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Batman the Dark Knight Master Race, una mia nota di lettura

Ho aspettato a leggerlo, frenato dall’accoglienza pessima che ha avuto e dallo scetticismo che ha scandito il conto alla rovescia, numero dopo numero. Finirlo sembrava più un sacrifico che un piacere in tanti thread… Eppure ero convinto che non potesse essere così male, ma ormai ci permettiamo di criticare chiunque per avere giusto qualche like e qualche follower. Già che importa, possiamo dire che Frank Miller è bollito quando il buon caro vecchio Frank è invece tornato alla grande con Batman The Dark Knight Master Race, tradotto da noi con razza suprema. Certo, qualche difetto questa storia  ce l’ha, e non potrebbe essere altrimenti, ma Master Race è da leggere tutto insieme perché l’arco narrativo è un page turner non da poco. Siamo abituati a fumetti e libri da ingoiare come hamburger con salsa di guacamole che non sappiamo più apprezzare la preparazione, il lavoro artigianale, la legatoria. Già Miller qui è stato un ottimo rilegatore del mito di se stesso. Inutile pensare a qualcosa come il Ritorno del Cavaliere Oscuro, quelli erano anni di rottura, il periodo aureo, non la golden age, dei supereroi che si facevano tetri e cupi e mostravano al mondo il peso dell’eroismo, Tutto ciò poteva nascere solo da grandi traumi o eventi, così tutti sanno che Batman è orfano, come Superman… Se nel film Batman vs Superman era Martha, il nome della madre di entrambi qui, in Master Race, l’evento scatenante è altro. Anzi come andremo a vedere gli eroi fracassoni del cinema crescono e non sono più figli ma diventano padri.

Razza suprema inizia con  Batman fuori gioco per età avanzata, Superman  invece si è arreso, ibernatosi nella sua fortezza della solitudine. La Justice Leage è l’ombra del nulla. Restano Wonder Woman, in esilio, con i due figli avuti da Superman; la primogenita ribelle chiamata Lara e un figlio ancora infante. Qui qualcosa non torna sui tempi di autosospensione di Supes ma ok, andiamo avanti. Lara raccoglie un messaggio di aiuto della città di Kandor, che è ancora lì, miniaturizzata in bottiglia. Un solo uomo può aiutarla Atom, che ingenuamente non pensa alle conseguenze di riportare a grandezza naturale un migliaio di Kryptoniani che saranno poi esposti alle radiazioni di un sole giallo. I kandoriani guidati da un leader al di là del bene e del male, vogliono amore e conoscono solo un modo per averlo, imporlo. Grazie ai loro nuovi super poteri impongono un ultimatum alla terra, dopo aver nuclearizzato Mosca, chiedendo una resa incondizionata.

Tutti i governi sono già pronti ad arrendersi di fronte a tale super esercito, ma no Batman, sempre lui, decrepito e incartapecorito, no,  non ci sta. Cerca quindi aiuto rivolgendosi alle antiche alleanze ma Diana non gli risponde, accusandolo di egoismo. Flash è reso inabile da un incidente che gli ha spezzato le gambe, Hal Jordan ha già perso la mano e l’anello del potere in uno scontro con 3 Kandoriane, Aquaman è l’unico asociale disposto ad aiutare Batman, e Superman. Già, più che su Batman questo è un libro su Superman, una storia spigolosa alla Miller sul ragazzone in rosso e blu e forse quest è quello che più ha disturbato gli appassionati Miller ha come sempre una potenza narrativa unica, e fa combattere una guerra tra umani e kandoriani prima, tra amazzoni e alieni poi, e infine tra Superman e la sua razza, a modo suo. In realtà Batman the dark knight master race è un passaggio di consegne, un volume che è un eredità per i figli. Batman nel finale ammira la sua batgirl diventata Batwoman da cui dice di aver molto da imparare ma il significato è tutto lì, nel dialogo che chiude l’opera tra un Superman in borghese, non a caso nei panni di Clark Kent e Lara.

“Clark; I envy you

Lara: Why? Because I don’t understand you?

Clark: Because I remember when I was your age. You are about to embark on an adventure the likes of which you can’t comprehend. You are going to learn how to laugh… And how to cry. How it feels to bring joy to a heart, and how to comfort one when it leaves. And you won’t alway get that right. You are going to watch season pass in a way that you have never have before, so they’ll be precious and so meaningful you’ll sometimesbe brought to tears…

 

Despite its fault and fears, the joy of sharing humanity is the greatest thing i’ve never experienced. People know it, too. It’s why they teach it and pass it on even trought tough times. My parens did, anyway.”

Una razza è suprema se è frutto di rispetto e amore.

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Krypton e i suoi ultimi giorni, un po’ Ritorno al Futuro e un po’ Terminator

Io guardo sempre a Superman, quando non sono perso. Fare la cosa giusta, non l’importanza dei poteri. Così ho visionato i primi due episodi della serie dedicata a Krypton mentre online girano le voci scandalo relative alla vecchia Smalville. Gli ultimi giorni di Krypton di Kevin J. Anderson è il libro che mi consigliò Diego dopo una delle mie ennesime batoste incassate. Così da Firenze l’ordinai online e comincia a leggerlo. E  non è tanto importante il perché o il percome ma se volete apprezzare la serie, leggete il libro. Se non avete visto la serie tv e non volete spoiler in merito, fermatevi qui.

 

Krypton è un po’ Back to the Future, vedi lo scomparire del mantello di Superman, determinante il tempo che resta prima della fine del mondo a causa di Brainiac, sì sempre lui, che ricorda molto la polaroid di Martin Mc Fly. Krypton è un po’ Terminator con Adam Strange e il suo raggio Z tornati indietro nel tempo e nello spazio per impedire che un’intelligenza aliena artificiale ponga fine alla speranza dell’umanità, Superman, impedendogli di nascere. La serie si lega anche alla nota frase de l’Uomo d’acciaio, pellicola del 2013, dove per la prima volta, con un cambio di motivazioni, si spiega che la S sul petto non sta per Superman, come si è sempre erroneamente pensato per anni ma è il simbolo della casata degli El e che sul pianeta Krypton indica speranza.

Jor-El: “No… Ormai sei anche figlio della Terra oltre che di Krypton. Tu puoi incarnare il meglio dei due mondi! Io e tua madre abbiamo dato la nostra vita per questo sogno. [mostra il costume di Superman] I terresti sono diversi da noi, è vero. Ma alla fine credo sia meglio così. Magari non commetteranno i nostri stessi sbagli. Non se tu li guiderai… non se gli darai la speranza… vuol dire questo, il simbolo. Il simbolo della casa di El, vuol dire “speranza”. E in essa è racchiusa la fiducia profonda nel potenziale che ogni persona ha di essere una forza per il bene… questo puoi donargli”.

Infatti Krypton ruota tutto intorno al destino degli El, scienziati illuminati che prevedono l’arrivo della fine ma che vengono trattati come delle infauste Cassandre. La voce di Rao, la religione ufficiale del pianeta non prevede l’apocalisse di Krypton quindi taccia di eresia gli El, dopo aver condannato a morte il bisnonno di Kal- El. Ma la S, il simbolo della casata degli El, relegata nei bassifondi, cancellata dai registri ufficiali diventerà speranza per il pianeta intero che, forse, alla fine, sarà salvato dal nonno ma che sarà comunque condannato al tempo di Jor- El dando così al pianeta terra il più grande dei suoi eroi: Superman

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Rebel in The Rye: Il ribelle nella segale.

The Rebel in the Rye, opera cinematografica che gioca con il titolo originale de Il Giovane Holden, cioè the Catcher in the Rye, intraducibile, è un film  che ripercorre la vita di J.D. Salinger, e si basa su J. D. Salinger: A Life, libro di di Kenneth Slawenski,

Ecco, nelle tre righe di sopra avete già un bell’esempio di caos creativo. Questo film non è di sicuro per tutti,  alla fine si tratta di un film sulla vita di uno scrittore importante come Salinger, diventato famoso anche per essersi isolato dal mondo e per aver continuato a scrivere senza aspettarsi nulla in cambio (questo è il ritornello su cui ruota quasi tutta la pellicola insieme all’assioma “Essere pubblicati è tutto” che nel finale diventerà “Non essere pubblicati è tutto”),

Che dire. Non succede nulla ma succede tutto e per questo motivo a me è piaciuto ma io da una vita sono uno scrittore in crisi

Holden Caulfield è morto, lunga vita al giovane Caulfield.

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Il Punitore legge

In generale, dopo i Defenders, le serie Marvel di Netflix mi lasciano sempre un po’ perplesso. Le ho visto quasi tutte, almeno le prime, Devil, Cage, Iron Fist, Jessica Jones… poi ho cominciato a smettere perché  lo trovo un vizio peggiore del fumo, dedicare ore della mia vita a qualcosa del genere. Sarò sbagliato io, non so, ma quello che ci trovavo nel fumetto, qui è andato perduto.

Oggi ad esempio in questo mio eremo pasquale avevo pianificato di guardare The Punisher, qualcuno, non voglio far nomi, me ne aveva parlato bene. Invece è il solito nulla. Con Frank Castle che si fa passare per “ritardato”, almeno c’è un termine politicamente scorretto prima di cominciare a massacrare, tramite mazzotto da muratore, una banda quasi improvvisata per poi andare tranquillamente ad assaltare un covo della famiglia Gnucci. Questo in tipo 10 minuti finali perché nei 30 minuti iniziali possiamo ammirare un Frank Castle con la barba da hipster, sigh, che spacca muri. Però fa anche altro… legge.

Che dire…gli autori gli piazzano in mano prima una copia di Moby Dick. Certo, forse è il romanzo che più si avvicina al personaggio, vista la folle determinazione dell’anti eroe Marvel. Ma poi pescano L’eta del Jazz di F.S. Fitzgerald, libro che Hemingway aveva definito patetico, insomma, non proprio così, ma giusto per dare un’idea della mancata continuità della libreria di Frank Castle e della serie tv a lui dedicata.

 

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