A proposito di nick

A proposito di nick

Nicole è una vertigine, un senso di appartenenza, un ritorno.
E’ facile perdersi per lei, non con lei, lei ti terrà sempre distante, sempre. Nicole è stata la mia seconda storia d’amore, la prima di dolore.

Se dovessi scrivere di tutti i miei amori non avrei molto da dire.
Sono stati quattro.
Forse tre.
Importanti?
Nessuno è sopravvissuto fino a qui.
Dolorosi? Tre o due su quattro.
Uno, l’unico, il terzo, numero perfetto, ha avuto il suo corso naturale, ora quella lei non più mia ma è mamma.
Nicole, dicevamo.

Mi capitò in quell’età quando il mondo è ancora piccolo e si ha la pretesa di poterlo tenere controllo facilmente.
Quando la politica infiamma gli animi, il calcio è un interesse serio e l’unica cosa che interessa il sesso.
Quando in fondo, in presenza di quel trittico, abbiamo sentito tutti la mancanza di Pasolini.
Mancanza, si, vero, Nicole è stata anche un’ insieme di mancanze.
Molte.

La conobbi per caso, in un passato che appare molto più remoto alla mia anima di quel che effettivamente è scorso.
Io leggevo Keroauc, scrivevo racconti e opere teatrali, ne ho scritte due, poi la mia gioventù si è ammalata e ha dimenticato il teatro ai suo albori. Frequentavo l’Università e avevo già speso l’anno più bello della mia vita in Erasmus; i problemi quelli veri erano cose lontane a venire.
Ero fortunato forse avevo pensato che in quel mondo io ero fortunato.

Ricordo che era il mio compleanno.
A Palazzo Ducale, giù a Genova, c’era una mostra su Kandinskij.
Io di arte non ne ho mai capita molto ma davvero.
Letteratura si, la summa di tutte le arti, qualcosa ci ho capito e spero di capirci ancora.
Arti figurative, non so, non erano il mio forte.
All’epoca, davo ripetizioni di Italiano a una ragazza polacca di Stettino in Erasmus,  stavolta toccava a loro, giù a Genova.

Leonarda si chiama e ora con quel nome poco polacco vive a Londra. Leonarda era diventata mia amica, forse a forza di non capirci in nessuna lingua.
Così il sei dicembre di quell’anno ci tenne a farmi un regalo.
Mi regalò un biglietto per la mostra di Kandinskij.
Della mostra ricordo poco, molto poco, se non che era due giorni prima del mio compleanno e che c’era tutta una serie di quadri…il biglietto forse ce l’ho ancora da qualche parte assieme a quello del concerto di Springsteen a Marassi e a qualche biglietto delle salite del Napoli al Luigi Ferraris.
Poi dicono che gli uomini non sono romantici.

Comunque in quel tiepido dicembre dell’anno che fu, Leonarda mi portò incontro alla mia ignoranza: gironzolando a vuoto, ammirato, a volte annoiato, incompreso ma mai indifferente, persi per le stanze dell’esposizione la mia accompagnatrice. Così mi fermai.

La prima cosa che ti insegnano negli scout se ti perdi in un bosco è? Abbracciare un albero.

Per evitare di girare in tondo penso, per stare fermi e per amare la natura, non so…io negli scout non sono mai andato e l’unica altra cosa che mi ricordo sugli scout è: gli scout sono dei bambini vestiti da cretini e i capi scout sono dei cretini vestiti da bambini, povero Baden Powell…

Mi ero perso nel museo…come manco ne “Il pendolo di Focault”…io mi ero perso davvero, anche se la sala non era tonda e sapevo benissimo dov’era l’uscita…mi ero perso comunque e non volevo abbracciare nessun quadro.
Di fronte a dei video che avevano a che fare con “Sciopero” di Eizenstejin, questo lo ricordo bene… anche se non ricordo perché quei video fossero lì…di fronte ai miei ricordi c’era lei.
Indossava gli stivali quando gli stivali non erano di moda.
Era indice di personalità, ora… forse in onore suo ci sono stivali dappertutto. Era lì con uno sguardo che non capivo…non capivo cosa potesse celare, non la capivo ma avrei voluto abbracciare lei tant’ero perso…poi distolse lo sguardo e lo rivolse a me…Scriverei pagine apocrife, non ufficiali, se provassi a scrivere quello che mi disse; non me lo ricordo!
Tant’è che cominciammo a parlare e a parlare e a parlare…per dieci minuti ma forse cinque estesi, parlammo.
Poi le mi disse che doveva andare, che aveva il treno e doveva arrivare a Brignole…sapevo solo il suo nome e le chiesi dove quel treno doveva andare, da dove fosse apparsa…e lei mi disse Verona.
Già sentito, pensai tra me e me, ahi ahi, questo non porta nulla di buono. Nicole, le chiesi…lei era Nicole…mi lasci il tuo numero, potremmo sentirci qualche volta…Non me lo diede il numero, non volle, non è destino disse come se il destino in bocca ai ventenni suonasse meno tragico grazie alla loro gioventù…ma se vuoi ti dico come puoi trovarmi…
A me?che ero perso come il più cretino degli scout in un museo, che non sapevo cosa abbracciare…si voleva far trovare da me? Cominciamo bene che finiamo subito era il mio pensiero lampo. Mi scrisse su un foglio Sally 78 e mi diede un indirizzo internet. Nulla di meno che il mondo mi diede e se ne andò, dentro i suoi stivali in un sorriso estivo dietro uno sguardo autunnale quando il mondo è ancora in inverno.

Ah, mi ero dimenticato di Leonarda, di raccontarvi di lei…lei era a prendersi un cappuccino, la mostra l’aveva vista in formato lampo e si era ricordata dei cattivi rapporti tra polacchi e russi…così abbandonò in fretta e pensò che io volessi approfondire l’arte russa senza essere disturbato.

Fu lei ad accompagnarmi comunque a Principe, fu lei la prima a farmi gli auguri per i miei 25 anni ( due giorni d’anticipo portano un sacco di male) e fu a lei che chiesi: ma le opere d’arte si possono abbracciare? Rise, non capì la domanda, o la capì nel senso sbagliato perché disse…Ma sei scemo? Vuoi abbracciare un quadro? See un quadro…

Il mio rapporto con Internet non era molto sviluppato, praticamente non sapevo quasi nulla come adesso…
Chiesi al mio compagno di giochi dell’epoca, l’ultimo mio compagno di giochi…chiesi due o tre cose…e lui mi spiegò che era una chat e che quello era un nick…Feci domande stupidissime che non ricordo ma ricordo lo stupidissimo stupore del suo sguardo nel rispondermi..Di fatto poi, boh…il sei dicembre nulla…Il sette dicembre invece mi collegai…
Tastiera bollente e monitor in cerca di segnali…digitai l’indirizzo e mi dovetti scegliere un nickname…un soprannome…a me? Non ne avevamo mai dati, proprio per nulla…o almeno non c’era niente nella mia memoria…
In testa avevo una canzone di un cantautore emergente…Beck…Loser e così scelsi quel nick…

Nessuno mi ha mai chiesto il perché…e quest’estate al festival di Genova, c’era Beck ma non me la sono sentita di andare perché I’m a loser baby!
Il sette dicembre apparve lei…in una schermata grigia animata da qualche faccina idiota, finalmente apparve lei. Ciao…cosa potevo scrivere se non un originalissimo ciao? Non rispondeva….forse non mi aveva visto, forse non parlava con gli sconosciuti? In una chat? Buffo quanti pensieri idioti possano affollare la mente umana in 4 secondi.

Poi finalmente rispose.
Ciao, lei sì che era originale. Originale originale per dirla tutta.
Sono Fabio, scrissi, quello di Genova, ricordi…
Si. Ricordo. Aspetta che sono appena arrivata a casa e mi levo gli stivali. Già lei portava gli stivali e a me piaceva. Mi disse che era appena tornata all’Università. Scemo, non sapevo nemmeno chi fosse, non sapevo nulla e rischiavo di fare una figura da scemo a ogni secondo. Parlammo, stavolta molto di più come tempo e molto di meno come contenuti, non c’era il mondo a farci distanza, c’era uno schermo che era lo stesso per tutti e due e c’era forse la stessa voglia di conoscersi per entrambi. Mi disse che studiava russo, così almeno capii perché era andata a vedere Kandinskij. Mi disse che le mancava poco in termini di esami e che ne stava preparando qualcuno. Io non dissi nulla, all’Università ero credente non praticante. In prima persona avevo visto gente prendere dei voti immeritati, a me stesso era capitato…non potevo credere nel sistema universitario, non nella stessa maniera in cui ci credeva lei dalle buone maniere e dai modi gentili. Mi sembrava di capirci qualcosa in più. Mi disse l’età…lo so, gliela chiesi anche se ad una signora non va mai chiesta l’età e se peccai all’epoca non ripecco adesso e vi rimando di picche sulla sua età…che poi è un segreto di Pulcinella se ricordate il nick.

Mi disse che scelse Sally prendendolo, a proposito di nick, da una canzone di Vasco Rossi. Non so quale, io non ascolto Vasco Rossi, a essere sincero non lo sopporto. E mi disse anche che i suoi amici la chiamavano Alba Chiara per il suo modo di essere. Ero combattuto…la pensavo diversa, sì diversa, anche se non la conoscevo, l’avevo messa su un piedistallo, la sua prima rovinosa caduta arrivò ai miei occhi con Vasco Rossi…Se si hanno due neuroni nel cervello non ci si può ispirare a Vasco Rossi pensavo tra me…poi ricordai da dove avevo tirato il mio, fuori di nick, e cicatrizzai il mio senso di rabbia…

Sono solo etichette…scrissi sullo schermo.
Già, hai ragione …era il suo seguito. Un filo era stato tracciato senza galateo e senza etichetta. Ci rivedemmo come nick, altre volte, forse due o tre…ma ricordo che era un lunedì quando finalmente mi diede il numero…di cellulare…che io non avevo…nel senso io non avevo un cellulare, non lo avevo mai avuto…e non lo avevo mai desiderato fino a quel momento…lo segnai in attesa di non so che cosa…
In attesa come sempre, si è sempre in attesa che vi piaccia o meno, in attesa come nell’Hildebrando Aristolakis, in attesa come un’ artista che semina indizi sulle regole dell’universo nelle sue opere come tracce rosse.
Avvenne come tutte le volte che si ha una tentazione, avvenne che questa tentazione colpisca in fondo ancora prima di lacerarci l’anima è così avvenne anche per me con quel numero di telefono e forse avviene per voi con questo testo scritto.
Così al telefono avvenne il primo peccato non originale di questo racconto, lo scambio di idee, di suoni e il ritrovare una voce scolpita nella memoria e ritrovarla conosciuta ma sempre nuova.
Così come nuovo può apparire un semplice ciao e assumere un significato nuovo come un trattato sui manichini. Chiamò lei per prima, perché così volle lei. E risposi io per primo perché così era la reazione della fisica alle regole delle donne.

Ciao.

Ciao.

E’ così che ti immaginavi il suono della mia voce. Non è così ma è così. Al telefono intendo

Si perché ricordo la tua voce.

In quel frangente che frange i flutti della mente umana ti viene voglia di pensare che non sei così scemo, che la tua mente esiste è che deve essersi nascosto da qualche parte, molto lontana per non volere venire fuori…nulla da fare, uomo idiota sei e uomo idiota appari

Che fai stasera?

Penso che dopo andrò a dormire…sono già le undici…di lunedì poi non c’è molto da fare

Il lunedì dei giovani senza prospettive cade uguale al lunedì dei giovani in prospettiva di tragicommedia, ma uguale uguale…

Vai a dormire?

Si, io guardo ancora un po’ di TV e poi mi sa che ti raggiungo

Nella notte non si raggiunge mai nessuno, si è sempre soli di fronte ai propri demoni.

Mi accorgevo che erano due ritmi scanditi da diverse prospettive.

Man mano che la cosa andava avanti e non si trattava dell’eterna misura giorno dopo giorno ma una nuova e ansiosa mezz’ora dopo mezz’ora, il quadro si faceva sempre più incomprensibile o complesso, o almeno con la classica chiave di lettura, perché se uno sa cosa Picasso intendeva dire arriva ad esclamare è un genio mentre se uno come me non ha la minima idea di cosa volesse dire Picasso beh questo fa schifo è l’esclamazione conseguente.

E l’amore è un po’ il Picasso dei sentimenti, il mio in perenne periodo blu aggiungerei io che di arte poco prima ho detto di non capirne nulla

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