.
Era indice di personalità, ora… forse in onore suo ci sono stivali dappertutto. Era lì con uno sguardo che non capivo…non capivo cosa potesse celare, non la capivo ma avrei voluto abbracciare lei tant’ero perso…poi distolse lo sguardo e lo rivolse a me…Scriverei pagine apocrife, non ufficiali, se provassi a scrivere quello che mi disse; non me lo ricordo!
Tant’è che cominciammo a parlare e a parlare e a parlare…per dieci minuti ma forse cinque estesi, parlammo.
Poi le mi disse che doveva andare, che aveva il treno e doveva arrivare a Brignole…sapevo solo il suo nome e le chiesi dove quel treno doveva andare, da dove fosse apparsa…e lei mi disse Verona.
Già sentito, pensai tra me e me, ahi ahi, questo non porta nulla di buono. Nicole, le chiesi…lei era Nicole…mi lasci il tuo numero, potremmo sentirci qualche volta…Non me lo diede il numero, non volle, non è destino disse come se il destino in bocca ai ventenni suonasse meno tragico grazie alla loro gioventù…ma se vuoi ti dico come puoi trovarmi…
A me?che ero perso come il più cretino degli scout in un museo, che non sapevo cosa abbracciare…si voleva far trovare da me? Cominciamo bene che finiamo subito era il mio pensiero lampo. Mi scrisse su un foglio Sally 78 e mi diede un indirizzo internet. Nulla di meno che il mondo mi diede e se ne andò, dentro i suoi stivali in un sorriso estivo dietro uno sguardo autunnale quando il mondo è ancora in inverno.

Ah, mi ero dimenticato di Leonarda, di raccontarvi di lei…lei era a prendersi un cappuccino, la mostra l’aveva vista in formato lampo e si era ricordata dei cattivi rapporti tra polacchi e russi…così abbandonò in fretta e pensò che io volessi approfondire l’arte russa senza essere disturbato.

Fu lei ad accompagnarmi comunque a Principe, fu lei la prima a farmi gli auguri per i miei 25 anni ( due giorni d’anticipo portano un sacco di male) e fu a lei che chiesi: ma le opere d’arte si possono abbracciare? Rise, non capì la domanda, o la capì nel senso sbagliato perché disse…Ma sei scemo? Vuoi abbracciare un quadro? See un quadro…

Il mio rapporto con Internet non era molto sviluppato, praticamente non sapevo quasi nulla come adesso…
Chiesi al mio compagno di giochi dell’epoca, l’ultimo mio compagno di giochi…chiesi due o tre cose…e lui mi spiegò che era una chat e che quello era un nick…Feci domande stupidissime che non ricordo ma ricordo lo stupidissimo stupore del suo sguardo nel rispondermi..Di fatto poi, boh…il sei dicembre nulla…Il sette dicembre invece mi collegai…
Tastiera bollente e monitor in cerca di segnali…digitai l’indirizzo e mi dovetti scegliere un nickname…un soprannome…a me? Non ne avevamo mai dati, proprio per nulla…o almeno non c’era niente nella mia memoria…
In testa avevo una canzone di un cantautore emergente…Beck…Loser e così scelsi quel nick…

Nessuno mi ha mai chiesto il perché…e quest’estate al festival di Genova, c’era Beck ma non me la sono sentita di andare perché I’m a loser baby!
Il sette dicembre apparve lei…in una schermata grigia animata da qualche faccina idiota, finalmente apparve lei. Ciao…cosa potevo scrivere se non un originalissimo ciao? Non rispondeva….forse non mi aveva visto, forse non parlava con gli sconosciuti? In una chat? Buffo quanti pensieri idioti possano affollare la mente umana in 4 secondi.

Poi finalmente rispose.
Ciao, lei sì che era originale. Originale originale per dirla tutta.
Sono Fabio, scrissi, quello di Genova, ricordi…
Si. Ricordo. Aspetta che sono appena arrivata a casa e mi levo gli stivali. Già lei portava gli stivali e a me piaceva. Mi disse che era appena tornata all’Università. Scemo, non sapevo nemmeno chi fosse, non sapevo nulla e rischiavo di fare una figura da scemo a ogni secondo. Parlammo, stavolta molto di più come tempo e molto di meno come contenuti, non c’era il mondo a farci distanza, c’era uno schermo che era lo stesso per tutti e due e c’era forse la stessa voglia di conoscersi per entrambi. Mi disse che studiava russo, così almeno capii perché era andata a vedere Kandinskij. Mi disse che le mancava poco in termini di esami e che ne stava preparando qualcuno. Io non dissi nulla, all’Università ero credente non praticante. In prima persona avevo visto gente prendere dei voti immeritati, a me stesso era capitato…non potevo credere nel sistema universitario, non nella stessa maniera in cui ci credeva lei dalle buone maniere e dai modi gentili. Mi sembrava di capirci qualcosa in più. Mi disse l’età…lo so, gliela chiesi anche se ad una signora non va mai chiesta l’età e se peccai all’epoca non ripecco adesso e vi rimando di picche sulla sua età…che poi è un segreto di Pulcinella se ricordate il nick.

Mi disse che scelse Sally prendendolo, a proposito di nick, da una canzone di Vasco Rossi. Non so quale, io non ascolto Vasco Rossi, a essere sincero non lo sopporto. E mi disse anche che i suoi amici la chiamavano Alba Chiara per il suo modo di essere. Ero combattuto…la pensavo diversa, sì diversa, anche se non la conoscevo, l’avevo messa su un piedistallo, la sua prima rovinosa caduta arrivò ai miei occhi con Vasco Rossi…Se si hanno due neuroni nel cervello non ci si può ispirare a Vasco Rossi pensavo tra me…poi ricordai da dove avevo tirato il mio, fuori di nick, e cicatrizzai il mio senso di rabbia…

Sono solo etichette…scrissi sullo schermo.
Già, hai ragione …era il suo seguito. Un filo era stato tracciato senza galateo e senza etichetta. Ci rivedemmo come nick, altre volte, forse due o tre…ma ricordo che era un lunedì quando finalmente mi diede il numero…di cellulare…che io non avevo…nel senso io non avevo un cellulare, non lo avevo mai avuto…e non lo avevo mai desiderato fino a quel momento…lo segnai in attesa di non so che cosa…
In attesa come sempre, si è sempre in attesa che vi piaccia o meno, in attesa come nell’Hildebrando Aristolakis, in attesa come un’ artista che semina indizi sulle regole dell’universo nelle sue opere come tracce rosse.
Avvenne come tutte le volte che si ha una tentazione, avvenne che questa tentazione colpisca in fondo ancora prima di lacerarci l’anima è così avvenne anche per me con quel numero di telefono e forse avviene per voi con questo testo scritto.
Così al telefono avvenne il primo peccato non originale di questo racconto, lo scambio di idee, di suoni e il ritrovare una voce scolpita nella memoria e ritrovarla conosciuta ma sempre nuova.
Così come nuovo può apparire un semplice ciao e assumere un significato nuovo come un trattato sui manichini. Chiamò lei per prima, perché così volle lei. E risposi io per primo perché così era la reazione della fisica alle regole delle donne.

Ciao.

Ciao.

E’ così che ti immaginavi il suono della mia voce. Non è così ma è così. Al telefono intendo

Si perché ricordo la tua voce.

In quel frangente che frange i flutti della mente umana ti viene voglia di pensare che non sei così scemo, che la tua mente esiste è che deve essersi nascosto da qualche parte, molto lontana per non volere venire fuori…nulla da fare, uomo idiota sei e uomo idiota appari

Che fai stasera?

Penso che dopo andrò a dormire…sono già le undici…di lunedì poi non c’è molto da fare

Il lunedì dei giovani senza prospettive cade uguale al lunedì dei giovani in prospettiva di tragicommedia, ma uguale uguale…

Vai a dormire?

Si, io guardo ancora un po’ di TV e poi mi sa che ti raggiungo

Nella notte non si raggiunge mai nessuno, si è sempre soli di fronte ai propri demoni.

Mi accorgevo che erano due ritmi scanditi da diverse prospettive.

Man mano che la cosa andava avanti e non si trattava dell’eterna misura giorno dopo giorno ma una nuova e ansiosa mezz’ora dopo mezz’ora, il quadro si faceva sempre più incomprensibile o complesso, o almeno con la classica chiave di lettura, perché se uno sa cosa Picasso intendeva dire arriva ad esclamare è un genio mentre se uno come me non ha la minima idea di cosa volesse dire Picasso beh questo fa schifo è l’esclamazione conseguente.

E l’amore è un po’ il Picasso dei sentimenti, il mio in perenne periodo blu aggiungerei io che di arte poco prima ho detto di non capirne nulla

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Narrativa del terremoto/1

Per questa estate, qui su Fabioizzo.wordpress vi terrà compagnia la narrativa del terremoto. Tema centrale di questo special estivo sarà proprio il terremoto, quello dell’Irpinia, raccontato alla mia maniera dalle pagine dei miei “Eco a Perdere”, “Balla Juary” e in maniera inedita…si comincia:

Nelle versioni ufficiali, quelle raccontate dalle petulanti voci dei media e quelle stampate, tanto frettolosamente quanto ufficialmente in nero su bianco dei libri di storia, è permesso usare e menzionare il termine Sisma.
Contrariamente a quel che avviene all’interno della mia famiglia.
Per intenderci, da noi, tra le mura agitate della nostra casa, sisma non vuol proprio dire un emerito cazzo.

Pensate alla seguente equazione:
“Sisma uguale media terremoto uguale memoria”.

Dovete sapere che il sisma non esiste proprio.

C’è invece da sempre o da tempo immemore IL Terremoto.

Se volete farvi intendere, qui da noi,  dovete usare la parola:
Ter-re-mo-to!

Allora sì che avrete raccolto e destato la nostra attenzione.

Così come nella lingua napoletana “La stagione” è una sola ed è l’estate, ecco che il Terremoto divenne la nostra lingua e tutto quello che accadde dopo (nella nostra storia) un filamento di Dna nel nostro tessuto familiare.

A volte non c’è nemmeno bisogno di usare il sostantivo, basta solamente usare un aggettivo; appunto…quello.

Quello degli anni 80, quello dell’Irpinia che ha scavato nelle vene e sulle facce di nonni e zie i segni inequivocabili di un destino di sopravvivenza.

Quello che prima era e quello che dopo, tutto non sarebbe più contato allo stesso modo.

Fu come se il 23 novembre 1980 smise di essere un giorno del calendario, di essere una data per abbandonare la dimensione temporale e per andare a trasferirsi disastrosamente in quella spaziale, diventando un crocevia tridimensionale di sconfitte .

Tra quei 2.914 morti, fortunatamente e casualmente, non ci fu nessuno compreso nella cerchia dei miei familiari e forse anche per questo motivo fu così che il terremoto divenne una serie di racconti, un patrimonio generazionale tramandato di bocca in bocca e che forse, solamente ora trova, il suo spazio nel mondo della scrittura.

Mentre la terra tremava e il mondo si capovolgeva le persone erano assorte nelle loro esistenze.

La memoria di quel mondo è nata e si è sviluppata poi nel post terremoto.

Faccio fatica, anzi non ricordo assolutamente nulla di com’era o di cosa c’era precisamente in quel mondo prima del Grande Disastro.

Tutto quello che ho potuto ricostruire è come Quell’evento influenzò la società, il suo modo di vivere e la lingua  parlata di quella piccola e rivoltata comunità contadina.

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Eco a perdere, diventa una foto d’arte

eco a perdere

Chou et Pomme dedica questa copertina alternativa, frutto della sua  fantastica visione artistica, al mio primo libro: quell’ “Eco a Perdere”  che vide la luce nel lontano 2006 per le Edizioni Il Foglio e che alcuni di voi hanno tanto amato.

Chou et Pomme e le sue foto le trovate qui su flickr

Mentre questo è il link al suo bellissimo blog “Ricreazione”:

matisse.splinder.com

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