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19 minuti per postare

La batteria del pc durerà ancora 19 minuti.
Ho 19 minuti per scrivere un post.

Sensato, decente.
Non ce la farò mai.
L’ansia da pagina bianca mi assale.
I colori, i rumori, tutto mi distrae.
Passerò 19 minuti a pensare che è già una bella fetta di tempo rispetto al cittadino medio.
18 minuti se voglio postare perché ci vuole del tempo.
15 o 14 minuti se poi voglio aggiungere un’immagine.
Già, ma quale, devo cercarla. Ma se cerco l’immagine se ne vanno altri 4 o 5 minuti.
Il conto alla rovescia è contro di me.

Decido di pensare e di non scrivere.
Un saluto

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I muri di Kavafis che mi fanno battere il cuore

Da un po’ di tempo non scrivo qui. Non ho tempo, mi dico, che poi questa è la prima bugia quando non sai cosa dire e non ami più. Non amo più la mia scrittura ed è un male, perché se non la amo io, chi lo può fare? Mi sono perso dietro due o tre mila cosette, nessuna di valore e dietro una persona che vale tanto quanto le cosette, penso ammirando l’ipocrisia del mondo che si staglia sulle piste degli aeroporti.  Non si sente nulla qui e mi domando se questa è vita, forse c’è vita su Marte ma non qui. Decido così di provarmi i battiti del cuore per vedere se senza scrittura e QUI, batte ancora, batte, siamo sui 78, così dice il gingillo cinese che porto al polso. Ho con me Linus, comprato a Fregene, in pratica di chilometri ne ha fatti molti con me e lo sfoglio mentre il mio vicino di posto è un giapponese che sembra essere interessato solo a tirare con l’arco nel suo Iphone. Sarà divertente penso. Poi decido che ho dato troppo, troppo tempo, troppo me a questo nulla e come primo passo per tornare alle mie cose, leggo i Peanuts, mio padre è barbiere dice Charlie Brown e quasi mi commuovo, un giorno con Schulz e Celentano ci sarà un partito di figli famosi di barbieri…. L’occhio poi mi cade sulla lettere di Petros Markaris a Theo Angeloupolos, regista scomparso. Ricordi i muri di Kavafis?

Questo è il titolo della missiva, quanto mi piace la parola missiva, scivola via che è un piacere, rende l’idea delle lettere che scorrono fulminee verso qualcosa. Le parole sono pietre.

Così lo scrittore greco scrive al suo amico regista, connazionale, parlando della sua preveggenza, dei migranti, dello sguardo di Ulisse, che abbiamo perso e che mai più forse ritroveremo perché in questa UE contano il potere e i soldi, ammantati dall’ipocrisia.

 

“Amico mio, mi manchi molto. D’altro canto mi consolo perché non sei costretto a vivere in questi tempi miserabili. So quanto soffriresti”. Questo è l’elegiaco commento.

Già, viviamo in tempi miserabili, il mio vicino scocca un’altra freccia e penso che forse, questa, a parte la mia condizione di uomo perso è l’unica cosa in comune con Ulisse. 118, segnala il mio gingillo cinese, in fondo il mio cuore sa battere ancora.

 

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Ritorni

Orco cane!

Posso iniziare così. Ma sì, concedetemelo anche perché me lo concedo da me.

Ci sono momenti e cicli. Dio o chi per lui, la volontà cosmica, la dinamo stellare che ci sposta di qua e di là su questa palla di melma e acqua inzuppata da rifiuti d’uomo ha sancito questo momento.

Non è questione di credere. Io credo perché voglio credere e la mia stirpe è di quella che da duemila anni si pone le stesse domande senza ottenere mai una risposta. Ma a volte mi chiedo… se la risposta fosse arrivata, cosa avremmo fatto per duemila anni.

 

Nulla. Ci saremmo complicati la vita in altri diversi modi. Va beh, questo era per dire che torno a scrivere sul mio blog e che beh, sì, torno ad Acqui. Il resto del mondo con la sua povertà d’anime non mi ha per nulla convinto.

 

 

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Batman the Dark Knight Master Race, una mia nota di lettura

Ho aspettato a leggerlo, frenato dall’accoglienza pessima che ha avuto e dallo scetticismo che ha scandito il conto alla rovescia, numero dopo numero. Finirlo sembrava più un sacrifico che un piacere in tanti thread… Eppure ero convinto che non potesse essere così male, ma ormai ci permettiamo di criticare chiunque per avere giusto qualche like e qualche follower. Già che importa, possiamo dire che Frank Miller è bollito quando il buon caro vecchio Frank è invece tornato alla grande con Batman The Dark Knight Master Race, tradotto da noi con razza suprema. Certo, qualche difetto questa storia  ce l’ha, e non potrebbe essere altrimenti, ma Master Race è da leggere tutto insieme perché l’arco narrativo è un page turner non da poco. Siamo abituati a fumetti e libri da ingoiare come hamburger con salsa di guacamole che non sappiamo più apprezzare la preparazione, il lavoro artigianale, la legatoria. Già Miller qui è stato un ottimo rilegatore del mito di se stesso. Inutile pensare a qualcosa come il Ritorno del Cavaliere Oscuro, quelli erano anni di rottura, il periodo aureo, non la golden age, dei supereroi che si facevano tetri e cupi e mostravano al mondo il peso dell’eroismo, Tutto ciò poteva nascere solo da grandi traumi o eventi, così tutti sanno che Batman è orfano, come Superman… Se nel film Batman vs Superman era Martha, il nome della madre di entrambi qui, in Master Race, l’evento scatenante è altro. Anzi come andremo a vedere gli eroi fracassoni del cinema crescono e non sono più figli ma diventano padri.

Razza suprema inizia con  Batman fuori gioco per età avanzata, Superman  invece si è arreso, ibernatosi nella sua fortezza della solitudine. La Justice Leage è l’ombra del nulla. Restano Wonder Woman, in esilio, con i due figli avuti da Superman; la primogenita ribelle chiamata Lara e un figlio ancora infante. Qui qualcosa non torna sui tempi di autosospensione di Supes ma ok, andiamo avanti. Lara raccoglie un messaggio di aiuto della città di Kandor, che è ancora lì, miniaturizzata in bottiglia. Un solo uomo può aiutarla Atom, che ingenuamente non pensa alle conseguenze di riportare a grandezza naturale un migliaio di Kryptoniani che saranno poi esposti alle radiazioni di un sole giallo. I kandoriani guidati da un leader al di là del bene e del male, vogliono amore e conoscono solo un modo per averlo, imporlo. Grazie ai loro nuovi super poteri impongono un ultimatum alla terra, dopo aver nuclearizzato Mosca, chiedendo una resa incondizionata.

Tutti i governi sono già pronti ad arrendersi di fronte a tale super esercito, ma no Batman, sempre lui, decrepito e incartapecorito, no,  non ci sta. Cerca quindi aiuto rivolgendosi alle antiche alleanze ma Diana non gli risponde, accusandolo di egoismo. Flash è reso inabile da un incidente che gli ha spezzato le gambe, Hal Jordan ha già perso la mano e l’anello del potere in uno scontro con 3 Kandoriane, Aquaman è l’unico asociale disposto ad aiutare Batman, e Superman. Già, più che su Batman questo è un libro su Superman, una storia spigolosa alla Miller sul ragazzone in rosso e blu e forse quest è quello che più ha disturbato gli appassionati Miller ha come sempre una potenza narrativa unica, e fa combattere una guerra tra umani e kandoriani prima, tra amazzoni e alieni poi, e infine tra Superman e la sua razza, a modo suo. In realtà Batman the dark knight master race è un passaggio di consegne, un volume che è un eredità per i figli. Batman nel finale ammira la sua batgirl diventata Batwoman da cui dice di aver molto da imparare ma il significato è tutto lì, nel dialogo che chiude l’opera tra un Superman in borghese, non a caso nei panni di Clark Kent e Lara.

“Clark; I envy you

Lara: Why? Because I don’t understand you?

Clark: Because I remember when I was your age. You are about to embark on an adventure the likes of which you can’t comprehend. You are going to learn how to laugh… And how to cry. How it feels to bring joy to a heart, and how to comfort one when it leaves. And you won’t alway get that right. You are going to watch season pass in a way that you have never have before, so they’ll be precious and so meaningful you’ll sometimesbe brought to tears…

 

Despite its fault and fears, the joy of sharing humanity is the greatest thing i’ve never experienced. People know it, too. It’s why they teach it and pass it on even trought tough times. My parens did, anyway.”

Una razza è suprema se è frutto di rispetto e amore.

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