Varsavia è una città grigia

Varsavia è una città grigia, o almeno considerata tale, che grazie alla mia presenza sprofonda nelle tenebre dove ci sono oggetti semplici che raccontano le storie complicate di un uomo.
Prendete me ad esempio.
Non avevo mai indossato un paio di guanti prima di venire Qui.
Il giorno che li comprai ci saranno stati sì e no dieci gradi sotto lo zero.
Mai provato qualcosa del genere in vita mia.
La mia faccia era come colpita da migliaia di spilli invisibili.
Il mio viso era scolpito dal freddo in qualche incredibile smorfia.
Sì che al mio arrivo la città mi riservò un clima clemente.
Le giornate erano belle, il sole accettabile e l’atmosfera della Città Vecchia era ancora allegra, invasa com’era da turisti e indigeni decisi a sfruttare fino all’ultimo raggio di sole utile per le loro birre.
Prospettiva.
Imparai che in fondo è tutto una questione di prospettiva.
Quello che è poco vale tanto, proprio come il sole di Varsavia, e allora decisi che anche la mia pelle nera, qui una rarità, sarebbe valsa qualcosa.
Secondo la tradizione esiste solo un incantesimo, il più terribile di tutti, in grado di annebbiare il pensiero e di farti pensare di non esistere senza un certo qualcosa.
Quel qualcosa cambia a seconda delle persone, questioni di prospettiva, per qualcuno è l’amore, per altri è la magrezza, per Justina è il sesso, per molti è il denaro, ma tutti siamo vittime del desiderio.
Se non sbaglio fu John Wayne che in un suo film pronunciò una battuta mitica del tipo: se il mondo fosse fatto d’oro gli uomini si ammazzerebbero per un pugno di fango.
È così, e quell’incantesimo funziona semplicemente perché l’uomo è incompleto, anzi no, ho sbagliato, è proprio il suo essere completo che lo annoia perché se uno ci pensa l’uomo che cazzo se ne fa dell’oro? Lo infila nei braccialetti, si fa collanine o lo rinchiude in casseforti protette con a guardia un esercito.
L’oro vale tanto perché è prezioso.
E invece no, a dirla tutta se ci pensate, non vale un cazzo ma è proprio questa sua inutilità che gli da importanza.
Avete tutto, il grano, il pane, la carne, i cereali, le verdure, anche i cetrioli nel kebab, il potere della luce e del calore tolti agli dei e il controllo sugli animali, dalle loro pellicce alle borse di coccodrillo.
Possiamo volare e correre da un posto all’altro, comprare la salute e anche il piacere dei vizi ma cosa ci manca?
Nulla.
Ecco lo vedi, sono potente e ho tutto.
Guardami, guardami mentre posso mettere un esercito a guardia di quella roba che usiamo solo nei braccialetti.

Ero stato un giornalista.
Nero.
Stato.
Giornalista.
Sprecavo parole come fiumi per riempire oceani di nulla e qui, in questa nuova prospettiva, imparai che le parole da usare erano preziose.
Imparavo Qui una nuova lingua, che scivolava via, dolce sul palato, con quelle sue coppie di consonanti che assieme si ammorbidivano gelate nell’aria.
Questo lo ritrovai anche nelle pagine di Trans-Atlantico di Gombrowicz che, stranamente, si chiamava Witold anche lui, doppio umano, uno come il mio amico immaginario e due come il tipo che nella realtà se ne sta perennemente seduto sulla poltrona davanti alla TV.
Leggilo, dicevano, e capirai lo spirito di questa nazione.
Cercai di capire leggendo per comprendere e reinterpretare, ma ne era passata di acqua sotto i ponti dai tempi di Gombrowicz e questa nazione era del tutto nuova, infantile, viziata, troppo incomprensibile per me, forse per chiunque.

In tutto quel freddo decisi di non sprecare più parole e diventai poeta.
Le mie mani avevano freddo e così decisi di non sprecai tempo e mi comprai dei guanti.
Puntando giusto all’essenziale per coprire le mani.
Sfilo i guanti e mentre la mia pelle recita il suo ruolo di avorio nel duetto di Paul Mc Cartney Ebony and Ivory mi chiedo davvero come sia essere di avorio.
Come ci sente a guardare le proprie mani di un altro colore?

Forse il mondo sottovaluta inezie come queste, non sta a pensare a come potrebbe essere il mondo avendo le mani di un altro colore, preferisce concentrarsi su questioni molto più importanti come il nuovo taglio di capelli di Britney Spears.

Poi uscì un articolo di giornale su di me, in cui si parlava di me.
Non so bene cosa ci fosse scritto, potevo solo immaginare qualcosa e comprendere qualche parola sparsa, ma c’era la mia foto e il mio nome accompagnato da suffissi che mai avrei potuto immaginare in vita mia.
La storia la conoscevo, ma non potevo sfogliare il giornale.
I guanti me lo impedivano, li tolsi, tornando a mostrare, per l’ennesima prima volta, la mia nudità a questo mondo, Qui come quella notte a Douale di tanti anni fa…
Pagina 21.
Un misto tra gossip e cultura.
Questo ero per loro.
Nulla più e nulla meno.
Cercavo la parola czarny nelle sue possibili declinazioni nell’articolo, ma il giornalista con un passato ad Hull non l’aveva usata, o almeno così mi sembrava.
Potevo credere ancora in qualcosa e in qualcuno.
Non in molto, ma era un inizio.
Un inizio che continuava poi nella mia mail dove trovai la risposta inglese. Mi stavano offrendo 200 sterline per rispondere a qualche domanda.
200 sterline per una mia versione dei fatti.
Affare fatto.

Il razzismo è sempre un’arma a doppio taglio sia per chi lo usa che per chi lo sfrutta.
In principio volevo essere invisibile, cercare di non dover avere a che fare con niente e con nessuno anche se poi, prima di cominciare a capirci qualcosa, mi trovai costretto a osare perché la fame è la più terribile delle bestie.
Ero costretto a cercare lavoro.
Certo era uscito un articolo su di me e le cose potevano pure cambiare con duecento sterline quasi in tasca.
Qui giravo il sabato sera per le strade della città che non conoscevo.
Scoprivo vicoli aperti come volti chiusi e visi diffidenti chiusi come strade poco illuminate.
Questa era la mia Europa.
Questo era il paese che aveva accolto e ospitato Nazim Hakmet,
Witold, lo sapevi? – pensavo mentre mi ritrovavo a mangiare il kebab da solo come ogni sera, ma avevo imparato far togliere i cetrioli dicendo bez ogorek o qualcosa del genere.
Per racimolare due soldi insegnavo inglese, o almeno ci provavo.
Davo lezioni di lingua inglese a gente disposta a imparare un’altra lingua solo per finire con il chiuderla all’istante nei miei confronti.

La notte è una parte fondamentale della città.
Molti pensano che le parti della città siano solo i quartieri, invece si sbagliano.
I quartieri di giorno sono fatti in un modo, mentre di notte si modificano.
È come se la città avesse due personalità che del proprio unico corpo fanno un uso così diverso da renderlo multiforme.
I professionisti vanno nei quartieri delle puttane e gli operai sversano la loro rabbia alcolica un po’ ovunque, ma soprattutto in quei luoghi chic da cui sotto il sole sono esclusi.
Avete mai provato a pisciare di giorno di fronte all’entrata del palazzo di un ricco signore?
O a vomitare sul tappeto rosso di un albergo?
No perché non è possibile.
Di giorno.

Le mie serate erano sempre e solo illuminate dalle luci smorte di un locale.
Di solito mi diverto a osservare gli altri.
Ad esempio in quel tavolo sono in coppia e si capisce subito la situazione: uno dei due è stato mollato e accanto a sé ha l’unica persona degna di ascoltarlo.
Squilla il telefono del ragazzo lì per consolare l’amico, non suona a lungo perciò deve essere un sms, la vibrazione smuove l’aria morta intorno a loro.
La mia aria invece mi resta morta addosso.
Il messaggio chissà da chi gli arriva, secondo me da una ragazza anche lei mollata. Deve essere l’autunno degli addii.
Sembra che per loro due il mondo sia fermo, inutile, conta solo il testo del messaggio e non c’è davvero bisogno di capire la lingua del luogo per immaginare la situazione: l’amico lì per consolare spiega che chi gli ha scritto il messaggio gli chiede dove sono e se può raggiungerli.
Il ragazzo mollato, un biondone tutto d’un pezzo, ha la tipica espressione del “Fai tu, io tra poco vado a dormire perché sono stanco”.
Non gliene importa nulla, cosa gliene può importare?
Il suo mondo è finito.
Non ha più magia.
L’amico risponde al messaggio e poi entrambi ordinano qualcosa.
Dopo un dieci minuti scarsi arriva la persona del sms, non è da sola visto che arrivano in tre. La donna non è mai sola.
Ho sempre pensato che quando si è mollati non si voglia tanta gente intorno.
Ma non tutti sono come me.
Anzi nessuno è come me, da solo in questo locale.
Ascolto le loro parole fendere l’aria, da quel poco che posso capire è il solito racconto, la storia che è un po’ anche la storia di tutti.
Sono usciti insieme un mese e lei ora è Qui, si lamenta, ma ride e scherza.
Io ho problemi con la lettera maiuscola di qualsiasi alfabeto, io ho l’inferno dentro.
Vorrei essere altrove.
A casa.
Già ma quale casa, il mio sottotetto Qui o la casa paterna a Douala?
Vorrei essere altrove, sotto un sasso, dietro alla lavagna.
In un posto dove non mi si veda facilmente.
Si alza la coppia e se ne va.
E io?
Io continuo ad avere dentro l’inferno.
Vorrei gridare.
Ci sono anch’io!
Esito quindi esisto, ma non mi vede nessuno, come sempre.
Invisibile.

Queste erano le mie serate-tipo da tre mesi a questa parte, poi una serra accadde.
In uno di quei locali che stanno sulla via del Nuovo Mondo.
Qui a Varsavia, stavo imparando, le strade si incrociano in una toponomastica dedicata a Croci Sante e a Mondi Nuovi e io mi aggiravo, a piedi e senza meta, con un unico scopo chiamato sopravvivenza.
In attesa del riconoscimento ufficiale mi ero rifugiato una sera in un locale chiamato La Tana, o qualcosa del genere, ma propendo per la tana perché quello sembrava, un rifugio per animali .
In quell’antro buio e umido mangiavo patatine fritte fredde e bevevo birra calda nella lacerante solitudine della mia povertà che non trovava nessun conforto nei dialoghi serafici di Witold, ma un poeta non può che morire povero, ed è giusto così, pensavo.
Non mi parlava nessuno.
Barista a parte.
Ma il suo era lavoro.
Poi si avvicinò lei.
Disse qualcosa nella sua lingua che ancora non padroneggiavo, non tanto almeno da poterle rispondere. Non ci pensò molto per passare, come una macchinetta a parlare automaticamente in inglese.
– Ciao, ti confondi nell’ombra?
Avevo capito, si riferiva alla mia pelle.
– Io ci vivo nell’ombra.
– Sei un poeta?
– Già, come hai fatto a scoprirlo?
– A pelle…
Seguì un attimo di silenzio.
La pelle, o meglio, il suo colore per molti è un problema, non per me che vivo nell’ombra.
– E tu che fai?
– Io studio.
– Cosa?
– Il modo per fuggire via di qua.
– Davvero?
– Sì, che ci fa uno come te in un paese come questo?
– Per uno come me intendi uno nero come me?
– No.
– Tranquilla. Sto aspettando il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
Questo lo dissi in polacco visto che ormai è una frase che conoscevo a memoria.
Il tempo è l’unica cura contro la burocrazia.
– Ah, un altro Hikmet.
Rimasi sorpreso, perché era la prima volta che qui qualcuno conosceva Hikmet, o che qui lo ricordava perlomeno.
– A cosa stai pensando? – le chiedo cambiando posizione.
– Sto pensando a cosa direbbe mio padre se ti portassi a casa.
– Mi sembra prematuro un pensiero del genere, ma sono curioso di sapere che direbbe tuo padre.
– Che voi poeti siete i parassiti della Polonia moderna.
– Anche lui non ci va piano con le parole.
– E tu con che lingua ci sai fare?
– Provami, per stasera posso offrirti io una via di fuga da qui.
– Ah sì, e dove?
– Se vuoi vieni da me.
Si guardò intorno come per vedere se qualcuno la stesse osservando o spiando.
In quest’angolo di locale scuro dove mi ero seduto per non essere osservato mi sentivo come in un romanzo di narrativa americana, io che odio la narrativa americana perché la trovo vuota.
L’unico grande scrittore americano vivente, Paul Auster, un americano le cui origini sono ebreo polacche, si è formato a Parigi non a caso.
Vuoto, questo era diventata la mia vita.
Una finzione vuota destinata a divertire gli altri.
– Andiamo – e si alzò in fretta, veloce, più veloce degli sguardi del locale.
Mentre mi alzavo e mi avvicinavo alla cassa lei era già fuori.
Pagai e salutai il barista, l’unica altra persona che oltre a quella ragazza mi avesse mai rivolto la parola.
Ero pronto a passare la nottata in solitudine, come sempre.
Aperta la porta ero pronto a non trovarla.
E invece era lì.
Qui c’era lei, nel freddo ad aspettarmi.
– Abiti lontano?
– No, a due passi, vengo qui perché non ho la macchina.
Mi stavo mettendo i guanti.
Per proteggermi dal freddo, per innalzare una protezione contro questo mondo.
– Hai freddo?
– Abbastanza – dissi – mentre la mano fredda già inguantata stava aiutando la mano sinistra a coprirsi.
– Come si dice guanto in polacco?
– Rękawiczki – disse fermandosi, e dopo un attimo ripeté quei suoni – Rękawiczki. O volevi sapere come chiamiamo un altro tipo di guanto…
Il suono dolce della sua voce si fermò all’improvviso per lasciare spazio a un sorriso malizioso.

Rimasi in silenzio, non perché intimidito ma perché quel attimo sorridente mi aveva scavalcato, il freddo era sparito e qui non era poi un brutto posto, ma quella condizione armonica era destinata a frantumarsi troppo in fretta.

– Ce li hai quegli altri guanti?
Le parole, come i migliori poeti sanno, sono state inventate per rovinare le vite degli uomini.
– Come ti chiami?
– Justina.
Continuavamo a camminare.
Justina attendeva una mia risposta.
Io non ho mai avuto risposte da dare.
Per esperienza, personale e professionale, da uomo e da giornalista tutt’altro che eccelso, sapevo che in questo casi la soluzione migliore è sempre e solo quella di mostrarsi offeso.
Offeso da tutto.
Offeso nella vita.
Così mi fermai.
Justina aveva continuato a camminare in silenzio, mi affrettai per raggiungerla e una volta arrivato alla giusta distanza misi la mia mano destra sulla sua spalla sinistra, fermandola.
– Dimmi la verità, vuoi che usi il preservativo perché sono nero?
– Ma no è che…
Anche se non era il motivo vero, Qui, questo argomento era più imbarazzante per lei che per me, sapevo quindi di avere il coltello dalla parte del manico.
– Nero, Negro, czarny – incalzai.
Sapevo di poter arrivare a darle il manico.
– Ma no è per… proteggermi.
La sua reazione era debole, ormai era mia:
– Pensi dunque che ci si debba proteggere dai neri?
– No, non dai neri, ma dalle malattie.
– Le malattie, già le malattie dei neri! Quello che mi hai chiesto è quanto di più razzista al mondo mi si sia capitato di sentire finora qui e credimi che ne ho sentiti di epiteti razzisti.

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