Klaus è il suo nome

Capitolo 1: Klaus è il suo nome

 

Fa caldo, la birra è calda e non c’è ombra per chilometri.

Questo è il suo unico pensiero mentre si asciuga la fronte grondante con le mani.

Mani solide, tozze. Mani nate per questo mestiere. Muratore.
Costruire un muro richiede tempo. Lui lo fa tutta la sua vita. Klaus è il suo nome. Vita da terra di confine. La Polonia di là. La Germania qui e l’altra Germania di là. Di là, oltre, c’è poi il resto del mondo, quello sconosciuto. Vive all’interno di un mondo piccolo e non sa cosa c’è al di fuori, si sente sì forte come Ercole ma non ha nessuna intenzione di passare al di là delle colonne. A lui non interessa la politica. Vuole costruire. Costruire è vita. Mattone dopo mattone. Muro dopo muro.

Quattro mura fanno una casa. Una logica elementare che aveva imparato in fretta. La politica, invece no. La politica da queste parti è anche morte. Conseguenza di vita che aveva imparato ancora più in fretta. Guardò la birra. Calda. Anzi, caldissima che sembrava piscio. Eppure ne sentì il richiamo. Un goccio non farà male e poi qui è tutta campagna tedesco orientale, se serve del concime farà il suo dovere in cinque meritati minuti di pausa. Mandò giù una golata. Sudò freddo poi posò la bottiglia nell’unico mezzo metro quadrato di ombra esistente, creato da lui, dal suo lavoro non ancora portato a termine ma rispettante della tabella di marcia. Klaus era un tipo preciso, poco fantasioso, ma curante dei dettagli, quasi maniacale. Per questo i suoi lavori erano apprezzati. Solidi manufatti di edilizia socialista, senza fronzoli ma capaci di resistere nel tempo, come l’ideologia di partita. Stava lavorando su un muro di cinta esterno che avrebbe protetto la casa dei signor Reilly. Protetto per modo di dire perché qui tutto era già al sicuro. Nessuno voleva entrare e nessuno voleva uscire.

– Klaus!
Gli sembrò di udire che qualcuno da lontano stesse urlando il suo nome.

– Klaus!

No, c’era davvero qualcuno che stava urlando il suo nome. Si guardò in giro e vide Franz venirgli incontro in bicicletta.

– Posa lì Klaus!
– Che succede? Astrid?

Non poteva che essere Astrid il motivo che aveva spinto Franz a lasciare il lavoro per venirlo a cercare. Astrid era il nome di sua moglie, incinta.

– Sta bene?

– Sì, tutto bene ma vieni via. Andiamo, che è ora!

– Ora?

Nonostante la sorpresa, conosceva già la risposta: suo figlio stava arrivando, stava per venire al mondo con una settimana d’anticipo. I dottori dell’ospedale avevano calcolato male, no, avevano calcolato troppo. Sì, i dottori dell’ospedale dell’Oder Spree erano stati generosi nei suoi confronti e gli avevano voluto dare più tempo. Era la natura ad aver accelerato. Suo figlio sentiva il richiamo della natura e voleva venire al mondo prima. Aveva fretta di vivere e questa si chiama gioia. Il nuovo arrivato porterà tanta gioia alla sua famiglia e al mondo. Questi erano stati i suoi ultimi pensieri prima di rivolgersi nuovamente a Franz:

– Andiamo.

Poi posa gli attrezzi attentamente in modo che non si rovinino e li lascia lì all’aperto, sicuro che domani saranno ancora lì, questo è un paese sicuro, nessuno vuole più di quel che ha. Inforca quindi la bicicletta.
– Fai strada andiamo
Dopo due pedalate si ferma
– Aspetta.
– Che succede?
– La birra!
– Di quella non ce n’è mai abbastanza.

Prese la bottiglia e la scolò tutto.

C’era da festeggiare.

– Ora possiamo andare.

Pedalarono per 10 minuti sotto il sole di agosto che taglia e affligge il vigore tedesco. Ansimanti e sudati arrivarono al cortiletto della casa. Scese dalla bicicletta di corsa. Non si preoccupò nemmeno di appoggiare il veicolo al muro, tanto che lo . lanciò nell’aria, facendolo cadere rovinosamente a terra. L’impatto del metallo pesante con la terra fu il primo suono, diverso dal rumore della cigolante catena della bicicletta, sentito in quella parte di mondo da dieci minuti a questa parte. Il telaio si ammaccò.
L’insieme delle azione di questo preciso momento fu come un gong mistico e universale. Il destino aveva suonato. Ora e qui. Klaus sembrò risvegliarsi dal torpore della birra e irruppe nuovamente sulla scena:

– Astrid! Astrid!

Nulla in casa c’era solo silenzio.

Nell’androne d’ingresso non c’era nessuno.

Non aveva nemmeno tempo o pensieri per togliersi e pulirsi le scarpe.

Entrò di corsa portando terra tedesco orientale proveniente dall’esterno in casa sua.

Si affrettò a salire le scale. Fece gli scalini due a due per fare prima, con slanci di gioventù che pensava di non aver più.

– UE

Un pianto di un bambino creò un altro mondo.

– Ue UE

Un mondo che si era già raddoppiato. Si affacciò alla porta e vide la moglie a letto. L’ostetrica stava tenendo qualcosa in mano. La moglie si accorge del suo arrivo e subito dopo sorride.

– Femmina- dice l’ostetrica.

– Femmina- ripete lui.

Il mondo avrà di che gioire

– Della vergine.

– Un ottimo segno.

– C’è bisogno di ottimi segni nella nostra nazione.

– Guarda che bella-

– Sì

– Che musino dolce

– Sembra un topolino.

– Già

– Come la chiamerete?

Astrid dorme, sfinita. Questa è una decisione che ora spetta solo a lui. Non ci ha voluto pensare per mesi, convinto che dare un nome a qualcuno che non c’è porti sfortuna ma ora lo sa. Ora sa il nome che ha sempre voluto dargli.

-Marienetta.
Marienetta come il nome del suo primo amore.

– Marienetta è un ottimo nome

C’è bisogno di ottimi nomi, fa eco il suo pensiero nella mente.

– Marienetta che sembra un topolino.

Marienetta Michi Jirkowsky

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